di Dario Tagliamacco
L’operazione Epic Fury lanciata il 28 febbraio dal presidente Trump contro l’Iran ha già raggiunto dei costi astronomici, uno studio del Center for Strategic and International Studies ha messo in luce questo aspetto.
Il Center for Strategic and International Studies ha sede a Washington, é stato fondato da un ammiraglio e tra i suoi consiglieri ha avuto Henry Kissinger, pertanto è completamente allineato con gli interessi degli Stati Uniti. L’inchiesta prodotta si è concentrata sui primi 5 giorni dell’attacco lanciato dagli Stati Uniti e Israele contro l’Iran, a partire dal 28 febbraio 2026. I dati forniti dal CSIS rappresentano un’indicazione di massima in un quadro che con il passare del tempo si caratterizza per costi ancora più elevati.
Fino ad oggi i numeri rilevati parlano di una spesa media giornaliera attestata sui 900 milioni di dollari, tali dati trovano riscontro con quelli forniti dalla giornalista Nancy Youssef che lavora per la rivista The Atlantic; la giornalista ha riferito che un funzionario del Congresso degli Stati Uniti le ha confermato una stima diaria di 1 miliardo di dollari. Quindi, in poco più di 100 ore Washington ha speso quasi 4 miliardi di dollari.
Kent Smetters, direttore di un Centro di Ricerca dell’Università della Pennsylvania, ha spiegato davanti ai microfoni della CNN che un conflitto della durata di 2 mesi potrebbe costare tra i 40 e i 95 miliardi di dollari, in base a quante truppe verranno dispiegate sul terreno e alla velocità con la quale saranno rimpiazzate le munizioni usate. Secondo quanto comunicato da Trump, l’offensiva dovrebbe durare 4-5 settimane, il presidente statunitense ha aggiunto che comunque si potrebbe andare oltre senza alcun problema.
Per alcuni organi di informazione statunitensi invece le cose vanno diversamente, i problemi principali sono legati all’uso di intercettori per arginare i droni iraniani, e infatti sono in corso contatti con l’Ucraina per avere a disposizione sistemi a basso costo. Attualmente i droni lanciati dall’Iran costano 30.000 dollari mentre missili intercettori come i PAC-3, che si usano nel sistema Patriot, costano più di 13,5 milioni di dollari l’uno. Sui conti del Pentagono pesano anche centinaia di migliaia di dollari di danni conseguenti agli incidenti di tre caccia in Kuwait.
Le stime rappresentate dal CSIS mostrano come non ci si trovi di fronte a un conflitto circoscritto come accaduto in passato, ma a un’operazione di guerra nella quale gli Stati Uniti sono in difficoltà, primo, per le scorte di munizioni e secondo, per i sistemi antimissile. Nella relazione del CSIS viene riportato il ruolo fondamentale degli alleati statunitensi del Golfo Persico nell’intercettazione di droni e missili lanciati dall’Iran, confermando che queste nazioni non solo ospitano basi degli Stati Uniti ma ricoprono anche una parte attiva nella guerra contro Teheran.
Uno degli aspetti più importanti di questo conflitto rimane quello delle munizioni, gli analisti sostengono che solitamente il valore degli armamenti usati nelle campagne militari diminuisce e anche l’intensità delle operazioni, però per fare accadere questo significa che il Pentagono ha veramente colpito tutti gli obiettivi necessari per poter far entrare in crisi il sistema bellico iraniano rivendicando una vittoria politica e militare.
Pete Hegseth, ex militare e conduttore televisivo statunitense, ha affermato che nel futuro l’attività delle forze armate registrerà un aumento, la quale potrebbe essere solo una trovata propagandistica o celare l’effettiva preoccupazione per il prolungamento della guerra. Se gli Stati Uniti andranno avanti con l’uso di sistemi avanzati significa che non sono riusciti a infliggere un colpo mortale alle posizioni iraniane; la conseguenza sarebbe quella di aumentare la potenza di fuoco usata per il raggiungimento degli obiettivi di guerra, con ovvie ripercussioni sui civili.
Il costo delle munizioni diminuirà quando gli Stati Uniti ne useranno di più economiche, tuttavia i conti non messi in preventivo saranno fondamentali, a differenza dell’operazione in Venezuela che ha portato al rapimento del presidente Maduro, dove la maggior parte dei costi era già preventivata. Questo significa che il Dipartimento della Difesa avrà bisogno di nuovi fondi nelle prossime settimane poiché il livello dei tagli al bilancio necessari per finanziare questa guerra internamente creeranno problemi dal punto di vista politico ed economico.
L’Amministrazione guidata da Trump potrebbe chiedere ulteriori finanziamenti attraverso un disegno di legge di raccordo per l’anno fiscale 2007, anche se non si sa se tale disegno verrà presentato. L’attuale Governo statunitense potrebbe chiedere al Congresso di dirottare 150 miliardi di dollari del Dipartimento della Difesa dal primo disegno di legge di raccordo per coprire questi costi.
La campagna militare in Medio Oriente è cominciata il 28 febbraio 2025 e poi il conflitto si è esteso al Libano creando il caos nei trasporti globali e nei mercati dell’energia. I membri del Congresso, che potrebbero presto approvare nuovi finanziamenti di guerra, hanno già espresso la propria preoccupazione per il fatto che il conflitto rischia di esaurire le scorte militari statunitensi in un momento in cui l’industria bellica stava già facendo fatica a soddisfare le varie esigenze.
Il costo delle operazioni militari rappresenta solo una parte dell’impatto economico totale della guerra in Iran che ha già avuto degli effetti nei prezzi di petrolio e gas. Attualmente anche i costi dei viaggi e l’inflazione rischiano di aumentare. Il conflitto sta peggiorando la crisi economica statunitense, facendo salire il prezzo della benzina e inoltre, il costo delle vite umane è incalcolabile. Finora sono state registrate più di 1000 vittime in Iran, e gli attacchi hanno provocato diversi morti anche in Libano, Emirati Arabi, Israele e Oman.








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