articolo originale: http://www.asrie.org/associazione/osservatorio-regionale-mena-analisi-del-processo-di-transizione-democratica/ Nel 2011 il mondo assisteva ad un fenomeno senza eguali che stava investendo il Medio Oriente ed il Nord Africa: la Primavera Araba. Con l’obiettivo di instaurare il processo democratico all’interno del proprio stato, e quindi soverchiare il governo dittatoriale affermatosi con la forza militare, i paesi nord africani e mediorientali registrarono una serie di sollevazioni popolari documentante dal mondo dei social media. Il risultato di quello che era stato salutato e visto dall’Occidente come l’inizio di un processo democratico in grado di cambiare il mondo mediorientale e nord africano può essere considerato deludente ed ha registrato invece lo scoppio di una guerra civile in Siria, attualmente ancora in corso che vede contrapposte le truppe governative fedeli a Bashar al-Assad alle forze ribelli e ai gruppi militanti jihadisti, un governo guidato ancora dai militari in Egitto, grazie al colpo di stato che ha fatto decadere l’ex presidente regolarmente eletto Morsi della Fratellanza Musulmana, una Libia devastata dalle continue lotte interne ed in generale da una situazione di instabilità ed insicurezza che notevolmente ha influito sulla regione. La Dott.ssa Pilar Buzzetti nella presente analisi si è occupata di studiare il processo di transizione democratica della regione MENA evidenziando brevemente quali fattori hanno influito e continuano ad influire sulla sua realizzazione. Il processo di transizione democratica avviato negli stati della regione MENA (Medio Oriente e Nord Africa) finora non ha dato i frutti sperati. I principali fattori che avevano dato vita al processo rivoluzionario erano due: L’allontanamento dei giovani dallo Stato e da qualunque altra forma di autorità a causa di un forte malcontento che aveva radici prevalentemente sociali ed economiche fautore di un elevato livello di insoddisfazione. La significativa influenza dei gruppi militanti islamici nella regione i quali hanno creato un ribaltamento di ruoli senza precedenti. Entrambi questi fattori sono ancora presenti nella regione ma occorre indagare sulle cause del fallimento, seppur temporaneo, del processo di democratizzazione: Qualsiasi processo di democratizzazione deve avere alla propria base un popolo, che si identifichi come tale, e che si veda significativamente distinto dai suoi vicini. Questo presupposto non è soddisfatto in tutti gli stati della regione. I processi rivoluzionari e le transizioni demografiche non seguono le medesime logiche. Basti considerare che la rivoluzione tende ad escludere i vecchi membri del regime, mentre la democrazia li include. La democrazia si basa sulla rappresentanza, mentre la rivoluzione è fatta di persone, scaturisce dalle strade. Nella maggior parte dei paesi le classi che potrebbero prendere parte a una rivoluzione rappresentano una percentuale importante della popolazione. L’influenza dell’Islam politico, che al suo stato attuale si è dimostrato essere una sfida terribile per la democrazia, la democratizzazione e la stabilità regionale stessa. L’intera area si trova quindi ad affrontare gravi sfide alla sicurezza, anche se di tipo diverso. Il risultato di queste ondate rivoluzionarie e spesso scoraggianti è la riconsiderazione, da parte dell’opinione pubblica araba, del ruolo dello Stato. Nella maggior parte dei paesi del Nord Africa e del Medio Oriente, è ora la sicurezza e non la democrazia ad essere al centro...
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Minh Trang, Master in Economia Ministro degli Affari Esteri del Vietnam Attirare investimenti stranieri diretti (FDI) è sempre stata una parte chiave dei rapporti economici esteri del Vietnam. Il Vietnam ha già molti vantaggi competitivi, un forte clima per gli investimenti e sta lavorando duramente per diventare ancora più seducente agli occhi degli investitori stranieri. Il governo vietnamita sta facendo questo rinnovando vigorosamente l’ambiente del business e degli investimenti, e riconoscendo che il settore degli FDI è una parte integrale dell’economia – essenziale per ristrutturare l’economia ed ottenere la competitività nazionale. Il settore degli FDI conta attualmente per il 18% del PIL, il 46,3% del valore dell’industria ed il 66,2% di quello dell’export, e sta creando lavoro per più di 1,7 milioni di dipendenti. Nel 2014 gli investimenti stranieri diretti nel Vietnam per gli ultimi 11 mesi hanno mantenuto uno slancio costante, con un esborso pari a 11,2 miliardi di dollari, fino al 6,2% comparato allo stesso periodo del 2013. Gli FDI stanno raggiungendo il target annuale di 12,5 miliardi di dollari. La figura mostra che il provento degli FDI ha mantneuto uno slancio costante, tenendosi nella media di 1 miliardo di dollari al mese. Contando sia i capitali appena registrati che quelli aggiunti, gli investitori stranieri hanno riversato 17,33 miliardi di dollari in Vietnam nell’ultimo periodo di 11 mesi, pari all’83,3% di quello del 2013. Il 20 novembre 1427 progetti di FDI hanno ricevuto certificati per gli investimenti con un totale di capitali registrati di 13,41 miliardi di dollari, mentre 515 progetti sono registrati per accrescere il capitale, con una crescita totale di 3,92 miliardi di dollari. L’export nel settore degli FDI (compreso il greggio) negli ultimi 11 mesi ha raggiunto più di 92,21 miliardi di dollari, fino al 14,1% e contando per il 67,3% dell’export totale del paese. Le importazioni legate agli FDI hanno totalizzato più di 76,67 miliardi di dollari, fino al 12,5%. Da gennaio a novembre, il settore degli FDI ha visto un surplus commerciale di 15,54 miliardi di dollari. Gli FDI nei settori primari Le industrie manifatturiere e di trasformazione hanno attirato la maggior parte degli investimenti dagli investitori stranieri con 689 recenetemente registrati progetti ed un totale di capitale registrato ed aggiunto di 13,15 miliardi di dollari, pari al 75,9% del totale del capitale registrato in 11 mesi. Il settore immobiliare è secondo con 32 progetti registrati con un investimento totale di 1,27 miliardi di dollari, seguito dal settore delle costruzioni con un capitale totale registrato ed aggiunto di 1,02 miliardi di dollari. Attualmente, ci sono più di 9400 progetti attivi di manifattura in Vietnam con un capitale registrato pari a 138,5 miliardi di dollari. Fra 80 paesi e territori che investono nel settore manifatturiero, il Giappone è il più grande investitore, con più del 50% del capitale totale pari a 30,58 miliardi di dollari per 1282 progetti. I progetti manifatturieri sono prevalentemente concentrati nella regione meridionale, inclusa Dong Naj, Binh Duong, Ho Chi Minh City...
di Gaetano Mauro Potenza* SOMMARIO: 1. Il fenomeno della pirateria. 2. La pirateria nel diritto internazionale. 2.1 Missioni internazionali antipirateria. 3. La legislazione italiana sull’antipirateria. 4. Nuovi teatri. Per millenni il fenomeno della pirateria marittima si è intrecciato con gli eventi politici, economici e sociali che hanno interessato le principali potenze talassocratiche, oggetto di un’abbondante produzione storiografica, volta a testimoniare dagli albori ai giorni nostri l’acuirsi di un fenomeno sorto con la nascita del commercio marittimo. Non sempre infatti, come testimonia la storia, il fenomeno è legato al semplice banditismo o fatto criminoso, ma l’atto di pirateria ha assunto talora la portata di atto di ribellione e in alcuni casi atto di guerra guidato da potenze statutarie. Il presente studio ha l’obiettivo di darne una definizione fenomenologica e di studiare sia i nuovi teatri colpiti sia la recente legislatura italiana antipirateria. 1. Il Fenomeno della Pirateria. La pirateria è l’attività illegale di quei marinai, denominati pirati, che depredano le altre navi in alto mare. L’attività piratesca nasce nel momento in cui l’uomo ha iniziato a commerciare via mare, andandosi a sviluppare ed adeguandosi alle ere che si susseguivano. Oggi più che mai il fenomeno è in forte espansione vista la mole di merce pregiata (si pensi al petrolio) che viaggia via mare. Esaminando brevemente la storia della pirateria nei due secoli che hanno preceduto la Dichiarazione di Parigi del 1856, la quale stabiliva la messa al bando della guerra di corsa, possiamo assimilare fondamentalmente il fenomeno della pirateria antica con quello della moderna. Anche se sono cambiate le modalità di intervento nel corso della storia si continuano a configurare due tipi di piraterie: la prima, che potremmo definire pirateria d’opportunità, posta in essere da un piccolo gruppo di abitanti delle zone rivierasche solitamente dediti all’attività della pesca che sfruttando la conoscenza marinaresca decidono di equipaggiare un’ imbarcazione e con essa condurre un attacco diretto a rapinare i beni personali dell’equipaggio ed i valori rinvenibili sul natante attaccato e quant’altro facilmente asportabile e trasportabile; la seconda posta in essere da articolate organizzazioni criminali. La pericolosità del primo tipo di pirateria è relativamente ridotta e più facilmente fronteggiabile, perché, pur non escludendosi che essa fruisca di complicità locali, la sua capacità offensiva è modesta, i mezzi navali adoperati per gli assalti e le armi dei quali fa uso sono di limitata potenza. Discorso del tutto diverso va fatto per potenti organizzazioni che oggi operano nel settore; tali compagini hanno un collegamento con altre organizzazioni criminali, con gruppi politici nazionalistici ed insurrezionali e con le stesse autorità politiche, sia per le organizzate modalità e tecniche di assalto sia per la diversa finalità della loro azione. In alcuni casi si è riscontrato un collegamento diretto tra l’organizzazione criminale ed alcuni Stati che, amplificando il problema su alcuni specchi d’ acqua hanno provocato conseguenze geopolitiche a loro favore, basti pensare all’assegnazione di numerose missioni internazionali che aumentano l’introito di sovvenzioni Onu/Nato allo Stato che attua la missione,...
Il Vietnam sta portando avanti un’intensiva ed estensiva riforma con l’obiettivo di portare un nuovo impulso per mantenere il tasso di crescita economico raggiunto nel periodo 1990-2010 (approssimativamente il 7%). Questo è un obiettivo veramente importante per il Vietnam, per evitare la trappola del reddito medio e diventare un paese industrializzato. E’ veramente interessante notare come il Vietnam sia in un periodo di transizione, entrando in una nuova fase di sviluppo. Il piano di ristrutturazione economica del Vietnam è stato sviluppato sulla base della valutazione dei 25 anni di riforme, identificando i problemi rimanenti nello sviluppo del meccanismo delle nuove politiche. Certamente l’economia globale è in transizione e così lo sono anche molte economie, compresa quella del Vietnam. Dopo alcuni decenni di globalizzazione il boom insieme al progresso delle scienze, della tecnologia, delle telecomunicazioni e dei trasporti, ci ha portato a molti benefici che hanno condotto a nuove prospettive per molti paesi. Dopo quasi 30 anni spesi nel portare avanti una duplice politica di riforme, ristrutturazione interna e politica di apertura, il Vietnam ha ottenuto impressionanti progressi. Da un’inflazione galoppante intorno al 280% all’anno del periodo 1985-1988, l’inflazione è stata ridotta ad una sola cifra nel corso degli Anni Novanta. Da un’economia stagnante come quella degli Anni Ottanta, il Vietnam è diventato un’economia dinamica con una crescita media del PIL del 7% nel periodo 1991-2012, che ha aiutato ad aumentare il PIL procapite da 86 dollari (1988) a 1911 dollari (2013), rendendo il Vietnam un paese a reddito medio. Il livello di famiglie povere è stato ridotto dal 58% (1988) al 10% (2013). I successi sopra menzionati sono stati raggiunti grazie ad una riforma intensiva ed estensiva associata ad un modello di trasformazione strutturale. Il Vietnam è stato visto come un caso di successo nel variare il suo lavoro dal settore agricolo con bassa produttività ai settori dell’industria e dei servizi con alta produttività. La percentuale di impiegati nell’agricoltura è stata ridotta da più del 70% nel 1990 ad approssimativamente il 46% del 2013, risultando in una crescita del settore industriale e dei servizi. Il lavoro nel settore industriale è cresciuto continuamente per più del 10% dal 2000, in particolare quello nell’elettricità e nella produzione e nell’assemblaggio dell’elettronica ha toccato il 30% all’anno. Per trasformare effettivamente la struttura economica, il Vietnam ha portato avanti una serie di riforme interne che comprendono: Innanzitutto, le riforme istituzionali sono state assunte con l’obiettivo di creare un’economia dai tanti proprietari: statali, privati e stranieri, oltre al rimuovere allo stesso tempo le barriere per liberalizzare le forze produttive. La mole della proprietà di Stato è stata sensibilmente ridotta in un tempo relativamente ridotto, per fare spazio ai settori privati e stranieri. La quantità di impiegati nel settore statale è stata ridotta dal 40,2% del PIL del 1995 al 32,2% del 2013. Sviluppare i mercati finanziari per migliorare l’efficacia nell’allocazione delle risorse è stato uno dei pilastri principali. Da un solo sistema bancario (non c’era alcun concetto di banca commerciale nell’economia dirigista), il Vietnam è...
Il Tibetan National Congress ha iniziato una raccolta firme da presentare al sindaco di Roma Ignazio Marino per evitare che le possibili proteste degli shugdenpa al Summit dei Premi Nobel per la Pace siano tenute a debita distanza dal Dalai Lama per “motivi di sicurezza”, nonostante le contestazioni siano state sempre pacifiche. Il 2014 è stato un anno di grandi proteste contro il Dalai Lama. Ovunque è andato nei suoi tour occidentali ha ricevuto ampie contestazioni da laici e monaci buddhisti, che al grido di “False Dalai Lama” e “Dalai Lama, stop lying” hanno tentato di far sentire la propria voce al famoso leader tibetano. Non sarà stato piacevole per molti occidentali andati a sentire le sue conferenze che – nella loro ingenuità – pensavano che il Dalai Lama fosse un maestro stimato e benvoluto da tutti i praticanti buddhisti, e probabilmente si aspettavano un’atmosfera fatta esclusivamente di sacralità, incensi e ruote di preghiera. Per alcuni è stata davvero una scoperta, quando non un vero shock, assistere a questo spettacolo fuori dal comune. Otto i teatri di queste proteste: dagli Usa all’Olanda; dall’Italia alla Norvegia. Mentre a Livorno i media italiani hanno sostanzialmente trascurato il fenomeno, diverso è il caso delle ultime manifestazioni, in Germania e in Canada. Il fenomeno è giunto nei media internazionali, suscitando ampie polemiche i cui echi sono arrivati al cuore del Governo Tibetano in Esilio. A organizzare le manifestazioni è l’International Shugden Society, un’organizzazione legata alla New Kadampa Tradition. Il loro obiettivo è ottenere dal Dalai Lama – Premio Nobel per la Pace – quella libertà religiosa che nelle comunità tibetane in esilio gli è stata negata. La storia è molto complessa e richiederebbe altri approfondimenti, ma per riassumere possiamo dire che il Dalai Lama, diversi anni fa, ha vietato il culto di uno dei principali Protettori della scuola Gelug, chiamato Dorje Shugden. La sadhana di questo Protettore è una delle principali pratiche del suo lignaggio fin dai tempi del quinto Dalai Lama, ma Tenzin Gyatso di punto in bianco, dopo averlo praticato per anni, lo proclamò come un’entità demoniaca il cui scopo è quello di distruggere la vita del Dalai Lama e la causa del Tibet. Questo ha provocato, oltre che confusione e disorientamento, una dolorosa scissione nel lignaggio Gelug, dato che un circolo non ristretto di maestri gelugpa ha preferito la pratica di Dorje Shugden al proprio legame col Dalai Lama. Il fatto che la decisione del Dalai Lama sia o meno legittima è fonte di controversia, però molti critici ritengono strano – se Shugden fosse davvero un demone – che il Dalai Lama se ne sia accorto solo decenni dopo averlo praticato e non prima. E’ stato negli anni ’70, quando il Dalai Lama era sulla quarantina, che Tenzin Gytso cominciò a sconsigliare questa pratica. Ciononostante, la maggior parte dei Lama gelugpa continuava a praticarla in segreto, fino al divieto definitivo del 1996. Dopo di ché l’aut-aut: chi ha continuato a praticare Shugden è stato espulso dai monasteri. In un certo...
Il Brasile è il Paese in via di sviluppo più grande dell’emisfero occidentale, mentre la Cina è il Paese in via di sviluppo più grande del mondo. I legami bilaterali tra i due paesi potrebbero avere un impatto sulla cooperazione Sud – Sud e sul nuovo ordine mondiale emergente. I due paesi hanno annunciato la formazione di un partenariato strategico già nel 1993. In realtà, il Brasile è stato il primo Paese ad avere una partnership strategica con la Cina. Da allora, le relazioni tra i due paesi si sono sviluppate rapidamente, coprendo quasi tutti i settori. Tuttavia, ci sono 8 i miti riguardo alle relazioni tra la Cina e il Brasile: c’è una tensione crescente tra la Cina e il Brasile di cui il popolo non si renderebbe pienamente conto, dovuta al fatto che la Cina vuole solo importare le materie prime dal Brasile senza voler investire direttamente lì; le importazioni da parte della Cina di materie prime dal Brasile avrebbero creato problemi alla nazione sudamericana impedendole di sfuggire al “Male olandese” o alla cosiddetta trappola della “maledizione delle risorse”; il valore del Renminbi (RNB): la valuta cinese, è mantenuta troppo bassa e quindi mette il Brasile in una posizione di svantaggio nella competizione con la Cina;le importazioni a basso prezzo dalla Cina stanno uccidendo i produttori brasiliani e rendono l’industria brasiliana non competitiva nel mercato globale e nel mercato interno; il mercato cinese non è completamente aperto al Brasile; la Cina non sostiene lo sforzo del Brasile di diventare un membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e infine Cina e Brasile si contendono l’Africa. Evidentemente, per promuovere ulteriormente lerelazioni tra Cina e Brasile, bisogna sfatare i miti sopra citati. Da produttore di tè a partner strategico Le relazioni della Cina col Brasile risalgono ai primi anni del XIX secolo quando diverse centinaia di produttori di tè dalla Cina furono trasferiti come braccianti in Brasile via Macao. A metà del XIX secolo, il Brasile era sollecito nell’importare manodopera cinese per rimediare alla scarsità di forza lavoro, dopo l’emancipazione degli schiavi nel Paese e si offrì di stabilire relazioni diplomatiche con la Cina, la quale era, all’epoca, sotto la dominazione dei Qing. Nel 1880, Cina e Brasile siglarono un trattato di amicizia stipulando la creazione immediata delle relazioni diplomatiche e il flusso libero di persone e beni. La Repubblica Popolare Cinese (RPC) fu fondata nel 1949. Cuba è stato il primo paese dell’emisfero occidentale a riconoscerla nel 1960. All’epoca, la sfera di influenza degli Stati Uniti nell’America Latina era enorme. Di conseguenza, non era realistico sperare che il Brasile sviluppasse relazioni con la nazione comunista asiatica. Ma nell’agosto 1961, il presidente brasiliano Quadros mandò il suo vicepresidente João Goulart in Cina, come capo di una delegazione commerciale. In realtà, Goulart è stato il primo funzionariocapo di governo dell’America Latina a visitare la Nuova Cina dal 1949. E’ stato cordialmente ricevuto da Mao Zedong e da altri leader cinesi. Il 2 aprile 1964,...
All’inizio degli anni Novanta un gruppo di ingegneri argentini, capitanati da Daniel Ahualli e Ricardo Fernandez dell’Università nazionale di Tucuman, concepirono l’ambizioso progetto di stabilire una connessione ferroviaria tra l’Oceano Atlantico e quello Pacifico che attraversasse 4 paesi, con un percorso approssimativo di 4.700 km. Il progetto venne pubblicato nel gennaio 1994 durante il XIX Congresso Panamericano delle Ferrovie che si tenne sull’ Isla Margarita, in Venezuela. L’originalità dello studio consisteva nella possibilità di utilizzare le linee ferroviarie già esistenti, condizione che unita a riforme tecniche adeguate avrebbe consentito ingenti risparmi di spesa. La rotta proposta, (dal porto cileno di) Antofagasta – Socompa – Salta Tucuman –Pocitos – Yacuiba – Santa Cruz de la Sierra – Quijarro – Baurù – Corumbà – Sao Paulo – (al porto brasiliano di) Santos, se realizzata, costituisce una grande opportunità per lo sviluppo futuro delle regioni nordiche dell’Argentina e del Cile, della catena montuosa della Bolivia, del Mato Grosso brasiliano e una piattaforma eccellente per l’integrazione regionale e la proiezione internazionale del Cono sudamericano. Il progetto della ferrovia bioceanica è recentemente tornato alla ribalta durante la visita latinoamericana del Presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping, che ha sottoscritto insieme alla brasiliana Dilma Roussef e al presidente peruviano Ollanta Humala un memorandum che prevede l’accelerazione dei lavori. Per incoraggiare economicamente la realizzazione del corridoio ferroviario, il Governo di Pechino ha donato 11,5 milioni di dollari a quello di Lima, soldi che serviranno anche a rinforzare la cooperazione tra i due paesi nei settori minerario, energetico ed agricolo. Il Governo di Brasilia ha inoltre deciso di investire massicciamente nelle infrastrutture, in quanto dell’attuale rete ferroviaria di circa 30.000 km. di estensione, ne vengono effettivamente utilizzati solo 1.500. Le uniche due linee in funzione collegano Belo Horizonte a Vitoria e Sao Luis a Carajàs, ma l’intenzione della Roussef è quella di costruire 3.334 km di nuovi binari su 21 nuove rotte che attraverseranno 14 Stati brasiliani entro il 2020. Già nel 2015 invece, grazie anche all’aiuto cinese, il Brasile vorrebbe concludere l’infrastruttura che collegherà l’Atlantico al Pacifico attraverso altri tre Stati, Cile, Argentina e Paraguay, una linea ferroviaria lunga 3.567 km per un costo di 3,4 miliardi di dollari. Questa strategia di rafforzamento del trasporto delle merci su rotaia dovrebbe consentire un raddoppio delle attuali capacità: dagli odierni 145 miliardi di tonnellate per km. si dovrebbe arrivare nel 2045 ai 375 miliardi per km, includendo oltre ai prodotti agricoli anche rame e beni manifatturieri. Oltre alla ferrovia bioceanica Brasilia ha approvato, circa un anno fa, altri 30 progetti infrastrutturali fino al 2022, per una spesa di 14 miliardi di dollari; di essi i più rilevanti riguardano: il corridoio ferroviario tra i porti di Paranagua (Brasile) e Antofagasta (Cile), l’autostrada Caracas-Bogotà-Buenaventura-Quito, la ferrovia Santos-Arica (tratto boliviano) e l’autostrada Callao-La Oroya-Pucallpa. Le opere verranno finanziate principalmente dal BNDES (Banco Nacional Do Desenvolvimento) brasiliano ma, facendo esse parte del progetto IIRSA (Iniziativa per l’Integrazione delle Infrastrutture Regionali Sudamericane), dovrebbero ricevere i contributi anche del Bandes (Banco de...
Non è una novità che all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso sia stata proprio la Francia di François Mitterand, anziché la Germania di Helmut Kohl, a premere perché si arrivasse all’introduzione della moneta unica europea (ossia l’euro). “Obiettivo primario” della Francia non era certo quello di conseguire l’egemonia monetaria sul vecchio Continente, come sostengono alcuni “esperti” che evidentemente non riescono (per limiti ideologici e/o culturali) a liberarsi di rozzi schemi concettuali “economicistici”, bensì quello di risolvere una volta per tutte la “questione tedesca”, diventata di nuovo attuale dopo il crollo del Muro di Berlino. E che fosse una questione tutt’altro che marginale (non solo per la Francia) è facile capirlo, purché si tenga presente la storia europea, almeno dalla guerra franco-prussiana del 1870 fino alla Seconda guerra mondiale compresa. Eventi che conteranno poco per gli “esperti del villaggio globale” o per i complottisti d’ogni risma e “colore”, ma che senza dubbio alcuno non possono non considerarsi decisivi per “noi mortali”. Del resto, nel contesto in cui si pervenne al trattato di Maastricht, che appunto prevedeva la creazione dell’Unione economica e monetaria europea, rilevava non poco pure il progetto di una struttura di difesa europea, sia pure nell’ambito della NATO, ma incentrata ovviamente sul cosiddetto asse “Parigi-Berlino”. La potenziale sfida che tali decisioni politiche rappresentavano per gli Stati Uniti e in generale per quelli che si possono definire i centri di potere atlantisti, è palese dacché di fatto erano messi in discussione tanto l’egemonia del dollaro quanto il ruolo della NATO, ovvero i due pilastri fondamentali del “polo geopolitico” atlantico, rimasto allora l’unico vero “polo geopolitico” a causa della scomparsa dell’Unione Sovietica e dello stesso Patto di Varsavia. D’altro canto, saldare definitivamente la Germania all’Atlantico era un “imperativo geopolitico” anche per i circoli atlantisti che non potevano permettere che il “vuoto” generatosi con la fine dell’Urss venisse colmato da una Germania di nuovo unita, ma “’sganciata” dall’Europa occidentale e non più allineata agli interessi d’oltreoceano. In ogni caso, i francesi approvando il trattato di Maastricht (20 settembre 1992), benché di strettissima misura, spianarono la strada che avrebbe portato all’introduzione dell’euro, entrato ufficialmente in circolazione nel 2002 sia pure solo in 12 Paesi europei. Una scelta tanto più significativa quella della Francia, se si considera che era stata l’Assemblea nazionale francese nell’agosto del 1954, quando la Francia era ancora traumatizzata per la notizia della caduta di Dien Bien Phu, a votare contro la CED, ossia la Comunità di Difesa Europea che doveva comprendere anche la Germania. Il fallimento della CED dipese sia dal fatto che allora in Francia era ancora forte il timore di una rinascita della potenza militare ed economica tedesca, sia dal fatto che molti francesi non vedevano di buon occhio la nascita di una struttura militare (e quindi inevitabilmente anche politica) sovranazionale. Sicché, mentre il successo della CECA (Comunità Economica Europea del Carbone e dell’Acciaio) favorì la nascita del Mercato Comune Europeo (il trattato istituente il MEC venne firmato dai “Sei” a Roma nel marzo del 1957)...
Source: http://www.theguardian.com/world/2014/oct/28/eurasian-economic-union-russia-belarus-kazakhstan Until the last moment Alexander Lukashenko, the president of Belarus, held out for 7 October, to coincide with Vladimir Putin’s birthday. But in the end the parliament in Minsk ratified the treaty on Eurasian Economic Union on 9 October, the day before its first three members – Russia, Belarus and Kazakhstan – were due to meet. It would be simplistic to reduce the nascent EEU to a toy in the hands of the Russian president. When it comes into force, on 1 January 2015, it will be the most advanced organisation for regional cooperation the former Soviet bloc has seen, an achievement preceded by many false starts. In fact, the EEU already exists. It has a headquarters – a glass building near Paveletsky railway station in Moscow – and officials who would not look out of place in Brussels. Its member states have already lifted some internal customs barriers and harmonised others for the outside world. So much for the practical side, what analyst Nicu Popescu describes in an article for the European Union Institute of Security Studies as the “real” EEU, a trading alliance slated to guarantee free circulation of goods, services and assets, but not hydrocarbons. The other Eurasian Union is “imaginary”, the brainchild of Putin, first mentioned in October 2011. As he sees it, this organisation will be the equal of the EU and other major regional entities, a powerful bloc that will matter on the world stage. Its official formation is also intended to show the world that Russia has fully recovered, while crowning Putin’s efforts to pull together the states making up the post-Soviet sphere of influence. Those who deride the scheme see it as an attempt to restore the empire. This dream foundered last November in Kiev, when the Maidan protests started. They carried away President Viktor Yanukovych, guilty in the eyes of the demonstrators of refusing an association agreement with the EU. Ukraine, with its population of 45 million, was supposed to play a key role in the EEU, on account of its economic clout and the place it occupies in the Russian imagination and worldview. “Without Ukraine, Russia ceases to be a Eurasian empire,” the former US national security adviser Zbigniew Brzezinski wrote in The Grand Chessboard, in 1997. Ukraine had to be punished, for wanting to move closer to Europe but also for refusing to join the EEU, after Yanukovych’s demise. Moscow started by restricting trade with its neighbour, then annexed part of its territory (Crimea) and finally fomented war in its eastern extremity. Russia has also put pressure on Moldova and Georgia, both of which have so far shunned the EEU. Putin Nazarbayev Russian President Vladimir Putin, right, and Kazakhstan’s President Nursultan Nazarbayev. Both Belarus and Kazakhstan demanded subsidies in the form of gas or cash to join the EEU. Photograph: Dmitry Astakhov/AP Belarus and Kazakhstan have often voiced their concern at the treatment meted out to Ukraine. They have worked to limit the political weight of...
Il sogno dell’Europa unita, il sogno idealista, di Spinelli e amici, è finito. Ciò che rimane e che va avanti, trattato dopo trattato, è un processo di trasformazione giuridica ed economico-finanziaria voluto e guidato dall’alto essenzialmente nell’interesse del capitale finanziario. D’altronde, quand’anche realizzata, un’Unione Europea federale non avrebbe prospettive vitali, poiché, storicamente, nessun paese composto da popoli molto diversi per storia, abitudini, sistemi socio-economici, ha avuto successo. Già in passato ci si era accorti che la principale attività dell’UE, ossia la politica agricola comune, che assorbe l’80% del bilancio, era fallimentare almeno per molti paesi, ma ciò non aveva suscitato dubbi generali sulla opportunità dell’Unione Europea in sé. E’ solo oggi che si diffonde l’aspirazione o all’uscita dalla costruzione europea o a una sua ristrutturazione, poiché ci si accorge sempre più chiaramente e dolorosamente che l’Euro, Maastricht, le ricette finanziarie hanno prodotto il contrario di ciò per cui erano stati decisi dall’alto, non senza consenso dal basso: hanno cioè arrecato insicurezza anziché stabilità, recessione diffusa anziché crescita stabile, disoccupazione e miseria per decine di milioni di europei, divergenza delle economie e, altresì, degli interessi tra euroforti ed eurodeboli, anziché convergenza. Eppure si insiste su quella via. Vuol dire che chi ha il potere reale da essa trae profitto. Vediamo all’opera gli egoismi nazionali anziché la solidarietà. Ma anche gerarchia di potenza interna all’UE: la Germania è il paese creditore, quindi ha l’iniziativa politica, tutto dipende dai suoi sì e dai suoi no, ha il potere di commissariare i paesi debitori. Bella unione! Questo potere le viene dalla sua maggior efficienza competitiva rispetto a paesi come l’Italia, dalle migliori infrastrutture, tecnologie etc., dalle maggiori dimensioni, ma anche dal fatto che l’Euro, essendo (non una moneta ma) un blocco dei fisiologici aggiustamenti dei cambi valutari tra i paesi aderenti, favorisce le esportazioni tedesche, soprattutto intracomunitarie, e ostacola quelle dei paesi che si rilanciavano mediante la svalutazione competitiva, Italia innanzi tutti. In tal modo la Germania ha accumulato un enorme attivo commerciale verso l’Italia e altri paesi eurodeboli. Colma di capitali immigrati, e gestendo nazionalisticamente, fuori dalla sorveglianza della BCE, gran parte del proprio sistema creditizio, essa può assicurare alla propria economia credito abbondante e a tassi frazionari rispetto a quelli italiani, il che le consente di essere ancora più competitiva sull’Italia e di aumentare progressivamente il distacco da essa. Per contro, i paesi eurodeboli vengono costretti dalla Germania a perseverare in un rigore contabile controproducente, che sta peggiorando strutturalmente il rapporto pil/debito pubblico. A perseverare anche dopo che si è visto che esso è controproducente e causa grave recessione e disoccupazione. Non è che la pratica dell’austerità ci aiuti ad avvicinarci alla Germania – ce lo rende impossibile, sempre di più. Rende il distacco incolmabile. Molti credevano che l’avvento di Hollande all’Eliseo e la partecipazione della SPD al nuovo governo Merkel avrebbe portato a un allentamento del rigore, ma così non è stato: la Germania, che impone agli altri regole diverse da quelle che applica al suo proprio interno, ora è...