Modena, la “Terra degli Ariani” e le ambizioni occidentali: L’Iran tra resilienza millenaria e guerra ibrida

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di Filippo Perderzini

Oltre sessanta persone presenti. Un pubblico numeroso per l’incontro, alla fine anche e soprattutto di geopolitica, tenutosi Modena venerdì 17 aprile scorso presso la sala parrocchiale della chiesa dello Spirito Santo. Il tema, “Conoscere l’Iran”, ha rivelato un’inedita sete di comprensione verso una delle nazioni più antiche e, contemporaneamente, più cruciali per gli equilibri del XXI secolo.

L’evento, moderato da Filippo Pederzini (che ha aperto i lavori con una densa panoramica sui tremila anni della civiltà iranico-persiana), ha provato a scardinare la narrazione emergenziale che riduce Teheran a mero “attore di crisi”. Ne è emerso il ritratto di un Paese che non subisce passivamente la geopolitica, ma la orienta attraverso una resilienza culturale unica, capace di assorbire conquistatori, sanzioni e persino la pressione militare diretta.

L’anima antica e la rivoluzione del 1979

Pederzini ha ricordato come l’identità iraniana (dall’avestico Aryānam, Terra degli Ariani) preceda di molto la rivoluzione islamica. Da Ciro il Grande e il suo cilindro dei diritti – primo esempio di pluralismo imperiale – fino all’incontro con l’Islam nel 650 d.C., dove la nuova fede fu “iranizzata” anziché cancellare il Farsi, l’Iran ha sempre difeso la sua specificità. Una specificità che include un cristianesimo millenario (presente già negli Atti degli Apostoli con Parti e Medi) e che ancora oggi garantisce seggi in Parlamento a armeni e assiri.

Ma è stata la svolta del 1979 a cristallizzare la percezione occidentale. La Rivoluzione Islamica non fu solo anti-scià, ma anti-imperialista in senso assoluto: né USA, né URSS. Un terzo polo che, come ha spiegato Stefano Vernole (CESEM), si regge su un principio teologico-politico spesso incompreso in Occidente: il Velayat-e Faqih (il vicariato del giureconsulto).

“La Repubblica Islamica si caratterizza essenzialmente per il principio del Velayat-e Faqih – ha sottolineato Vernole – perciò la massima autorità religiosa del paese ha sempre l’ultima parola nelle decisioni politiche in caso di controversia. Tutte le più importanti istituzioni politiche sono ad elezione popolare diretta ma i suoi rappresentanti devono sempre rispettare i principi islamici.”

Vernole ha poi evidenziato un dato strategico spesso trascurato: con l’uccisione della Guida Suprema, i Pasdaran (Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica) hanno assunto un ruolo sempre più preponderante. Ma è la geografia fisica a rendere l’Iran “invincibile” militarmente. “Militarmente è difficile sconfiggere l’Iran – ha precisato – sia per la sua conformazione territoriale, sia per la sua capacità di rappresaglia con missili e droni e soprattutto con la chiusura dello stretto di Hormuz, che potrebbe essere amplificata da quella di Bab el-Mandeb da parte degli Houthi yemeniti. Le conseguenze economiche per Europa e Asia sono notevoli, ma anche l’innalzamento dei prezzi della benzina per i consumatori statunitensi rappresenta un problema.” In altre parole, il tallone d’Achille di Washington non è solo il Golfo, ma il consenso interno: un’inflazione da shock petrolifero farebbe tremare qualsiasi amministrazione.

L’effetto paradosso della massima pressione

Se il 1979 ha portato la Rivoluzione Islamica, le conseguenti sanzioni, inasprite anno dopo anno e la guerra imposta dal 1980 dall’Occidente attraverso il vicino Iraq, sono stati gli anni successivi al 2015 a definirne la proiezione esterna. L’accordo sul nucleare (JCPOA) voluto da Obama fu interpretato da molti come una distensione. Ma per Matteo Marchioni (collaboratore CeSEM e Rivista di studi geopolitici Eurasia), quella fu solo una “parentesi tattica, non una svolta strategica”.

Marchioni ha offerto la chiave di lettura più innovativa della serata, spostando l’analisi dall’Iran alla competizione sistemica globale. “La politica americana verso l’Iran, al di là delle alternanze alla Casa Bianca, presenta una sostanziale continuità strutturale. Oggi il dato più interessante è un altro: non sono tanto le scelte di Washington a essere cambiate, quanto le condizioni esterne.”

Secondo l’analista, il riallineamento strategico tra Russia e Cina ha trasformato la questione nucleare iraniana in una pedina della competizione globale. “Più Mosca e Pechino si avvicinano, più Teheran acquisisce valore sistemico per loro, e meno Washington può permettersi flessibilità. Così, paradossalmente, la rigidità americana non è solo espressione di una dottrina ideologica, ma l’effetto collaterale di un ritorno alla logica bipolare. Ogni possibile concessione all’Iran verrebbe letta come un cedimento all’asse rivale.”

Marchioni ha citato l’uccisione del generale Soleimani e gli attacchi militari del 2025 come tasselli di una stessa politica di “contenimento muscolare”. Ma il risultato è controproducente: “Questa linea spinge l’Iran sempre più tra le braccia di Russia e Cina, accelerando quel riallineamento geopolitico che Washington vorrebbe invece rallentare ed eliminare. È il classico paradosso della coercizione: più si stringe la morsa, più si rafforza il fronte avversario.” E l’Europa? “Oggi è completamente tagliata fuori, ridotta a spettatrice in un gioco che non controlla più.”

I cristiani: radice storica e confine giuridico

A completare il quadro, l’intervento di Giovanni Fantozzi sulla condizione dei cristiani. Un tema che in Occidente è spesso poco conosciuto, ma che a Modena ha ricevuto una trattazione profonda e interessante. Fantozzi ha ricordato che il quartiere armeno di Nuova Jolfa a Isfahan esiste dal XVII secolo e che la Costituzione iraniana riconosce esplicitamente cristiani, ebrei e zoroastriani, garantendo loro seggi in Parlamento (3 per i cristiani) e la gestione autonoma del diritto di famiglia.

“Parlare di cristianesimo in Iran significa immergersi in una storia che precede gran parte dell’evangelizzazione europea”, ha esordito Fantozzi. “Oggi circa 100.000 fedeli animano una terra dove la fede in Cristo è considerata, per Costituzione, una componente originaria dell’identità nazionale.”

Tuttavia, il relatore ha tracciato un netto discrimine: le tutele valgono per le minoranze “etniche” storiche (armeni, assiri). “La situazione muta per i cristiani di origine musulmana e le chiese evangeliche. Per questi gruppi, la libertà religiosa è fortemente limitata e il proselitismo è vietato.” Un dualismo che l’Iran gestisce con una logica precisa: proteggere l’antico patrimonio culturale cristiano come parte del proprio mito fondativo persiano, reprimendo al contempo ogni conversione che possa minare l’ordine interno.

Conclusioni

L’incontro modenese ha restituito l’immagine di un Iran non più interpretabile attraverso le lenti binarie di “moderati contro radicali”. Quello che emerge è un attore razionale, capace di utilizzare la propria vulnerabilità economica (sanzioni) come leva per solidificare un’alleanza in chiave multipolare con Cina e Russia. E, come hanno sottolineato Vernole e Marchioni, un attore militarmente inattaccabile sul proprio suolo.

La “massima pressione” americana ha prodotto l’effetto opposto. Mentre l’Europa arranca senza una diplomazia energetica autonoma, l’Iran aspetta. Non il crollo del regime, come sperano i neoconservatori americani e i loro alleati israeliani, ma l’esaurimento della pazienza occidentale o, più semplicemente, la prossima crisi petrolifera. La lezione di Modena è chiara: per capire il presente non bastano i droni e l’uranio arricchito; servono tremila anni di storia, di civiltà, di cultura, di teologia sciita islamica che le permettono, di sopravvivere resistendo e consolidando i pilastri su cui poggia.

Un ringraziamento ai partecipanti, agli organizzatori, alla parrocchia per l’ospitalità.

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