a cura di Filippo Pederzini
Mentre i principali snodi energetici del pianeta si trasformano in zone di guerra, l’Europa si scopre vulnerabile come mai prima d’ora. Abbiamo analizzato lo scenario con Alessandro Volpi. docente di Storia contemporanea e Storia del movimento operaio e sindacale presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Pisa. Storico attento alle dinamiche dei mercati finanziari e alla loro evoluzione contemporanea, Volpi è autore di numerosi saggi che indagano le trasformazioni del capitalismo e i processi di finanziarizzazione dell’economia. La sua analisi si distingue per la capacità di connettere i mutamenti geopolitici globali con le ripercussioni concrete sui sistemi produttivi locali, offrendo una prospettiva critica sull’attuale architettura economica internazionale.
In questo colloquio, Volpi esplora l’impatto del blocco dello Stretto di Hormuz e del Golfo di Oman sul mercato del GNL e del petrolio. Non si tratta solo di una crisi di approvvigionamento, ma di un cambio di paradigma: la fine dell’energia a basso costo che ha sostenuto l’export europeo per decenni. Dalla “finanziarizzazione” dei prezzi alla competizione diretta con il colosso cinese, l’analisi di Volpi scoperchia le fragilità di un’Italia e di un’Europa strette tra la logica del profitto del mercato americano e la necessità di un’autonomia energetica ancora lontana.
L’attuale crisi nel Golfo mette a rischio nodi energetici come lo Stretto di Hormuz, e i golfi Persico e di Oman (dichiarati zona di guerra). Se, da un lato si stima un discreto livello degli stoccaggi italiani (circa un 43%, ma non è così per tutti i paesi UE, la Germania per contro è già su livelli del 18-21%), rappresenta un aspetto a favore in termini di margine temporale per evitare shock immediati, il contro risiede nella nostra esposizione strutturale. Senza il transito di GNL e petrolio da quell’area, come può l’Europa e quindi l’Italia evitare un aumento dei prezzi nel medio periodo? E qualora i prezzi proseguissero nell’incremento (come per altro già avvenuto e si prospetta ulteriormente) quali le prospettive si delineano a livello globale?
“È evidente che le condizioni descritte determinano e determineranno un aumento stabile dei prezzi energetici che renderà l’inflazione più alta, con compressione dei consumi e con la necessità di fare i conti con tassi di interesse più alti. Nel nostro Paese è probabile che il conto finale arrivi a oltre 115 miliardi di euro di maggior spesa in conto interessi, con conseguenze pesanti sul costo del credito che si abbinerà al prezzo delle bollette. In pratica una forte spinta di natura recessiva. A livello globale, a definirsi è un rafforzamento dei grandi esportatori di gas, quali Russia e Stati Uniti, mentre la Cina dovrà provvedere a sostituire il gas iraniano. In questo senso è pensabile una sorta di accordo multipolare, centrato anche sulle forniture energetiche, che includa Cina, Russia e Usa, emarginando di fatto il grande importatore europeo.”
Abbiamo sostituito il gas russo con quello statunitense, diventando il nostro primo fornitore. All’evidente affrancamento politico da Mosca, e celebrato più volte fino troppo entusiasticamente – quasi a non vedere gli effetti che si sarebbero rivelati immediati, come peraltro accaduto – Italia e UE si sono legati “mani e piedi” a un mercato, quello del GNL USA, che segue logiche di puro profitto e può dirottare i carichi verso l’Asia o verso chi “offre di più”. Qual’è l’altra faccia della medaglia di questa dipendenza definita “più sicura della precedente”?
“La principale differenza tra la vecchia fornitura russa e l’attuale statunitense risiede nella natura del trasporto e del contratto. Mentre il gas russo fluiva prevalentemente via gasdotto attraverso contratti a lungo termine (spesso legati al prezzo del petrolio), il GNL americano viaggia su navi metaniere e risponde alle dinamiche dei mercati “spot”. Questo significa che il gas non ha una destinazione finale vincolata rigidamente: il carico può essere dirottato in mare aperto verso l’Asia o verso mercati emergenti se il prezzo offerto in quelle regioni supera quello europeo. Di conseguenza, l’Europa si trova in una condizione di perenne competizione globale per accaparrarsi la materia prima, trasformando la “sicurezza energetica” in una questione di “capacità di spesa”. Un elemento determinante di questa “altra faccia della medaglia” è la progressiva finanziarizzazione del mercato energetico. I prezzi non sono più determinati esclusivamente dall’incontro tra domanda e offerta fisica, ma sono influenzati massicciamente da strumenti derivati e speculazione sui mercati finanziari (come il TTF di Amsterdam).
Questa dinamica genera diverse criticità per il sistema produttivo:
- Impossibilità di programmazione: Le imprese, specialmente quelle energivore, non possono più prevedere i costi di produzione a medio-lungo termine, rendendo fragili i piani industriali.
- Costi di rigassificazione: A differenza del gas via tubo, il GNL richiede processi costosi di liquefazione negli USA e rigassificazione in Europa, che aggiungono uno strato di spesa strutturale non eliminabile.
- Asimmetria competitiva: Mentre le industrie americane beneficiano di un gas estratto e consumato localmente a prezzi contenuti, le industrie europee pagano il medesimo gas a prezzi maggiorati dai costi di trasporto e dai margini di profitto degli esportatori.
L’affrancamento da Mosca ha creato un legame “mani e piedi” con Washington che, sebbene politicamente allineato, risponde a logiche di mercato privato. Il GNL americano è gestito da compagnie che operano per il puro profitto degli azionisti; pertanto, la continuità della fornitura non è garantita da trattati diplomatici bilaterali granitici, ma dalla convenienza economica del momento. Inoltre, la necessità di investire in nuove infrastrutture (rigassificatori e terminali) rischia di creare un effetto di lock-in: l’Europa si vincola per decenni a una tecnologia e a un fornitore specifico proprio nel momento in cui dovrebbe accelerare verso la transizione verde, con il rischio di trovarsi con infrastrutture costosissime ma obsolete prima del previsto.”
Pechino sta aumentando le importazioni via pipeline dalla Russia e investe nel progetto “Power of Siberia”. L’aspetto positivo per la stabilità globale potrebbe essere una minore pressione cinese sui mercati spot, ma quello che emerge anche è che la Cina, guardando avanti si sta assicurando forniture certe a lungo termine, lasciando l’Europa in competizione diretta con i paesi asiatici più poveri (come Pakistan o Bangladesh) per i carichi rimanenti. In che modo questa dualità influenza la nostra sicurezza? La Russia eventualmente potrebbe tornare ad avere un ruolo energetico di primo piano (anche se forse lo continua ad esercitare)?
L’attuale geografia dell’energia è definita dalla centralità della Cina, il cui ruolo di principale hub di approvvigionamento le conferisce una massa critica tale da incidere sulle dinamiche del mercato globale. In questo scenario, il rapporto con la Russia non è più una semplice collaborazione commerciale, ma è divenuto un legame strutturale: ogni mutamento negli equilibri internazionali deve necessariamente fare i conti con questa saldatura energetica tra il Cremlino e il Dragone. Questo assetto è destinato a perdurare fino a un punto di svolta preciso: il raggiungimento dell’indipendenza energetica cinese, che passa inevitabilmente per il superamento dell’attuale dipendenza dal carbone. Di conseguenza, l’ipotesi di un riavvicinamento strategico tra Stati Uniti e Russia in chiave anticinese appare oggi inverosimile; ogni eventuale segnale in tal senso risulterebbe meramente occasionale e privo di una solida base strutturale.”
In passato, i contratti a lungo termine garantivano stabilità. Forse il “Pro” della transizione verso il mercato spot è la flessibilità teorica, ma il “Contro” evidenziato dalla crisi è l’impennata dei prezzi non più calmierati da accordi decennali. È stato un errore strategico rinunciare alla programmazione in favore della volatilità del mercato?
L’esperienza recente ha dimostrato che la fiducia incondizionata nel mercato spot potrebbe essere stata un’illusione d’efficienza. Quello che era stato presentato come uno strumento per abbassare i costi si è rivelato, sotto pressione, un meccanismo fragile e controproducente. E diverse sono le ragioni che vanno in questa direzione:
- L’Instabilità come regola: più che un mercato di scambio, il sistema spot ha assunto i connotati di un’arena finanziaria dove la speculazione moltiplica artificialmente il valore dei beni primari.
- Costi sociali elevati: l’impennata dei prezzi non più mediata da contratti storici ricade direttamente su imprese e famiglie, minando la stabilità sociale.
- Necessità di regolazione: alla luce di queste criticità, appare evidente che il mercato spot non può essere l’unico pilastro dell’approvvigionamento. Per scongiurare ripercussioni globali in contesti già geopoliticamente tesi, è necessario un ritorno a forme di pianificazione strategica e una limitazione del peso della componente speculativa.
L’errore non è stato l’utilizzo del mercato spot in sé, ma l’averlo elevato a unico regolatore del sistema, eliminando quelle tutele che solo la programmazione a lungo termine può garantire.
Se focalizziamo per un attimo l’attenzione sull’Italia si ipotizza che la produzione nazionale di gas in Adriatico possa raddoppiare o triplicare. A guardare il bicchiere mezzo pieno è facile vedere un aumento dell’indipendenza energetica “a chilometro zero”, ma pure che tale produzione coprirebbe comunque una quota minoritaria (circa il 4-5% del fabbisogno). È corretto considerare le trivellazioni comprese quelle future una soluzione o si tratta solamente di un palliativo?
“A scanso di equivoci, le trivellazioni sono un palliativo costoso, ambientalmente complesso, e del tutto insufficiente a ridurre il fabbisogno italiano. Non mi pare proprio che si possa perseguire l’indipendenza energetica con le trivellazioni che, assai probabilmente, diventerebbero rapidamente l’oggetto di un’operazione prevalentemente finanziaria.”
Gli attacchi alle raffinerie in Arabia Saudita, Qatar, Quwait, etc. hanno ridotto le capacità di produzione, lavorazione ed esportazione. Se da un lato queste crisi costringono l’Occidente a diversificare e accelerare la transizione, dall’altro e soprattutto già nell’immediato c’è un l’allungamento dei tempi di consegna e l’aumento dei costi logistici. Come si riflette già e come potrebbe riflettersi questa instabilità (visto e considerato che nessuno sa quanto può durare effettivamente il conflitto) sulla competitività manifatturiera e non dei Paesi, UE in testa che dipendono da quelle forniture?
“Il conflitto bellico in corso rischia di avere strascichi e ripercussioni molto pesanti. Il blocco totale o quasi dello stretto di Hormuz ha pochissimi precedenti storici e rappresenta uno shock sistemico che colpisce al cuore l’economia globale. Per i Paesi fortemente dipendenti da queste rotte, l’Unione Europea in primis, la crisi non è solo energetica, ma si trasforma rapidamente in una crisi di competitività manifatturiera. Anche perché l’aumento dei costi non è lineare, ma cumulativo: al prezzo della materia prima si aggiunge l’esplosione dei costi accessori, come quello già in ascesa dei container, dei noli e delle assicurazioni – molte compagnie di fatto non voglio più assicurare – che è già, si profila assai imponente e non si sgonfierà rapidamente. Il conflitto in Iran e il blocco di Hormuz creano un’asimmetria pericolosa: mentre gli USA possono puntare alla vittoria strategica grazie alle proprie riserve, l’Europa rischia di pagare il prezzo più alto in termini di deindustrializzazione. La tenuta della competitività UE dipenderà dalla velocità con cui saprà trasformare questo shock in un piano di autonomia energetica integrato.
L’Europa ha fondato la sua economia su costi energetici bassi per favorire l’export. Un modello, questo, che ha favorito la crescita degli ultimi decenni. Oggi però, con un’energia che costa il 30% in più rispetto al passato – e non conosciamo ancora gli effetti nel medio termine di quanto sta avvenendo con la crisi in corso – questo pilastro vacilla. Prendendo a prestito una frase storica: “Che fare”? In che modo agire a livello politico, economico e diplomatico se il prezzo dell’energia non tornerà più ai livelli pre-crisi?
“L’Unione europea se, nel breve periodo, vuole contenere gli effetti pesanti dell’aumento del prezzo dell’energia, non ha alternative ad un accordo con la Russia. Il gas liquido americano è costoso, i fornitori attraverso i gasdotti e attraverso alcune rotte marittime sono bloccati da mille difficoltà e il nucleare ha ancora tempi lunghi di sviluppo: bisognerebbe puntare di più sulle rinnovabili portando a compimento intanto lo sganciamento del loro prezzo da quello del gas.”
L’Italia ha una dipendenza energetica del 75-80% contro una media UE del 60%. Nonostante lo sviluppo in questi anni di una ragguardevole capacità di stoccaggio e rigassificazione, ciò che non gioca a favore dell’Italia è l’estrema fragilità rispetto ai partner europei. Secondo lei épossibile una politica energetica comune o siamo destinati a una competizione interna tra Stati membri per accaparrarsi le risorse?
In queste condizioni già gravi, una politica comune europea, in tema di energia, sarebbe non solo fondamentale, bensì indispensabile. Ma non mi sembra si vada in quella direzione anche per le differenze profonde fra Spagna e Francia, da una parte, e Italia e Germania dell’altra. Poi c’è la questione del petrolio norvegese, dai costi esorbitanti, ma privo di una particolare predilezione europea. Temo davvero che la “guerra del petrolio” USA, sia la strada per accelerare il declino del Vecchio Continente.”









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