di Paolo Mathlouthi

Conosco Pietrangelo Buttafuoco da moltissimi anni e sono orgoglioso di poter affermare, senza timore di essere smentito dal diretto interessato, che l’amicizia e la stima da lui accordatemi, benché io non sia sempre sicuro di meritarle, hanno radici antiche.

Ad unirci, in questi anni, oltre alla convergenza d’idee e di sensibilità derivante dal fatto di aver consumato la nostra giovinezza nei ranghi della medesima comunità di Destino, è stato anche l’amore viscerale da entrambi coltivato per la patria di Tolstoj e Dostoevskij. Passione per molti inconfessabile e oggi oltremodo esecrata che, nell’ormai lontano 2014, quando i venti di guerra ad Est hanno cominciato a soffiare sul fuoco della Crimea contesa, ci ha visto partecipare nelle vesti di relatori ad un bel convegno dedicato alla Russia tenutosi a Varese nella splendida cornice della seicentesca Villa Recalcati.

Da allora molta acqua è passata sotto i ponti e il conflitto si è allargato a dismisura, incendiando il Medio Oriente, lambendo l’America Latina e vedendo coinvolti a vario titolo i principali attori che si muovono sulla scacchiera del Grande Gioco di kiplinghiana memoria.

Presidente delle Biennale di Venezia, lo scrittore siciliano è balzato prepotentemente agli onori delle cronache in queste ultime settimane per la decisione da lui maturata di riammettere la Russia nel novero dei partecipanti alla blasonata rassegna d’arte lagunare. Una scelta coraggiosa, perfino temeraria se si tiene conto del clima di russofobia dilagante che innerva di sé le istituzioni politiche e culturali come pure la gran parte dei mezzi d’informazione del cosiddetto mondo libero. Un vero e proprio terremoto che ha avuto un’eco vastissima, riecheggiando perfino a Bruxelles, dove la Commissione europea ha paventato l’ipotesi dannata di sospendere i fondi a sostegno della Biennale. Interpellato telefonicamente dal sottoscritto per avere un suo giudizio a caldo sull’intricata vicenda che lo vede protagonista, Buttafuoco ha preferito declinare il mio invito a rilasciare un’intervista al Centro Studi Eurasia e Mediterraneo per poter esporre da un pulpito senza dubbio non ostile nei suoi riguardi le proprie ragioni, riservandosi il diritto di mantenere sulla questione il più rigoroso silenzio radio. Decisione la sua perfettamente in linea con lo stile discreto e con l’allure aristocratica che da sempre lo contraddistinguono nelle scelte personali come in quelle pubbliche la quale tuttavia ci offre il fianco per fare, sull’onda delle polemiche che ancora infuriano e non accennano a placarsi, qualche considerazione di carattere più generale.

Quanti in questi giorni si sono scagliati contro Buttafuoco, sospinti dalla vis polemica, hanno avuto premura di stabilire, a sostegno delle proprie argomentazioni, un assioma interpretativo in base al quale esisterebbe una corrispondenza diretta e quindi incontrovertibile tra libertà e arte, tale per cui solo i sistemi democratici sarebbero in grado di garantire un’espressione artistica realmente degna di questo nome. Sarebbe gioco fin troppo facile avere ragione di questa posizione apodittica additando loro il Taj Mahal, la Moschea Blu ad Istanbul, la Grande Muraglia, l’Hermitage o la Città Proibita per dimostrare come le Autocrazie, protese nello sforzo prometeico di eternare il ricordo di se stesse nell’ansia di palingenesi immanente che le alimenta e segretamente le consuma, sono state in grado nel corso dei secoli di erigere opere d’arte capaci di sfidare l’usura del Tempo, “gettando le proprie arcate sopra il mondo dei sogni”, come avrebbe detto Ernst Junger. Senza contare che la libertà deve essere prima negata perché qualcuno si assuma il gravoso onere di difenderla. “Abbiamo corretto la tua opera fondandola sull’autorità.” – dice il Grande Inquisitore arringando Cristo alla sbarra ne “I fratelli Karamazov” di Dostoevskij – “E gli uomini si sono rallegrati di vedere il loro cuore finalmente liberato da un dono tanto terribile, che aveva arrecato loro tanti tormenti. Noi li convinceremo che saranno liberi soltanto quando rinunceranno alla loro libertà in nostro favore e si assoggetteranno a noi. Ci ammireranno e ci temeranno, tremeranno dinnanzi alla nostra collera. Diremo loro che ogni peccato, purché commesso con il nostro consenso, verrà riscattato e che il castigo per questi peccati lo prenderemo su di noi. Lo prenderemo su di noi ed essi ci adoreranno come benefattori perché ci saremo fatti carico dei loro peccati dinnanzi a Dio”. E’ il Grande Inquisitore in definitiva il vero Demiurgo, è lui che salva e redime il mondo, lui che nel porre l’uomo sotto l’egida del potere in realtà lo affranca, sollevandolo dall’onere della scelta e dalla responsabilità che essa comporta. Alla prova della Storia, la libertà non è altro che una chimera. Michail Bulgakov, per parte sua, avrebbe chiosato a tal proposito che senza Lucifero il Paradiso sarebbe con ogni probabilità un luogo vuoto. Fatta questa doverosa considerazione, in questa sede non ho la presunzione né gli strumenti dialettici per ricondurre a più ponderate argomentazioni quanti, pur richiamandosi in alcuni illustri casi al pensiero di Julius Evola, fingono di ignorare che, qualora fosse stato posto di fronte all’obbligo di una scelta tra il compassato parlamentarismo elvetico e il Faraone Tutankhamon, il Barone, conterraneo di Buttafuoco, avrebbe senza dubbio optato per quest’ultimo.

Battute di spirito a parte, ciò che lascia davvero sgomenti in questa querelle che, come sempre accade nel nostro sgangherato Paese, ha finito per assumere toni a volte grotteschi, più prossimi alla commedia dell’arte che al dramma shakespeariano, è semmai la facilità sospetta con la quale coloro che hanno allestito la gogna mediatica contro Pietrangelo si sono prestati ad alimentare la narrazione atlantista che vede nella Russia l’incarnazione del Male Assoluto, secondo la più vieta logica di quella che, a suo tempo, il sociologo Leo Strauss ha definito “reductio ad Hitlerum”.

Come ha osservato di recente con grande arguzia lo scrittore triestino Paolo Rumiz, che certo non può essere accusato in alcun modo di nutrire simpatie per il Cremlino, dall’inizio dell’Operazione Militare Speciale il megafono dell’Alleanza Atlantica ci ha letteralmente rintronati, attraverso i principali mezzi di comunicazione, con la sonora e infantile sciocchezza secondo la quale i Russi sarebbero cattivi, addirittura malvagi, accusando automaticamente di complicità con Putin chiunque, come Buttafuoco, cerchi anche solo di capire le ragioni dell’altro, nella consapevolezza che la demonizzazione del nemico si ritorce quasi sempre contro coloro che la alimentano, caricandolo di una forza di seduzione irresistibile. Carl Schmitt docet.

Per quieto servilismo nei confronti delle forze d’occupazione statunitensi che guidano la crociata contro la Russia (perché, vale la pena ricordarlo ad usum lectoris, gli “Americani” non sono nostri alleati, ma invasori), le classi dirigenti europee hanno sposato acriticamente questa chiave di lettura lasciando che si sedimentasse in ampi strati dell’opinione pubblica, per sua natura poco incline allo spirito critico. E così Dostoevskij è stato bandito dalle nostre aule universitarie a data da destinarsi, il Governo ucraino ha vietato per legge l’uso della lingua russa, ha abbattuto le statua di Puskin a Kiev e arrestato i monaci della Lavra delle Grotte rimasti fedeli al Patriarcato di Mosca, senza che i titolari della cosiddetta “coalizione dei volenterosi”, lesi nel loro proclamato spirito pluralista e democratico, si siano sentiti in dovere di battere ciglio.

E’ quantomeno curioso constatare, in chiusura, come l’Unione Europea abbia imposto in quattro anni venti pacchetti di sanzioni economiche alla Russia, accusata al cospetto della comunità internazionale di avere violato l’integrità di uno Stato sovrano, ovvero l’Ucraina, che pure ha innescato la miccia del conflitto non riconoscendo nel 2014 la validità del referendum con il quale la popolazione russofona del Donbass ha chiesto legittimamente di poter tornare in seno alla Madrepatria, e tuttavia quella stessa Unione Europea non imponga ora sanzioni agli Stati Uniti e ad Israele colpevoli di aver violato la sovranità dell’Iran. Allo stesso modo, Stati Uniti e Israele hanno giustificato il loro intervento come “azione preventiva” volta ad impedire che l’Iran sviluppi un arsenale atomico che ha la stessa concretezza delle sbandierate “armi di distruzione di massa” di Saddam, ovvero è pressoché inesistente, e tuttavia nessuno levi un dito di fronte all’ipotesi che Israele possa usare l’arma atomica che invece possiede contro l’Iran, soprattutto ora che l’avventata missione nel Golfo sembra essere più complicata del previsto, al punto da indurre gli Stati Uniti a rimuovere il divieto imposto alla Russia sull’erogazione del greggio. Strabismo interpretativo davvero bislacco…                      

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