I. Dibattiti sulla cultura strategica dell’India I dibattiti sulla cultura strategica dell’India nascono dall’inchiesta “Pensiero strategico indiano”, abbozzato dalla Rand Corporation nel 1992. Dopo aver analizzato le influenze della geografia, della storia, della cultura e del dominio britannico (altrimenti conosciuto come il Raj) sul pensiero strategico indiano, il Dr. George K. Tanham, autore dell’inchiesta, ha concluso che l’India è stata a lungo afflitta dalla mancanza di un pensiero strategico. Tanham ha sostenuto anche che durante la maggior parte della sua storia, l’India è stata sulla difensiva strategica. La ricerca pioneristica e le conclusioni dell’inchiesta da parte della Rand ha scioccato le comunità strategiche e accademiche indiane e ha dato il via ad accesi dibattiti che permangono ancora oggi. Questi dibattiti, che ruotano intorno alla domanda in cui ci si chiede se l’India abbia una cultura strategica, possono essere riassunti come segue: 1. Rodney W. Jones e “cultura strategica composita” Da questa prospettiva accademica, la cultura strategica dell’India è come un mosaico, non monolitica. Eppure, in confronto alla maggior parte degli stati-nazione contemporanei, è più distinta e coerente di molte nazioni a lei simili. Questa coerenza è dovuta alla sua sostanziale continuità e al simbolismo contemporaneo dei sistemi statali indiani pre-moderni e alla civiltà vedica che ha ancora un impatto sulla società odierna, anche se tutto ciò risale a diversi millenni fa. La prospettiva culturale strategica è stata abbracciata dalla maggior parte delle elite sociali indiane. 2.Dibattiti sull’origine, sui processi e sugli attributi del pensiero strategico indiano Harjeet Singh sostiene la teoria del determinismo geografico secondo cui la geografia dell’India le ha causato la mancanza di un senso unitario di “Indianismo”. La straordinaria storia dell’India è intimamente legata alla sua geografia. Dal momento che si trova in un punto focale del continente asiatico, l’India è stata sempre sensibile a invasioni e saccheggi provenienti dall’esterno. Ma la sua insularità geografica le ha anche permesso di sopravvivere alle devastazioni e quindi di adattarsi e di assorbire molti dei popoli che sono arrivati nel subcontinente. Il vasto territorio, la struttura interna complicata e la forte tensione culturale l’hanno aiutata ad evitare dominazioni lunghe e continue di un unico impero. La geografia autointegrata del subcontinente e la diversità politica rimangono le sue caratteristiche di base. La storia culturale politica e strategica dell’India può essere sintetizzata dall’antica favola che racconta la storia di quattro ciechi che toccano un elefante. Gautam Das ha risposto al Dr. George K. Tanham in due punti principali. In primo luogo, secondo Das, un errore logico fondamentale nello studio di Tanham, il quale ritiene ingiustamente, che l’India sia un’entità politica monolitica, nega le conclusioni di Tanham. “Non importa quanto profonda sia l’interpretazione di Tanham, essa è in sè sbagliata e questo errore nega la maggior parte delle sue conclusioni […] L’India geografica, o parlando in senso lato il ‘subcontinente indiano,’ come è stato descritto, era una regione composta da vari regni in epoche diverse, e pochi imperi politici. A quei tempi c’era più di un impero in India, ognuno a capo...
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Il Cese-m segnala il seguente articolo e ne consiglia la lettura. Articolo originale: http://sputniknews.com/radio_red_line/20141115/1014828578.html Despite all differences and stiff competition the participants agreed there is no alternative to regional integration which Chinese leader Xi Jinping coined as an Asia-Pacific dream. Studio guest Vladimir Sotnikov, Director of the East-West Strategic Studies Center in Moscow, independent think-tank, Alexander Lomanov, the Head Research Fellow at the Institute of Far East at the Russia’s Academy of Science, Brian Yeung, an independent contributor to Chinese and English media in Hong Kong, AsiaGamingBrief contributing editor, and Dato Zainel Abidin Omar, Ambassador of Malaysia to Russia, shared their opinions with Radio Sputnik. How different is this Asia-Pacific Economic Cooperation Summit this year compared to the others? Vladimir Sotnikov: Comparing with the other summits of Asia-Pacific, this summit was concentrated on the economic issues. The second thing is that beyond any doubt China has proved to be a leader of the Asia-Pacific community. And by the way, that was anyhow recognized by the US. Another thing is the role of Russia. I think that Russia played very well in this summit and also proved to be one of the Asian leading powers. Basically, the main difference between this forum and the forum of, say, last year is that the two Asian powers proved to be in the lead of what is actually called the Asia-Pacific policy. What was the agenda and did they achieve what they came for at the summit? Alexander Lomanov: I think that the best thing in these summits is the so-called face-saving. It is the traditional Chinese formula,which is based on the Chinese ethics that everyone should have a possibility to save face and to claim to be a winner. Now the most pleasant thing which makes Asia so different from Europe is that all the participants are claiming to be the winners and to be happy with it. So, China was of course able to express its huge economic potential, especially by pledging $40 billion for the development of infrastructure in the region. And it is an especially attractive and a lucrative deal for China’s neighbour. For Russia it was a breakthrough in the political and partly economical blockade imposed by Europe and the West, because the Russian leader Vladimir Putin was able to meet many leaders of the region in Beijing during the summit. And also, Barack Obama was able to claim that he is the winner, because he signed a climate protection deal, the greenhouse gases emission cutting bill with China. And the environmental protection problems are very sensitive in the West. And he also the document on diminishing the military rifts. It is the document targeted at exchanging the information on the military activities between China and the US. And also, what is the most important is that the Chinese are happy. I’m not saying that the one point something billion Chinese people are all happy, but every year about 2 million are applying for the American visas to visit the US. So, now it is the outcome of the summit that the Chinese can get a ten-year visa. And those Chinese who belong to the political, economic and intellectual elite who visit the US so often, they are very happy to get these ten-year visas. What is you take on the idea of Asia-Pacific dream? Is it just a metaphor or is this the reality of the 21st century? Alexander Lomanov: I...
In molti conoscono le vicende della guerra del Vietnam; c’è da rallegrarsene, essendo quello uno degli episodi storici dell’epoca moderna che, probabilmente più di ogni altro, si è caratterizzato per audacia popolare, spirito patriottico, lotta intransigente alle velleità imperialiste statunitensi nell’area del sud-est asiatico. Decine di film sono stati prodotti in proposito, grandi cantautori ne hanno musicato l’epopea, un’intera generazione – anche nell’occidente “capitalista” – ha conosciuto ed incoraggiato le gesta di questo popolo indomito che, contestualmente, è riuscito inaspettatamente a rompere il giogo dell’accerchiamento e tramutare una lotta anticoloniale in una lotta rivoluzionaria. Purtroppo, anche a causa di una storiografia assai carente sul tema, pare quasi che la storia di questa importante nazione si sia arrestata alla metà degli anni ’70, allorquando all’inizio del 1975 il Vietnam del Nord, dopo alcune discussioni tra i vari dirigenti politico-militari sui tempi e la modalità dell’attacco e su sollecitazione soprattutto del comandante Tran Van Tra, intraprese l’offensiva finale e l’esercito collaborazionista sudvietnamita si disgregò, per capitolare di fronte alle superiori forze nordvietnamite comandante dal generale Van Tien Dung. Dopo un’avanzata trionfale e ormai scarsamente contrastata, l’esercito nordvietnamita circondò la capitale con un imponente schieramento di forze ed entrò a Saigon il 30 aprile 1975; i soldati di Hanoi issarono la bandiera Viet-Cong sul famoso palazzo presidenziale nel centro. Gli aggressori statunitensi ancora presenti nella capitale vennero evacuati con una disperata operazione di salvataggio con elicotteri, solo alcuni giorni dopo che il nuovo presidente Gerald Ford aveva pubblicamente dichiarato il pervenuto disinteresse statunitense per le nuove vicende belliche nell’area. La guerra del Vietnam si concluse quindi con la vittoria totale e schiacciante delle forze patriottiche in tutta la regione indocinese, e con il parallelo completo fallimento politico e militare americano. Sicché il Vietnam del Sud si ricongiunse al Vietnam del Nord il 2 luglio 1976, per formare l’attuale Repubblica Socialista del Vietnam; Saigon venne ribattezzata Città Ho Chi Minh, in onore dell’ex Presidente nordvietnamita. Pagine assai note, tanto conosciute quanto insufficienti a delineare un quadro del Vietnam a noi contemporaneo. In effetti, anzitutto alla luce della trionfale vittoria delle forze patriottiche vietnamite organizzate sotto le bandiere del Partito Comunista Vietnamita (che in realtà adottò questo nome al suo quarto Congresso nazionale, che si svolse nel 1976 dopo la fine della guerra del Vietnam con la riunificazione del paese, il nome del partito fu cambiato da Partito dei Lavoratori del Vietnam in Partito Comunista del Vietnam), l’influenza del modello sovietico negli anni post-bellici fu considerevole. Il nuovo governo insediatosi ad Hanoi, una volta riunificato il paese, decise di estendere anche al Sud il modello collettivista, caratterizzato dal privilegio verso l’industria pesante, la nazionalizzazione delle imprese, la collettivizzazione su larga scala dell’agricoltura, la statalizzazione delle attività commerciali anche famigliari, tanto che nel 1978 tramite decreto vennero dichiarate illegali le attività economiche e commerciali private. Tuttavia, il primo piano quinquennale (1976-1980) non ottenne particolari successi, ed anzi causò una innegabile crisi. Dopo approfondite riflessioni, la leadership vietnamita fu indotta ad apportare una serie di riforme...
L’intervista di Notizie Geopolitiche a Marco Costa, uno dei responsabili del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo (CeSE-M) e massimo esperto di questioni relative alla Cina su cui ha scritto numerosi saggi e volumi. articolo originale: http://www.notiziegeopolitiche.net/?p=46367 I recenti eventi che stanno coinvolgendo Hong Kong con le manifestazioni degli studenti capaci di attirare l’attenzione dei media internazionali ed i continui rapporti che intercorrono tra Pechino e Roma e tra Pechino e Bruxelles impongono un’analisi approfondita sul ruolo geopolitico ed economico che attualmente investe la Repubblica Popolare Cinese, potenza mondiale che spesso divide il parere dell’opinione pubblica tra coloro i quali ne supportano il modello di crescita e la forma di Governo istituita ed invece i detrattori che ne sottolineano gli aspetti negativi come ad esempio il problema dei diritti umani oppure la gestione delle minoranze etniche. Con l’obiettivo di studiare il sistema Cina e le relazioni che lo legano all’Italia e all’Unione Europea abbiamo intervistato Marco Costa*, responsabile dell’area euroasiatica del Centro Studi Eurasia Mediterraneo (CeSEM) e coautore de La Grande Muraglia. Pensiero politico, territorio e strategia della Cina Popolare e de La Via della Seta. Vecchie e Nuove Strategie Globali tra la Cina e il Bacino del Mediterraneo. – La Cina oramai è una potenza affermata a livello regionale e mondiale con cui sia le grandi potenze che i paesi emergenti devono rapportarsi. Parlando del nostro paese, quali sono ed in che modo si stanno sviluppando le relazioni italo-cinesi? “Nell’aprile di quest’anno, il Financial Times ha pubblicato uno studio della Banca Mondiale secondo il quale la Repubblica Popolare Cinese era salita al primo posto nella classifica delle economie mondiali. Questo risultato viene dato come combinato disposto di diversi fattori: la crescita costante cinese, la crisi finanziaria delle economie occidentali, il diverso sistema di calcolo degli indici, ovvero non più la produzione del PIL nazionale come valore assoluto ma rapportato alla capacità d’acquisto della singola moneta, detto fattore “purchasing power parity”. Dato questo elemento, ammessa la straordinaria forza economica della Cina, è naturale che derivino conseguenze su più piani. Da un punto di vista geopolitico, significa che in qualche decennio gli equilibri globali ed i rapporti di forza sono stati completamente riscritti. Dal punto di vista economico e diplomatico, anche l’Italia – e per fortuna anche le sue imprese – sono state investite dai benefici di questa straordinaria crescita. Basti pensare all’export delle eccellenze della manifattura italiana verso oriente: nel 2013 il primo settore del manifatturiero diretto in Cina è quello dei macchinari e apparecchiature, con una quota del 38,2%, in lieve aumento del 2,8% rispetto al 2012; in seconda posizione autoveicoli, rimorchi e semirimorchi, che pesano per il 7,1% e in forte crescita, con un +67,3% rispetto all’anno precedente. Gli articoli in pelle (escluso abbigliamento), con una quota del 7,1%, crescono del 18,4%, mentre i prodotti chimici, che valgono il 6,4% del totale, sono in aumento del 7,6%. Anche l’abbigliamento (che comprende pelli e pelliccia), che incide per il 4,9% sull’export verso la Cina, segna una crescita del 19,1%. Questi solo alcuni...
“La Repubblica Popolare Cinese e il Tibet”: progetto di ricerca del Cesem. Per migliaia di persone è stata una notizia shock, o almeno così è stata presentata da alcuni media. Il Dalai Lama avrebbe detto, in un’intervista al quotidiano tedesco Welt am Sonntag , che lui sarà l’ultimo Dalai Lama e non verrà trovato un successore. Nella stessa intervista il Dalai Lama ha fatto una critica molto aspra a Putin, che a suo dire vorrebbe ricostruire il muro di Berlino: «Dapprima è stato presidente, poi premier e poi di nuovo presidente – un po’ troppo. Ciò dimostra che è molto egocentrico: io, io, io!». Putin soffrirebbe pertanto di uno spiccato egocentrismo perché è da troppo tempo che sta al potere. Gliene diamo atto. Peccato però che le fortune capitano sempre agli altri: se fossi stato io l’intervistatore, con un po’ di umorismo avrei fatto notare al Dalai Lama che invece lui è dal 1642 che sta sul trono! Se fossi stato l’intervistatore, inoltre, gli avrei detto che in Occidente si viene tacciati di ipocrisia quando si punta il dito verso vizi di altri che in realtà riguardano anche se stessi. Non si può certo dire infatti che il Dalai Lama faccia una vita ritirata: vive nel lusso, viene trattato come un Dio e ovunque vada cerca la compagnia dei potenti. Sicuramente non ha fatto propria la lezione di Milarepa, il più grande yogi tibetano che viveva in ritiro nelle grotte, il cui unico tempio era il proprio corpo e che si nutriva solo di ortiche. Per i buddhisti, vivere in ritiro è il più grande degli ideali: una strada maestra verso l’Illuminazione. «No!» – direbbe il buddhista benpensante o il fanatico del Free Tibet -«Non è vero! Il Dalai Lama ci si trova in questa situazione, non ha scelto lui di essere il Dalai Lama!». Diamo atto anche a loro. Però si può sempre cambiare: i primi due Dalai Lama erano semplici monaci dei monasteri di Drepung e Tashilhunpo, e non facevano certo una vita da rock star. Oppure, per lo meno, il Dalai Lama potrebbe risparmiarsi affermazioni pubbliche come quella su Putin. In realtà, la critica a Putin non è completamente disinteressata, né è fatta a caso. E’ dal 2004 infatti che Tenzin Gyatso non può entrare in Russia; il visto non gli viene concesso dal momento che i rapporti con Pechino si sono fatti più stretti. Questo per lui può essere un problema perché in Russia ci sono oltre un milioni di buddhisti, concentrati in Calmucchia, Buriazia e Tuva. Tornando al discorso del successore del Dalai Lama, in realtà la notizia non solo non è scioccante, ma non è neanche propriamente una notizia. Sono già molti anni che il Dalai Lama dice che potrebbe non esserci più alcun suo successore. Quella fatta al quotidiano però era solo un’affermazione ipotetica e informale, non una decisione ufficiale, che il Dalai Lama ha detto che farà in prossimità dei suoi 90 anni dopo essersi consultato con i vari leader tibetani....
Duo dolorum mandamus mnesarchum te. Sit ridens persius ex. Vel noluisse perpetua consequat ex, has nostro antiopam eu. Nec esse meis eu. Dico legendos sed an, eu sed meis ferri assentior.
“La Repubblica Popolare Cinese e il Tibet”: progetto di ricerca del Cesem. Il Tibet, una delle regioni più affascinanti della Cina, è rimasto per secoli misterioso a causa delle difficoltà di raggiungimento. La capitale, Lhasa, si trova infatti a circa 3.600 metri d’altitudine (a ridosso di un gigantesco altopiano ai piedi del Monte Himalaya), mentre la cittadina di Gyantze, storicamente al centro di importanti strade carovaniere, addirittura a 3.950 metri di altezza. La prima linea ferroviaria Pechino-Lhasa è una ferrovia che collega Xining, capitale della provincia cinese del Qinghai, con Lhasa, serve 44 stazioni e può essere percorsa da 8 treni contemporaneamente. Si tratta della ferrovia più alta al mondo con i suoi 5.072 metri nel punto più elevato, mentre l’86% della linea supera i 4.000 metri, per un investimento pari a 4,1 miliardi di dollari USA. Siccome metà del tracciato poggia sul ghiaccio, è stato approntato un sistema di raffreddamento tramite tubature sotterranee che mantiene il tracciato ghiacciato tutto l’anno, evitando la deformazione dei binari a causa del disgelo. Basti ricordare che nel solo 2013, oltre 7,5 milioni di passeggeri hanno attraversato la tratta Golmud-Lhasa, inaugurata nel 2006, dove il treno risale il deserto sino alle frastagliate montagne del Nanshankou (Passo Meridionale), che sembrano trovarsi a pochi passi dai ghiacciai dello Yuzhu Feng (Picco Perla di Giada a 6.178 metri). Il treno entra in Tibet attraverso il Passo del Tangu-la (Tanggu-la Shankou) e durante il tragitto è possibile osservare diversi animali come antilopi, volpi e asini selvatici, oltre ad alcuni pastori nomadi. Per garantire un itinerario sicuro lungo il percorso, i treni turistici sono stati progettati per favorire le specifiche richieste dei passeggeri durante un viaggio in altitudine, regolando ad esempio la pressione e l’ossigeno e prevenendo il mal di montagna. Tutti i treni attraversano l’altopiano del Tibet durante le ore diurne, offrendo ai passeggeri i panorami più affascinanti. La seconda tratta, che dallo scorso agosto collega Shigatse (seconda città del Tibet) a Lhasa per una distanza di 253 chilometri percorsi in sole due ore di viaggio, prevede treni che viaggiano ad un’altezza compresa tra i 3.600 e i 4.000 metri e sostano in 13 stazioni intermedie. La nuova ferrovia, denominata anche “La Via del cielo”, è destinata a promuovere il turismo e a consentire l’uso razionale delle risorse naturali, accelerando il trasporto dei prodotti minerari – che su strada è spesso a rischio durante la stagione delle piogge – e spostando più facilmente merci e persone a costi ridotti. Per realizzare questa nuova costruzione sono stati necessari 50.000 yuan al metro, circa 6.000 euro (si tratta della ferrovia più costosa della storia della Cina), in quanto passa per una zona estremamente montuosa che attraversa numerosi ponti e gallerie. Il Governo cinese ha inoltre annunciato ufficialmente il progetto di collegare, entro il 2020, la città di Lhasa con le frontiere delle confinanti India, Nepal e Bhutan probabilmente con una tratta in direzione dello Stato indiano dell’Arunachal Pradesh. Quest’ultimo collegamento permetterebbe così di eliminare anche una delle ultime dispute...
“La Repubblica Popolare Cinese e il Tibet”: progetto di ricerca del Cesem. Introduzione “Non si può immaginare terra più capace di questa di mettere in contatto l’uomo con l’eterno: l’immensità triste e le catene di monti che pare non abbiano fine suscitano ardori di rinuncia. Ci sono certi luoghi nei quali Dio, qualunque sia la forza che noi immaginiamo sotto questo nome, ha impresso con segni evidenti le notazioni della sua onnipotenza; la landa alle falde del Kailasa è uno di questi luoghi: che vi siano nati alcuni dei maggiori mistici dell’Oriente e che altri ci siano venuti a passare la vita è naturale”(1). Sono gli echi internazionali del problema tibetano che fanno la differenza rispetto ad altre controversie territoriali esistenti nel mondo, in ragione sia del presunto prestigio spirituale del Dalai Lama(2) che della sua popolarità in Occidente, in particolare negli Stati Uniti(3). La questione tibetana riveste per i dirigenti cinesi una doppia problematica, interna ed esterna allo stesso tempo, perché connessa con l’altra “spina” storica della loro geopolitica, la rivendicazione di Taiwan; eccessive concessioni alla dirigenza di Lhasa potrebbero essere sfruttate dall’isola dissidente per alzare la posta (Taiwan è stato, infatti, l’unico paese a pensare seriamente di disertare le Olimpiadi di Pechino del 2008). Così come la situazione della Xinjang (dove Pechino si trova a combattere contro il secessionismo degli uiguri) è strettamente legata ai recenti sconvolgimenti dell’Asia centrale, il caso tibetano ha fatto invece storicamente parte del contenzioso sino-indiano, al punto che un’eventuale conflitto regionale avrebbe potuto comportare effetti esplosivi per la stabilità del “Regno di Mezzo”. Conscio di tutto ciò, il “Celeste Impero” ha adottato le necessarie contromisure stipulando alla fine degli anni Novanta gli Accordi del “Gruppo di Shangai”, che prevedono per le sei nazioni firmatarie, Cina-Russia-Kazakhistan-Kirgizistan-Uzbekistan-Tagikistan, l’impegno alla collaborazione in tutti i campi, in particolare nella lotta ai “movimenti terroristi e separatisti”. Dopo l’11 settembre 2001 questa determinazione non è venuta meno e seguendo la stessa tattica adottata da Mosca per la questione cecena, Pechino diede il via libera a Washington per l’invasione dell’Afghanistan (4) ma assimilò al terrorismo internazionale qualsiasi movimento aspirasse a mettere in crisi l’integrità territoriale cinese. Nonostante le recenti aperture economiche, la Cina non ha affatto rinunciato ad una vocazione geopolitica tradizionale e si rifiuta di cedere porzioni di sovranità anche nelle zone dove la sua autorità viene contestata. La condotta politica cinese mira perciò non soltanto a mantenere la profondità strategica necessaria alla difesa territoriale ma a ricostruire lo spazio geopolitico imperiale nella sua assoluta totalità. Caratteri storico-geografici Il territorio occupato dai tibetani, in quanto portatori di una civiltà ben definita, è grosso modo delimitato nelle quattro direzioni: a sud, l’arco dell’Himalaya è occupato nell’ordine dal Nepal, dal Sikkim e dal Bhutan, fino a raggiungere il nodo ove s’incontrano l’Assam (India), l’Alta Birmania e lo Yunnan (Cina); ad ovest, questo arco si estende fino al Kashmir e al Baltistan, mentre più a nord al Gilgit con le montagne del Karakorum. Una buona parte del Ladakh, la...
“La Repubblica Popolare Cinese e il Tibet”: progetto di ricerca del Cesem. Che le economie europee ed asiatiche si stiano vicendevolmente integrando è fatto ormai noto. Quello che invece è passato abbastanza inosservato, almeno sulle agenzie di stampa italiane, è stato un evento collaterale alla visita del Presidente cinese Xi Jinping effettuata nello scorso marzo in Germania. Affiancato dalla Cancelliera Angela Merkel, Xi ha avuto modo di visitare in prima persona il terminal tedesco dell’avveniristica linea ferroviaria Chongqing – Duisburg, lunga oltre 11 mila chilometri e soprannominata come Nuova via della seta. La linea Yuxinou non solo risulta essere straordinariamente interessante dal punto di vista infrastrutturale – essendo la tratta ferroviaria più lunga al mondo – ma è un’opera che con ogni probabilità è destinata a rivoluzionare i rapporti commerciali e finanziari tra Cina ed area Euro. La metropoli di Chonqing è emersa come una delle aree di maggior sviluppo della Cina, avendo registrato nell’ultimo biennio un incremento del proprio PIL del 29%, pari a 920 miliardi di RMB (l’equivalente di 145 miliardi di dollari), ed avendo attirato solo nello scorso anno qualcosa come 11 miliardi di dollari di investimenti diretti esteri. Come riconoscono le stesse autorità municipali di Chonqing, la straordinaria crescita economica dell’area – significativamente superiore anche alla media del resto del paese – è indubbiamente dovuta al continuo miglioramento delle infrastrutture cittadine, in particolare al suo sistema di trasporto ferroviario. Anche solo pochi anni fa, se le società commerciali di Chongqing volevano spedire le merci in Europa, avrebbero dovuto passare prima attraverso una città portuale costiera come Shanghai o Guangzhou per poi essere rispedite attraverso lo Stretto di Malacca, con incremento improduttivo di tempi e di costi, nonché esponendosi ai noti rischi di pirateria. La Nuova via della seta si sovrappone ad un altro collegamento ferroviario eurasiatico inaugurato alcuni anni fa; nel 2008 venne attivata la tratta Lianyungang – Rotterdam, chiamata solitamente con il nome di New eurasian land bridge, anch’essa con una distanza superiore agli 11 mila chilometri, con la capacità di dimezzare i costi e di velocizzare di quattro volte le spedizioni delle merci tra le due città portuali, con collegamenti secondari anche all’altro hub portuale di Anversa, in Belgio. Quest’ultima tratta, peraltro, si pone come variante meridionale della principale Eurasian land bridge, che con i suoi oltre 10 mila chilometri collega Pechino ad Amburgo dopo due settimane di viaggio sulle tratte della ferrovia trans-mongolica, la cui costruzione risale agli anni ’60. Tanto dal punto di vista tecnologico quanto da quello quantitativo delle merci, la linea Chonqing – Duisburg rappresenta tuttavia un netto salto di qualità. Entrata in funzione ufficialmente il 1° luglio 2011 (ma allora ancora in fase sperimentale), il nuovo itinerario copre 11.179 km in 13 giorni, anziché i 36 giorni necessari per le spedizioni merci via nave. La linea interna della ferrovia passa per le città interne di Xi’an, Lanzhou e Urumqi, ed entra in Kazakistan dal Passo di Alataw, dopo aver attraversato la regione mongola del Bortala...
“La Repubblica Popolare Cinese e il Tibet”: progetto di ricerca del Cesem. Nel corso degli ultimi decenni la Cina si è dotata di una vasta rete ferroviaria ad alta velocità, efficace risposta ad una duplice esigenza: l’una afferente alla necessità interna di ridistribuzione demografica sul territorio – gli spostamenti rapidi permettono lo stanziamento anche in agglomerati urbani vicini ai grandi centri contribuendo a risolvere la problematica del sovrappopolamento – mentre l’altra è legata al pensiero politico-economico cinese che considera la leva dell’infrastruttura ferroviaria un ponte terrestre strategico capace di favorire il più veloce trasporto di persone e merci – alternativa alle insicure e lente rotte marittime e alla costosa movimentazione aerea – oltre che ad offrire la possibilità di aumentare la penetrazione economica, culturale e commerciale di Pechino nel resto del mondo. Lo sviluppo di una rete ferrata ad alta velocità – si intende qualsiasi servizio ferroviario commerciale che si muova ad una velocità superiore ai 200 km/h – prende le mosse nel 1990 quando il Governo di Li Peng capì che la crescita economica del Paese sarebbe passata anche per la modernizzazione delle proprie reti infrastrutturali e presentò all’Assemblea Nazionale del Popolo cinese l’idea di realizzare una linea ad alta velocità che, inizialmente, collegasse la capitale Pechino con Shangai. La proposta rimase tale fino al 1995, quando i lavori preparatori per la realizzazione della linea furono inseriti nel nono Piano Quinquennale (1996 – 2000) ma bisognò attendere il 2003 per l’attuazione concreta quando con treni che viaggiano a 250 km/h vengono collegate le città di Qinhuangdao e Shenyang, distanti 404 km, mentre fu con l’approvazione dell’undicesimo Piano Quinquennale (2006 – 2011) che Pechino impresse un’accelerazione decisiva all’intero progetto: l’obiettivo a lungo termine – fine del 2020 – è quello di posare a terra 180.000 chilometri di binari che colleghino le più importanti città della Cina e siano in grado di servire il 90% della popolazione. Nel luglio del 2008, un investimento di 2 miliardi di euro permette di collegare Pechino a Tianjin in appena 30′ mentre nel dicembre dello stesso anno entra in funzione la linea ad alta velocità più lunga del mondo: 2300 km di strada ferrata, da Pechino a Guangzhou, la vecchia Canton, coperte in appena 8 ore di viaggio grazie ad un treno che tocca i 350 km/h. Per gli anni 2011 – 2015 l’intenzione è quella di realizzare una sorta di reticolo ferrato composto da otto arterie principali che attraversano il Paese da Nord a Sud e da Est a Ovest e di potenziare le tratte nelle regioni centrali e occidentali della Cina. Nel 2014, in particolare, sono stati avviati i lavori relativi a 49 nuovi progetti e realizzati 7.000 km di nuove linee, per un investimento di circa 720 miliardi di yuan. Nei mesi di luglio e di agosto di quest’anno, la rete ferroviaria cinese ha movimentato poco meno di 500 milioni di passeggeri di cui il 36% da treni ad alta velocità. I progetti futuri tendono ad uscire dai...