Sintesi del seminario tenuto da Lorenzo Salimbeni (presidente del Centro Studi Eurasia-Mediterraneo) lunedì 24 novembre agli allievi del corso di Storia dell’Europa Orientale dell’Università di Udine. Del saggio di Samuel Huntington poi diventato un volume, The clash of civilizations, è ben nota la parte inerente lo scontro di civiltà a partire da presupposti religiosi che contrappone l’occidente atlantista al mondo islamico. Tale prospettiva, incapace di cogliere le differenze e le varietà insite in ciascuno dei due blocchi, è stata tuttavia tanto propagandata e ripetuta che sono finiti in secondo piano altri spunti interessanti contenuti in quest’opera. Ad esempio il concetto di “paesi faglia”, vale a dire solcati da distinzioni e contrapposizioni tali da metterne a rischio l’integrità territoriale qualora posti sotto pressione. Uno di questi è l’Ucraina, distinta nella sua parte occidentale, maggiormente sensibile alla cultura europea, e nella porzione orientale, intimamente legata all’ecumene russo. Le due edizioni della cosiddetta “rivoluzione arancione” nonché il separatismo della Crimea e del Donbass affondano le loro radici proprio in questa linea di rottura. Prima ancora di essere Mosca o San Pietroburgo, la Russia fu Kiev, una località importantissima dal punto di vista religioso e simbolico, poiché proprio nell’allora capitale dei Rus’ il principe Vladimir il Grande decise nel 988 di abbandonare i culti pagani degli avi e di farsi battezzare. Il cronachista Nestor narra che la scelta della nuova fede venne presa in base alle relazioni che i messi del sovrano avevano esposto riguardo le tre religioni monoteiste: l’Islam non venne ritenuto adeguato per i propri sudditi in quanto vietava le sostanze alcoliche, la perdita di Gerusalemme con la contestuale distruzione del Tempio era interpretata come un segno di cattivo auspicio che gravava sull’ebraismo (che invece le tribù kazare avevano scelto in un sorteggio tra le tre confessioni rivelate), le cattedrali teutoniche avevano incupito gli osservatori regi, rimasti altresì estasiati dalla Cattedrale di Santa Sofia a Costantinopoli, al cui interno non riuscivano a comprendere se si trovavano ancora in terra o se erano già assurti ad una dimensione celeste. Tale profondo legame con Bisanzio, ove Vladimir fu battezzato, darà immediata prova di saldezza nel 1054, allorché lo scisma d’Oriente (o d’Occidente, secondo i punti di vista) creò la distinzione tra la Chiesa di Roma e quella Ortodossa, e suggellerà il passaggio di consegne avvenuto nel 1453 tra la Seconda e la Terza Roma in seguito alla conquista turca della vecchia capitale dell’Impero Romano d’Oriente. Nel frattempo il potere in Russia aveva spostato il suo baricentro sulle rive della Moscova e Kiev e l’Ucraina erano diventate oggetto dell’espansionismo polacco-lituano, il quale contemplava pure un risvolto missionario cattolico, teso a riprendere le crociate dei Cavalieri Teutonici che Aleksandr Nevskij aveva arrestato nel 1242 al lago Peipus. Origina a quest’epoca la spaccatura confessionale dell’Ucraina, in seguito alla nascita di una terza sfumatura del cristianesimo legata all’Unione di Brest: nel 1595 tale località ospitò un sinodo di vescovi ucraini, i quali scelsero di mantenere le forme ed i riti ortodossi e al contempo riconoscevano l’autorità pontificia....
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Essendo finito il Summit del Premi Nobel per la Pace, svoltosi a Roma dal 12 al 14 Dicembre, il Dalai Lama ha completato il proprio viaggio in Italia e possiamo fare qualche semplice riflessione. Come sanno tutti il Summit è stato spostato a Roma perché il Governo del Sudafrica non ha concesso il visto al Dalai Lama. Questo ha attirato al Governo Sudafricano parecchie critiche, con tanto di centinaia di persone arrabbiate che mostravano il proprio sdegno tramite email alle varie ambasciate sudafricane in giro per il mondo. La decisione di Pretoria non è stata inaspettata: facendo parte dei BRICS, gode di una amicizia strategica con la Cina che il governo vuole tenere cara. La scelta del Sudafrica è da comprendere e non da condannare: questo tipo di favori sono normali tra paesi alleati. L’Italia e altri paesi europei hanno fatto molto peggio: se ben ricordate, nel 2013 sospettando la presenza di Edward Snowden nell’aereo del presidente boliviano Evo Morales, con un atto di “prepotenza imperialistica” diversi paesi non hanno concesso il permesso di viaggiare nel proprio territorio all’aereo sospettato, costringendo il presidente del Bolivia ad una sosta di 10 ore a Vienna. Per fare un favore agli Stati Uniti abbiamo fatto una pessima figura internazionale. Come ci si aspettava, la visita del Dalai Lama in Italia è stata segnata da gravi proteste ad opera della New Kadampa Tradition, l’organizzazione più famosa che ha protetto e diffuso il culto di Dorje Shugden, il Protettore vietato dal Dalai Lama, nel mondo occidentale. E’ stato molto curioso osservare come nei giorni immediatamente precedenti alla visita del Dalai Lama nei maggiori quotidiani sia uscita la notizia che la famosa cantante Romina Power si è convertita al Buddhismo e pratica proprio Dorje Shugden, quasi a voler preparare l’opinione pubblica sulla controversia che, dal Tetto del Mondo, si sarebbe spostata pochi giorni dopo a Roma. Questa notizia ha sicuramente dato il suo contributo al fatto che, a differenza dell’ultima protesta di Livorno, i media italiani non hanno trascurato il fenomeno e gli hanno attribuito la giusta importanza. Tutti tranne “Repubblica”, probabilmente. Ma questo non deve stupirci se consideriamo che il suo corrispondente per l’Asia, Raimondo Bultrini, ha scritto un libro molto famoso su questa controversia, chiamato “Il demone e il Dalai Lama”. Questo libro non costituisce una trattazione imparziale ma – come ammesso dallo stesso autore – è un vero atto di propaganda della posizione di Tenzin Gyatso su questa spinosa controversia. A ogni modo, la visita del Dalai Lama in Italia ha probabilmente ricevuto più attenzione mediatica del previsto per un altro accadimento, relativo al fatto che il Papa non ha accettato di concedergli udienza nonostante le ripetute richieste. Questo ha attirato su Papa Francesco, per la prima volta dall’inizio del suo pontificato, un’ondata di critiche da parte di giornalisti e politici. Per diversi media è stata una notizia molto succosa il fatto che il nuovo Papa, che per alcuni è già rivestito da un’aura di santità, si sia piegato in maniera così...
di Pan Zhiping[1] Traduzione di Traduzione di Armida Pia Faienza In Cina, nell’autunno del 2013, si sono svolte due iniziative diplomatiche di apertura degne di nota. Una riguardava il concetto di “Cintura Economica della Via della Seta” presentata dal presidente Xi Jinping durante la sua visita in Asia Centrale; l’altra è stata la convocazione della conferenza sui lavori diplomatici riguardo ai paesi confinanti tenutasi a Pechino in ottobre e che, grazie al raggiungimento, in un periodo che va dai 5 ai 10 anni prossimi, di obiettivi strategici nei lavori diplomatici della Cina a proposito dei paesi confinanti, ha significato molto per la realizzazione dei due obiettivi secolari stabiliti al 18˚ Congresso Nazionale del Partito Comunista cinese, che accompagnano un’inedita situazione geopolitica in Asia centrale. Lo sviluppo economico cinese a rapida crescita ha registrato grandi traguardi nei 30 anni e più di riforme e di apertura. In generale, le parti orientali della Cina si sono sviluppate a una velocità maggiore e in particolare le aree del delta del fiume delle Perle e del delta del fiume Yangtze saranno le prime a modernizzarsi. La regione occidentale, comunque, sta ancora lottando per costruire una società moderatamente ricca. Questo tipo di sviluppo disuguale tra est ed ovest impedisce lo sviluppo generale del paese. Dal punto di vista di un’ apertura, le aree costiere della Cina orientale hanno già stabilito stretti legami con il resto del mondo attraverso l’oceano Pacifico, mentre le regioni occidentali stanno ancora marciando verso l’Asia centrale mediante l’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai e non si è ancora avventurata in un viaggio verso l’Atlantico. Il concetto di una “Cintura economica della Via della Seta”, concepita dalla nuova leadership cinese, fornirà un’opportunità senza precedenti per lo sviluppo generale e delle singole regioni occidentali arretrate. Un cammino verso il grande sviluppo e la grande apertura La Via della Seta è il nome delle antiche rotte commerciali che univano le due estremità del continente eurasiatico attraverso l’Asia Centrale. Come porta di accesso e veicolo di conoscenza e di commercio tra le civiltà occidentali e orientali, queste rotte hanno giocato un ruolo eccezionale nello sviluppo storico del mondo. Oggi, un’estremità del continente eurasiatico è l’economia europea altamente sviluppata e l’altra l’economia a rapida crescita dell’Asia Pacifico, con la vasta regione centrale meno sviluppata nel mezzo. La nozione di Cintura economica della Via della Seta rappresenta esattamente la cooperazione in questa vasta regione ed ha come scopo la connessione tra l’ economia asiatico-pacifica e quella europea. L’Asia centrale era un tempo lo snodo della Via della Seta e tornerà ad esserlo di nuovo se si realizzerà una Cintura Economica della Via della Seta. Lo sviluppo di quest’area economica dipende dallo sviluppo dell’Asia centrale. In questo senso, la Cintura Economica della Via della Seta proposta dal presidente Xi Jinping durante la sua visita in Asia Centrale raggiungerebbe l’Oceano Atlantico e l’Oceano Indiano. Nonostante l’area dell’Asia Centrale sia ricca di risorse minerali, rimane una zona sottosviluppata. E la popolazione totale dell’Asia centrale è di soli 60 milioni,...
“Timbuktu is in the hands of Islamic fundamentalists”. This is what newspaper headlines and agencies wrote in early July 2012, reporting the destruction of mosques and shrines by militants of Ansar ed-Din, who had taken control of the holy city of Mali. Here we are not interested in entering into the merits of the clash between the militants and the government, or between the militants and the “secular” Tuareg, who were their allies just a short time ago. But one thing must be said: without the elimination of Gaddafi, who was not an “atheist” at all, that pandemonium in Mali – which follows the “masterpiece” in Libya operated by individuals of the same mindset – would not have been possible… Leggi tutto l’articolo di Enrico Galoppini: galoppini_who_manoeuvres_islamic_modernists
Il 9 gennaio 2015, a Milano, presso la Sala Verdi del Conservatorio della Musica, Via Conservatorio 12, si terrà un concerto di musica tradizionale persiana per celebrare la ricorrenza dell’anniversario della nascita del Profeta dell’Islam. Suoneranno i musicisti del gruppo musicale Sepid o Siah (Bianco e Nero), per la prima volta in Italia. L’evento è promosso dall’Istituto Culturale dell’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Iran di Roma. Pieghevole dell’evento poster dell’evento
Intervista a cura di Filippo Bovo Recentemente Lei è stato in Cina come membro della delegazione della stampa italiana in visita nel Paese. Ha visitato dei siti e dei monumenti d’importanza mondiale, come la Grande Muraglia, l’Esercito di Terracotta ed il Museo degli usi e dei costumi tradizionali e popolari del Guanzhong. Ciò Le avrà sicuramente permesso di valutare la differenza nel modo di valorizzare e tutelare il patrimonio storico e culturale tra la Cina ed il nostro Paese. Che impressione ne ha tratto? Quali lezioni può trarne l’Italia? Il popolo cinese ha un grande orgoglio del proprio passato. Non solo il governo e le istituzioni, ma anche i cittadini sono molto legati alle tradizioni profonde della Cina. I suoi cinquemila anni di civiltà non sono stati affatto scalfiti dalla modernizzazione. Lo stesso Partito Comunista Cinese giunse al potere nel 1949 dopo un secolo di umiliazioni e conflitti terribili per la popolazione cinese, contro nemici interni ed esterni, che forgiarono la sua capacità di resistenza fisica, spirituale e culturale. Il governo conferisce una straordinaria importanza allo studio storico di quel secolo affinché i giovani, che oggi possono godere dei vantaggi dello sviluppo economico, non dimentichino – cito testualmente – “il sacrificio compiuto dai padri per il bene della nazione”. I siti storici sono ovviamente tenuti in grande considerazione e tutelati direttamente dalle autorità pubbliche. Di certo, l’Italia ha una lunga tradizione in termini di conservazione dei beni culturali ma abbiamo dei problemi a valorizzarli e a farli nostri. Spesso li consideriamo oggetti asettici, vetrine per turisti a cui noi possiamo permetterci di non dare tanta importanza. Al di là dei centri più noti, come Roma, Milano, Venezia, Torino o Firenze, molti turisti sono costretti a seguire itinerari “spontanei”, scoprendo le migliaia di altre bellezze “minori” quasi per caso, di passaggio. In Cina questo non avviene. Ogni possibilità di entrare in contatto con la tradizione è veicolato attraverso strumenti pubblicitari o pacchetti turistici: edifici di culto, residenze imperiali, ma anche sale da tè tradizionali, luoghi ricreativi o ristoranti di un certo tipo, immergono il forestiero nella storia e nella cultura del Paese, permettendogli di iniziare a conoscerlo. Un’altra possibilità di confronto è data dal giornalismo. Lei ha incontrato i funzionari dell’Associazione dei Giornalisti Cinese, ha visitato la sede di Radio Cina Internazionale e di altre importanti testate locali dello Shaanxi. Quali differenze ci sono nel modo di fare giornalismo in Italia ed in Cina? Qual è il ruolo del giornalista nella società cinese? Sul piano strettamente professionale, organizzativo e tecnico, i colleghi cinesi hanno ormai raggiunto un livello praticamente identico a quello occidentale, come dimostrano anche i possenti mezzi materiali ed economici a disposizione dell’editoria ed i numeri impressionanti in termini di personale impiegato, tra redattori, collaboratori ed operatori in genere, presenti nelle redazioni cartacee o radiotelevisive. Sul piano operativo, invece, è molto forte il senso della responsabilità e della corrispondenza ai fatti, che va a controbilanciare la libertà d’espressione. In Occidente, molti ritengono che la libertà di parola...
“La Repubblica Popolare Cinese e il Tibet”: progetto di ricerca del Cesem. di Marco Costa Quando il viaggio della mia vita é giunto alla fine e, poiché i parenti non possono seguirmi da questo mondo, solo vago nello stato di bardo, possano i buddha pacifici e infuriati intervenire con il potere della loro compassione e disperdere le fitte tenebre dell’ignoranza. Quando, separato dagli amici che amo, solo vado vagando e le forme vacue delle mie proiezioni appaiono, possano i buddha intervenire con la forza della loro compassione affinché i terrori del bardo non emergano. Quando le cinque luminose luci della saggezza splendono, possa io, senza paura, riconoscere me stesso; quando le forme pacifiche e infuriate appaiono, senza paura, con fiducia, possa io riconoscere il bardo. Ai fini della nostra ricerca, che consiste nello scoprire, indagare, presentare e approfondire alcuni elementi della cultura e della tradizione proprie della Regione Autonoma Cinese del Tibet, un primo momento deve essere senz’altro dedicato ai temi riguardanti il suo immenso – e certamente complesso se non controverso – patrimonio culturale religioso. In relazione a ciò, ed al fine di comprendere più approfonditamente la visione mistico-religiosa del buddhismo tibetano, una lettura imprescindibile è costituita dal cosiddetto Bardo Thodol, testo maggiormente conosciuto in occidente con i titoli di Libro tibetano dei morti o anche di Libro tibetano del vivere e del morire. Va anzitutto ricordato che il Bardo Thodol fu composto dal grande maestro Padma Sambhava (o Padmasambhava), in un’epoca databile tra l’VIII e il IX secolo, e destinato essenzialmente ai buddhisti indiani e tibetani. Fu da questi nascosto per un’era imprecisata a venire, e ritrovato solamente nel XIV secolo da Karma Lingpa. Il Bardo Thodol fa parte di una serie di istruzioni riferentisi ai sei metodi canonici di liberazione: liberazione attraverso l’udire, liberazione attraverso l’indossare, liberazione attraverso il vedere, liberazione attraverso il ricordare, liberazione attraverso il gustare e liberazione attraverso il toccare. Liberazione, in questo caso, significa che chiunque venga in contatto con questo insegnamento, per il potere di trasmissione contenuto in questi tesori, sperimenta un improvviso lampo di illuminazione. Tali preghiere-istruzioni furono composte da Padma Sambhava e trascritte probabilmente da sua moglie, Yeshe Tsogyal, assieme al sādhana dei due mandala delle quarantadue divinità pacifiche e delle cinquantotto infuriate. Questo maestro buddhista, in Tibet è noto come il Prezioso Maestro o Guru Rinpoche, ed è venerato dalla scuola Nyingmapa come secondo Buddha. Viene considerato il primo e più importante diffusore del buddhismo in Tibet, particolarmente del Vajrayana e il fondatore del buddhismo tibetano. Il suo culto è diffuso anche in Bhutan e nel Sikkim del’India. Padma Sambhava seppellì questi testi sui monti Gampo, nel Tibet centrale, dove, più tardi, il grande maestro Gampopa fondò il suo monastero. Oltre a questo, molti altri testi e oggetti sacri furono seppelliti ovunque in vari luoghi del Tibet, e sono solitamente noti come terma, ovvero tesori nascosti. Padma Sambhava, l’autore, trasmise il potere di scoprire i terma ai suoi venticinque discepoli principali....
“La Repubblica Popolare Cinese e il Tibet”: progetto di ricerca del Cesem. di Stefano Vernole Introduzione Il Tibet, regione autonoma della Repubblica Popolare Cinese, si trova nella parte meridionale dell’altopiano Qinghai-Tibet, al confine sud-ovest della Cina. Il Tibet è stato parte integrante della Cina fin dai tempi antichi ma prima degli anni 1950 era una società di servitù feudale, dominata da un governo teocratico attraverso una combinazione di poteri politici e religiosi. I funzionari di governo, gli aristocratici e i monasteri mantenevano di comune accordo uno stretto controllo sulle risorse e le ricchezze del Tibet, mentre il popolo tibetano viveva una situazione di miseria terribile, senza alcuna libertà. La fondazione della Repubblica Popolare Cinese nel 1949 ha segnato l’ingresso del Tibet nella civiltà moderna. Dopo una serie di importanti tappe storiche, dalla sua liberazione pacifica alle riforme democratiche per la costituzione della regione autonoma e l’apertura al mondo esterno, il Tibet è stato mantenuto nella stessa corsia di sviluppo del resto della Cina. I punti principali della strategia economica sono stati fondamentalmente quattro: 1) la stipulazione di accordi paritari e di mutuo vantaggio con i Paesi limitrofi sulla base dei “cinque principi della coesistenza pacifica”, che hanno posto fine allo stato semi-coloniale del Tibet; 2) la costruzione delle strade Kang-Tibet e Qinghai-Tibet e dell’aeroporto Dangxiong, che hanno implementato i trasporti e rafforzato i collegamenti tra Lhasa e Pechino; 3) la costruzione di fabbriche e fattorie sintetiche dotate di moderni impianti industriali, banche, società commerciali, uffici postali … per favorire lo sviluppo industriale e commerciale del Tibet; 4) l’introduzione di avanzate tecnologie di coltivazione tramite il dissodamento dei terreni deserti e la costruzione di fattorie, la concessione di crediti a fondo perduto per l’agricoltura, l’allevamento e l’artigianato che ne hanno consentito il decollo economico. Mezzo secolo dopo, il Tibet è un mondo completamente diverso da quello che era prima degli anni ‘50. Il popolo tibetano ha guadagnato la libertà, l’uguaglianza, la dignità e gode completamente dei frutti della civiltà moderna. La Costituzione della Repubblica Popolare Cinese stabilisce che tutti i cittadini, raggiunta l’età di 18 anni, possano votare e candidarsi alle elezioni indipendentemente dall’etnia, dalla razza, dal sesso, dalla religione, dalla professione … Secondo i dettami costituzionali i suoi abitanti lavorano duro e all’unisono verso la costruzione di una società socialista unita, democratica, ricca, culturalmente ed eticamente avanzata, armoniosa. Lo sviluppo ed il progresso si accordano con le regole seguite nello sviluppo della società umana e riflettono le aspirazioni comuni di tutti i gruppi etnici in Tibet – oltre ai tibetani, almeno una dozzina – Han, Hui, Moinba, Lhoba, Naxi, Nu, Drung e altri. Si tratta del risultato naturale dello sviluppo e del progresso della Cina nel suo complesso, come dimostra l’ineluttabilità della storia di quella nazione. Lo sviluppo e il progresso nel Tibet moderno derivano anche dalla logica insita nel suo ambiente sociale e storico, in linea con il progresso della civiltà moderna. Prima del 1959, invece, il Tibet era una società...
Storia, Sviluppo e Potenzialità della Regione Autonoma Cinese Autore: Marco Costa Anno:2014, Dati: 224 p., ISBN:9788898444182 La Regione Autonoma Cinese del Tibet, con la sua millenaria tradizione culturale, vive in questi anni una stagione di straordinaria crescita economica e sociale, sostenuta grazie agli importanti investimenti programmati dal Governo di Pechino. Dimenticati i secoli bui del suo secolare passato feudale – in cui il fattore religioso esercitava un ruolo oscurantista – il Tibet è oggi al centro di quella Nuova Cina che guarda alla modernità e all’apertura riformatrice verso l’esterno. Il presente volume ripercorre le tappe principali della storia di questa regione, che a partire dal tredicesimo secolo ha legato indissolubilmente i propri destini a quelli della Cina, fino ad arrivare agli anni recenti della liberazione e delle riforme prima sociali e poi economiche avviate dalla Repubblica Popolare. E, infine, vuole tratteggiare le caratteristiche dello sviluppo della regione, che va considerato sempre più quale snodo infrastrutturale di tutta l’area centro asiatica nonché polo di attrazione turistica, dato il suo inestimabile patrimonio di paesaggi, religioni, tradizioni che costituiscono una risorsa culturale di inestimabile valore per la Cina contemporanea. Prezzo: euro 15 Fonte
di Marco Costa Per secoli la Cina è stata una civiltà che ha saputo giocare un ruolo primario e di leadership all’interno dell’Asia fino al XIX secolo quando il paese ha registrato un notevole arresto culturale, politico ed economico. Grazie a Mao Zedong, dopo la Seconda Guerra Mondiale, la Repubblica Popolare Cinese è riuscita ad imporre una forma di governo, il sistema socialista autocratico, che ha permesso di assicurare al paese sovranità territoriale, controlli severi sulla vita quotidiana dei cinesi e sui costi. Succeduto a Mao Zedong nel 1978, Deng Xiaoping e gli altri esponenti del partito comunista cinese hanno dato il via ad una economia orientata verso il libero mercato che ha fatto registrare un significativo sviluppo nazionale economico a partire dal nuovo millennio. Attualmente la Cina registra una crescita del proprio PIL pari al 7.3%, dato che subirà un decremento nei prossimi cinque anni secondo le stime degli esperti attestandosi nel 2019 al 5.5%. Ma quali sono stati i fattori che hanno favorito la crescita economica della Cina e la sua affermazione a livello mondiale? Il Dott. Marco Costa, responsabile dell’area euroasiatica presso il CeSEM (partner dell’Associazione), analizza e presenta le linee guida che hanno costituito il modello economico cinese effettuando un raffronto con il modello economico occidentale e con le relative performance. Ci siamo abbastanza diffusamente occupati dello straordinario fenomeno della crescita cinese già in due volumi di recente pubblicazione, La Grande Muraglia (Cavriago, 2012), vertente sulle dinamiche strettamente ideologiche e geopolitiche relative alla pacifica ascesa della Cina Popolare, e in La Via della Seta – Vecchie e Nuove Strategie Globali tra la Cina e il Bacino del Mediterraneo (Cavriago, 2014), dedicato a diversi aspetti storici e culturali di interrelazione tra area europea e area dell’estremo oriente. Tuttavia risulta evidente che l’argomento Cina – tanto a livello economico visto l’interesse rispetto alle opportunità commerciali, quanto a livello ideologico nell’analisi dell’originalità del modello socialista cinese, non meno che a livello geopolitico rispetto alla chiarificazione della teoria dello sviluppo multilaterale delle relazioni internazionali – può tutt’altro che considerarsi esaurito. Risulta utile a tal proposito proporre un raffronto, almeno schematico, tra le linee guida che hanno segnato il modello economico occidentale (quindi euro-americano) e quello cinese nel corso degli ultimi due decenni; date premesse diverse, dati fondamentali economici diversi, non deve quindi stupire che i risultati, le performance macroeconomiche delle due rispettive aree risultano nel mondo contemporaneo del tutto differenti se non opposte. La crisi del capitalismo occidentale ha avuto infatti almeno tre premesse. In primo luogo uno straordinario processo di finanziarizzazione dell’economia, secondo cui si immaginava di portare avanti un modello in cui il denaro si sarebbe moltiplicato infinitamente come variabile indipendente dei processi di produzioni di beni reali (per dirla alla Marx, passando da M-D-M’ a D-M-D’ a D-D’-D”).[1] In definitiva la crescita del ruolo della finanziarizzazione è strettamente collegata al processo di innovazione finanziaria avvenuto a partire dagli anni 1980. Tale processo, sospinto dalla deregolamentazione (il cosiddetto neoliberismo) e tradottosi nella creazione e nella diffusione in un mondo sempre più globalizzato di strumenti finanziari oltremodo strutturati e complessi, se in un...