a cura di Stefano Vernole
Il Generale Maurizio Boni ha un ricco curriculum vitae. Durante la sua carriera militare è stato il vice comandante dell’Allied Rapid Reaction Corps (ARRC) di Innsworth (Regno Unito), capo di stato maggiore del NATO Rapid Reaction Corps Italy (NRDC-ITA) di Solbiate Olona (Varese), nonché capo reparto pianificazione e politica militare dell’Allied Joint Force Command Lisbon (JFCLB) a Oeiras (Portogallo).
Ha comandato la brigata Pozzuolo del Friuli, l’Italian Joint Force Headquarters in Roma, il Centro Simulazione e Validazione dell’Esercito a Civitavecchia e il Regg. Artiglieria a cavallo a Milano ed è stato capo ufficio addestramento dello Stato Maggiore dell’Esercito e vice capo reparto operazioni del Comando Operativo di Vertice Interforze a Roma.
Tuttavia, il suo libro sul “vincolo transatlantico” è perfettamente comprensibile anche dai non addetti ai lavori e, soprattutto, apre finalmente uno squarcio di luce sulla storica subordinazione dell’Europa nei confronti degli Stati Uniti d’America. Lungi dal rappresentare un’opportunità, tale vincolo ha costantemente impedito al Vecchio Continente di diventare un soggetto geopolitico autonomo, anche se soltanto ora qualcuno inizia a lamentarsi del “conto da pagare”.
Preceduto da una ficcante prefazione del Generale Fabio Mini: “E’ facile calcolare quanto abbia perduto l’Europa in questa spirale di crisi e guerre senza fini e senza fine in nome del vincolo transatlantico: tutto! …”, il libro di Boni analizza i principali documenti alla base del pensiero strategico statunitense post 1945 (ben sintetizzato dai vari Kissinger, Brzezinski, Kagan, Walt …), individuando una continuità indiscutibile nel rapporto egemonico esercitato dalle varie Amministrazioni USA. L’Europa, cioè, deve essere abbastanza forte nella divisione del lavoro atlantica, ma non abbastanza forte da contrastare le decisioni di Washington.
La stessa dialettica unilateralismo-multilateralismo è comunque funzionale all’espansione dell’influenza occidentale nel suo complesso e l’incompiutezza politica europea viene descritta come una struttura permanente che giustifica e perpetua il protettorato statunitense. Da un punto di vista psicologico: “Il vassallo critica il signore per fingere di non essere vassallo, ma entrambi sanno che si tratta di finzione … l’autonomia strategica genera ansia anziché entusiasmo”.
Se il documento della National Security Strategy statunitense del 2025 parla esplicitamente di “plasmare l’Europa”, l’imperativo rimane quello di impedirne lo slittamento strategico: la UE non può essere “economicamente dipendente da potenze rivali” oppure “integrata in un blocco eurasiatico alternativo”; il Vecchio Continente deve invece rimanere una sorta di “spazio interno dell’ordine americano, perno strutturale dell’equilibrio occidentale”. E quando i vari Trump o Vance calcano troppo sul linguaggio imperiale, ci pensa Rubio con il suo tono conciliante e rassicurante a far digerire l’amara pillola senza variare di un millimetro le posizioni di fondo dell’attuale Amministrazione presidenziale (secondo Ischinger, dopo il suo discorso alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco di Baviera “L’Europa può tirare un sospiro di sollievo”, mentre, come rileva giustamente Boni, ciò che Rubio ha offerto è “subordinazione senza reciprocità”).
La chiosa finale: “A Monaco, gli Stati Uniti si sono assicurati l’allineamento dell’Europa con modalità molto pratiche” è la migliore risposta alla domanda fondamentale sottesa in questa ricerca: “Esiste la possibilità di trasformare quel rapporto da relazione egemonica a cooperazione tra soggetti realmente sovrani?”. Evidentemente no.
IL LIBRO
In un momento storico nel quale i rapporti transatlantici sono oggetto di una profonda rivalutazione critica, il libro identifica e racconta le costanti del discorso egemonico americano nei confronti dell’Europa dal punto di vista politico militare dalla fine degli anni Quaranta sino ai giorni nostri. Si tratta di quelle strutture profonde del pensiero strategico che, al di là delle alternanze politiche, delle crisi diplomatiche e delle trasformazioni geopolitiche, si sono riprodotte con impressionante coerenza nel corso di ottant’anni di relazioni tra gli Stati Uniti e l’Europa definendone i limiti ma, soprattutto, i vincoli da rispettare.
L’autore propone quindi un’analisi storica degli avvenimenti a ridosso della fine della Seconda Guerra mondiale, dove tali vincoli si sono originati, e di alcuni testi chiave del pensiero realista e neoconservatore statunitense, che includono il documento sulla strategia di difesa nazionale del 2025. Testi scritti da uomini che hanno non solo pensato il potere americano, ma lo hanno, in molti casi, concretamente esercitato: da Henry Kissinger a Zbigniew Brzezinski, da Robert Kagan ai protagonisti attuali del dibattito contemporaneo. Comprendere l’egemonia americana nelle sue dimensioni storiche e teoriche, significa interrogarsi sulle condizioni che hanno reso possibile, e per molti versi inevitabile, la subordinazione dell’Europa al pensiero strategico di Washington, ma anche chiedersi se le possibilità di trasformare quel rapporto da relazione egemonica a cooperazione tra soggetti realmente sovrani siano ancora aperte, o già irrimediabilmente compromesse.
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