Petrolio, potere e sovranità: cosa rivela veramente la crisi del Venezuela

Start

di Alessandro Nistri

Introduzione

All’inizio del gennaio 2026 la scena internazionale è stata attraversata da una svolta di straordinaria portata, quando il presidente venezuelano Nicolás Maduro è stato catturato e arrestato a seguito di un’azione militare condotta direttamente dagli Stati Uniti a Caracas. L’operazione, che ha suscitato reazioni immediate tra governi, analisti e opinione pubblica globale, ha segnato un punto di rottura senza precedenti nelle relazioni tra Washington e Caracas.

Secondo quanto riportato da diverse fonti internazionali, il blitz – noto come Absolute Resolve – sarebbe stato condotto dalla Delta Force, ireparti speciali statunitensi impiegati anche nella cattura di Saddam Hussein, mettendo in atto manovre aeree e terrestri, culminate con la cattura di Maduro e della moglie.Il loro successivo trasferimento negli Stati Uniti è avvenuto presso il tribunale federale di New York, un distretto giudiziario noto per la trattazione di procedimenti ad alta rilevanza politica e per aver ospitato in passato casi nei confronti di ex capi di Stato stranieri, tra cui l’ex presidente dell’Honduras. Gli imputati sono stati sottoposti a procedimenti giudiziari fondati su presunte attività di narcotraffico, riciclaggio di capitali e associazione con organizzazioni criminali transnazionali.

In questo quadro, la presente analisi si propone di esaminare i diversi livelli interpretativi che hanno accompagnato gli eventi venezuelani nelle settimane successive all’intervento statunitense. In primo luogo, il lavoro si concentra sulla centralità del petrolio venezuelano quale risorsa strategica globale, considerata da Washington non solo in quanto leva economica, ma come strumento di riequilibrio geopolitico in un contesto di crescente competizione con altre potenze, in particolare la Cina. L’accesso alle riserve energetiche viene quindi analizzato come componente strutturale della politica estera statunitense e come elemento di stabilizzazione finanziaria e monetaria.

In secondo luogo, lo studio indaga la funzione della narrazione securitaria, in particolare riguardo le categorie del narcotraffico e della criminalità transnazionale, come espedienti discorsivi impiegati per legittimare l’uso di misure coercitive e azioni unilaterali. Tale costruzione narrativa viene collocata all’interno di un processo più ampio di progressiva erosione delle norme del diritto internazionale, che solleva interrogativi sulla trasformazione dei meccanismi di legalità globale quando ad agire è una potenza egemone.

Un ulteriore asse di analisi riguarda la frattura percettiva all’interno della società venezuelana, in particolare tra la popolazione residente e la vasta diaspora. Mentre ampie porzioni degli emigrati, stabilitisi soprattutto in Nord America e in Europa, hanno espresso pubblicamente sostegno all’intervento statunitense interpretandolo come la fine di un ciclo politico percepito come fallimentare, all’interno del paese emergono letture sensibilmente diverse. In diversi contesti urbani, in particolare nell’area metropolitana di Caracas, l’evento è stato vissuto con maggiore diffidenza e preoccupazione, in quanto associato non tanto all’avvio di una transizione democratica, quanto al rischio di una nuova fase di subordinazione geopolitica ed economica. Questa divergenza percettiva riflette condizioni materiali profondamente differenti: la diaspora osserva il conflitto da una posizione di relativa sicurezza, mentre la popolazione residente è esposta direttamente alle conseguenze economiche, sociali e potenzialmente militari delle dinamiche in corso.

1.1 La struttura petrolifera venezuelana: PDVSA, nazionalizzazione, sanzioni e dinamiche di potere

La compagnia statale Petróleos de Venezuela, S.A. (PDVSA) è il principale soggetto proprietario e gestore dell’industria petrolifera venezuelana, esercitando funzioni di esplorazione, produzione, raffinazione ed esportazione sin dalla nazionalizzazione del settore nel 1976. Durante gli anni di crescita post-nazionalizzazione, PDVSA divenne la maggiore fonte di reddito per lo Stato venezuelano, sostenendo oltre il 90% delle entrate in valuta estera e alimentando programmi sociali e investimenti pubblici. 

Negli anni 2000, e in particolare a partire dal 2004, il governo socialista guidato da Hugo Chávez intensificò la sua politica di controllo statale sul settore energetico, imponendo a molte compagnie straniere di ridurre la loro partecipazione nei giacimenti in joint venture con PDVSA e aumentando la quota statale di controllo almeno al 60-70% in molti contratti. Questo processo portò all’ uscita di grandi compagnie energetiche internazionali, tra cui ExxonMobil e ConocoPhillips, le cui attività furono progressivamente espropriate dopo il rifiuto di accettare tali condizioni. Altre società, come Chevron, accettarono accordi con la maggioranza di partecipazione statale e continuarono operazioni limitate sotto la supervisione di PDVSA. 

La nazionalizzazione della produzione petrolifera rappresentò un atto di sovranità economica per Caracas, ma pose anche le basi per una progressiva riduzione degli investimenti esteri e della capacità tecnica nel settore. In seguito alla riforma, PDVSA perse accesso a competenze, capitali e tecnologie esterne, mentre la produttività cominciò a calare. Prima delle sanzioni aggiuntive degli anni 2010, la produzione di petrolio era diminuita da circa 3,5 milioni di barili al giorno negli anni ’90 a livelli significativamente inferiori in decenni successivi.

L’intervento statunitense sulle dinamiche vene­zuelane dal 2019 in poi è stato fortemente condizionato dalla struttura energetica globale e dagli interessi di mercato. Nel gennaio 2019 gli Stati Uniti imposero sanzioni dirette contro PDVSA e contro il settore degli idrocarburi venezuelano, non permettendo alle imprese statunitensi e ai loro partner di acquistare petrolio venezuelano o fornire servizi all’azienda statale. Queste misure, insieme a restrizioni successive tra il 2020 e il 2022, hanno drasticamente ridotto la capacità di esportazione del paese e hanno spinto Caracas a cercare mercati alternativi, in particolare in Asia.                 A causa di tali sanzioni, la produzione media di greggio venezuelano è diminuita a meno di 900.000-1.1 milioni di barili al giorno, rispetto ai livelli oltre 3 milioni di barili osservati durante gli anni precedenti alla crisi.

Sul piano dei mercati globali, la prospettiva di un ritorno di compagnie statunitensi come ExxonMobil, Chevron e ConocoPhillips nel paese è vista come un possibile fattore di riallineamento delle relazioni commerciali e di potenziale ibernazione competitiva. Queste imprese, che in passato hanno perso asset e investimenti a causa delle nazionalizzazioni, mantengono cause legali e pretese di risarcimento multimiliardarie. 

Un coinvolgimento diretto nella gestione e modernizzazione delle infrastrutture petrolifere venezuelane potrebbe consentire alle major statunitensi di accrescere la propria influenza nei mercati energetici globali e portare a una riattribuzione delle rotte di approvvigionamento petrolifero, con potenziali impatti sui prezzi internazionali e sull’ equilibrio energetico tra Occidente e Asia. 

Concludendo, il petrolio venezuelano non è solo un’importante risorsa energetica, ma costituisce un nodo strategico nelle dinamiche di potere globale, in cui le politiche di nazionalizzazione, sanzioni e rivalità geostrategiche si intrecciano con gli interessi economici delle compagnie petrolifere e gli obiettivi di politica estera statunitense

1.2  Petrolio e politica: il ruolo strategico del petrolio venezuelano nella politica estera statunitense

Il Venezuela detiene uno dei più alti volumi di riserve petrolifere certificate a livello mondiale, con stime che superano i 300 miliardi di barili, quantità superiore a quelle di Arabia Saudita, Russia e Iran messe insieme, e rappresenta una quota significativa del potenziale di approvvigionamento energetico globale. Storicamente, il petrolio venezuelano ha alimentato gran parte della domanda statunitense, tanto che, prima della crisi economica e delle sanzioni, il paese sudamericano figurava tra i principali fornitori di petrolio grezzo negli Stati Uniti, poi lavorato nelle raffinerie del Texas. Tuttavia, negli ultimi decenni, la combinazione di nazionalizzazioni, instabilità politica e sanzioni economiche ha ridotto drasticamente la produzione locale e l’esportazione diretta verso gli impianti di raffinazione del Golfo del Messico.

Le misure di nazionalizzazione determinarono l’interruzione forzata delle attività delle major statunitensi in Venezuela e la conseguente apertura di controversie legali internazionali per risarcimenti di entità eccezionale, con richieste che, nel complesso, hanno superato i dieci miliardi di dollari. Le nazionalizzazioni venezuelane non rappresentarono soltanto un cambiamento di natura economica, ma costituirono un atto politico di riaffermazione della sovranità nazionale sulle risorse energetiche, segnando una frattura strutturale con gli interessi delle multinazionali statunitensi e con il governo americano stesso, contribuendo a trasformare il Venezuela da spazio privilegiato di accumulazione per il capitale petrolifero occidentale a prezioso territorio conteso con altre potenze che minacciano il controllo degli Stati Uniti nel Sud America.

Infatti, nel contesto politico contemporaneo, l’interesse USA nei confronti del Venezuela è riemerso con forza come elemento cardine di una strategia volta non solo a stabilizzare forniture energetiche critiche, ma anche a limitare l’influenza di potenze rivali, in particolare la Cina. Per anni, a seguito dell’embargo americano, Pechino è stata la principale acquirente del petrolio venezuelano, importando una larga porzione del greggio esportato da Caracas grazie a programmi di finanziamento bilaterali che hanno garantito la sopravvivenza dell’economia venezuelana in un periodo di isolamento internazionale. Questo legame energetico ha fornito alla Cina un accesso privilegiato a risorse strategiche e ha contribuito a rafforzare la sua posizione in America Latina, in contrapposizione alla tradizionale egemonia statunitense nella regione.

L’amministrazione Trump ha cercato di rompere questo equilibrio, ponendo l’accesso alle risorse petrolifere venezuelane al centro della sua agenda estera. Il POTUS – President Of The United States –  stesso ha esplicitamente espresso l’intenzione di assicurarsi l’accesso a decine di milioni di barili di petrolio venezuelano, evidenziando come il petrolio non sia solo una riserva economica ma anche uno strumento di potere geopolitico e di influenza globale. Contestualmente, l’attivazione di misure coercitive volte a interdire il transito di greggio verso mercati alternativi e il dialogo con grandi compagnie petrolifere statunitensi, quali Chevron — l’unica major ad operare ancora in Venezuela nel quadro delle restrizioni — indicano come gli interessi USA mirino a reintegrare le imprese energetiche nazionali nel controllo e nello sfruttamento delle risorse petrolifere venezuelane, dopo decenni di nazionalizzazione e conflitti. Questo posizionamento strategico riflette la convergenza di obiettivi energetici, economici e geopolitici, collocando il petrolio venezuelano al centro di una competizione internazionale che coinvolge, accanto agli Stati Uniti e alla Cina, attori globali interessati alla stabilità del mercato energetico e alla sicurezza delle catene di approvvigionamento.

1.3 Narco-State Designation e pre-legittimazione dell’intervento

L’attuale fase di massima pressione esercitata dagli Stati Uniti nei confronti del Venezuela non rappresenta l’esito improvviso di una crisi contingente, ma il risultato di un processo progressivo di costruzione politico-giuridica della legittimità dell’intervento, sviluppato nel corso di più anni attraverso l’elaborazione e la diffusione della narrativa della narco-state designation. Questa cornice discorsiva ha operato come dispositivo di pre-legittimazione, preparando sul piano simbolico, giuridico e comunicativo il terreno per l’escalation coercitiva successiva. A partire dal 2019, e con particolare intensificazione dal 2020, Washington ha progressivamente ridefinito il governo venezuelano non più soltanto come regime autoritario, ma come entità criminale transnazionale, accusandolo formalmente di narcotraffico, terrorismo finanziario e associazione a reti criminali internazionali. Questa strategia ha prodotto un doppio effetto: sul piano interno statunitense ha consentito di inquadrare il Venezuela non come soggetto politico sovrano, bensì come nemico da combattere per la sicurezza degli Stati Uniti, mentre sul piano internazionale ha creato le condizioni narrative per giustificare misure coercitive, sequestri di beni, sanzioni secondarie e una crescente militarizzazione delle acque caraibiche sotto l’etichetta delle operazioni “antidroga”.

Nel bacino caraibico, infatti, la Marina e la Guardia Costiera degli Stati Uniti hanno progressivamente ampliato le attività di pattugliamento, intercettazione e sequestro di imbarcazioni sospettate di traffici illeciti, includendo unità venezuelane civili e commerciali in operazioni formalmente classificate come counter-narcotics operations. Questo ha contribuito a normalizzare una presenza militare statunitense permanente nelle immediate adiacenze delle acque territoriali venezuelane e a costruire un precedente operativo che ha progressivamente ridotto, nella percezione internazionale, la soglia di inviolabilità dello spazio sovrano venezuelano. In termini giuridici, tale processo rappresenta una forma di lawfare, ovvero l’uso strumentale del diritto penale internazionale e della cooperazione antidroga come strumenti di pressione geopolitica, attraverso cui un conflitto politico viene ricodificato come questione di criminalità transnazionale.

Questa ristrutturazione discorsiva è stata decisiva per trasformare il Venezuela, agli occhi dell’opinione pubblica occidentale e di molti attori istituzionali, da Stato sovrano in “problema di sicurezza”, preparando così il terreno normativo e simbolico per ulteriori azioni coercitive. In tal senso, la “guerra al narcotraffico” non ha rappresentato un elemento accessorio, ma una fase preparatoria strutturale, funzionale alla progressiva sospensione del principio di non-ingerenza e alla costruzione di una legittimazione preventiva dell’intervento, che ha anticipato e reso politicamente praticabile la successiva escalation.

La costruzione di una narrazione che identifica il Venezuela e il suo governo come un ente criminale transnazionale non si è esaurita nella semplice attribuzione di etichette. Per essere efficace e politicamente mobilitabile, questa narrazione è stata rafforzata da scelte comunicative deliberate da parte dell’amministrazione statunitense, in particolare dal Presidente in persona, il cui linguaggio pubblico ha contribuito a consolidare e legittimare l’azione intrapresa, anche a costo di rifiutare l’autorità delle norme multilaterali.

1.4 Strategie comunicative e delegittimazione del diritto internazionale

Un aspetto centrale della strategia statunitense nei confronti del Venezuela non si limita alla costruzione di una narrativa di tipo legale e securitario — come nel caso delle accuse di associazione a reti criminali transnazionali o di coinvolgimento nel narcotraffico — ma comprende anche l’adozione di specifiche scelte comunicative mirate a consolidare tale narrazione e a delegittimare il governo venezuelano, fino al punto di giustificare un intervento che molti osservatori qualificano come un vero e proprio golpe. L’esame delle dichiarazioni rilasciate dal presidente Trump su piattaforme istituzionali e social evidenzia come il linguaggio impiegato abbia perseguito più obiettivi simultaneamente: rafforzare l’idea di un nemico interno ed esterno da combattere, occupare lo spazio del dibattito pubblico definendo gli Stati Uniti come arbitri morali e di sicurezza, e minimizzare l’importanza delle norme del diritto internazionale nella giustificazione delle azioni intraprese.

Nel corso di dichiarazioni pubbliche diffuse attraverso canali istituzionali e social, il Presidente Trump ha esplicitamente messo in discussione la rilevanza vincolante del diritto internazionale come quadro normativo di riferimento per l’azione esterna degli Stati Uniti. In particolare, egli ha affermato: «Non ho bisogno del diritto internazionale, mi basta la mia moralità», esprimendo una concezione della legittimità fondata non sull’adesione a trattati, convenzioni e principi multilaterali, ma su una valutazione morale soggettiva delle proprie azioni. Tale affermazione implica una ridefinizione del rapporto tra potere politico e ordine giuridico globale, nella quale gli Stati Uniti cessano di presentarsi come garanti del sistema multilaterale per assumere il ruolo di arbitro autonomo della propria legittimità.

Questa impostazione non costituisce un episodio isolato, ma si inserisce in una più ampia postura comunicativa in cui la legalità multilaterale viene progressivamente sostituita da una concezione personalizzata e verticale della legittimità, fondata sull’autorità del decisore e non su vincoli giuridici condivisi.

Questa strategia comunicativa segnala una deriva autoritaria che travalica il piano interno e si proietta nella sfera internazionale. Essa presuppone infatti la consapevolezza dell’asimmetria strutturale del sistema globale: l’amministrazione statunitense agisce nella certezza che né l’Unione Europea né gli alleati occidentali dispongano di strumenti politici o coercitivi sufficienti per opporsi efficacemente a violazioni del diritto internazionale commesse dagli USA stessi. In questo contesto, il linguaggio aggressivo e apertamente non conciliatorio non rappresenta soltanto una scelta retorica, ma diviene una manifestazione performativa di potere, attraverso la quale l’inosservanza delle norme internazionali viene normalizzata, anticipata e ampiamente giustificata.

Ne risulta un quadro in cui il diritto internazionale non è più trattato come limite all’azione statale, ma come variabile subordinata alla volontà dell’esecutivo statunitense. La comunicazione presidenziale opera così una formalizzazione discorsiva dell’eccezione, trasformando l’uso unilaterale della forza da deviazione straordinaria a prassi politicamente legittimata.

1.5 Percezioni divergenti tra la diaspora e la popolazione residente

La crisi venezuelana ha generato un fenomeno migratorio di proporzioni storiche: oltre 7,7–8 milioni di cittadini hanno lasciato il paese negli ultimi anni a causa del collasso economico, dell’iperinflazione e della contrazione dei servizi essenziali, creando una vasta diaspora globale che supera un quarto della popolazione originaria.

Questo gruppo di emigrati, distribuito principalmente tra Stati Uniti, Europa e paesi latinoamericani, tende ad avere una percezione più favorevole all’intervento statunitense rispetto a coloro che ancora vivono all’interno del Paese. Secondo indagini recenti, una larga maggioranza di venezuelani in esilio (circa il 60–64%) sostiene l’azione guidata dagli Stati Uniti per rovesciare il governo di Nicolás Maduro, ritenendo che tale intervento possa costituire una via efficace per ristabilire la democrazia e porre fine all’emergenza umanitaria che ha caratterizzato il Paese negli ultimi anni.

Questa posizione riflette in parte la distanza materiale e affettiva dalla quotidianità della crisi interna: gli emigrati, pur mantenendo forti legami con le famiglie rimaste nel paese, non sperimentano direttamente le difficoltà quotidiane come la scarsità di beni alimentari, l’insicurezza e l’accesso limitato ai servizi di base. Molte delle celebrazioni seguite alla rimozione di Maduro nei centri della diaspora — ad esempio a Doral, in Florida — testimoniano un senso di sollievo e gratitudine verso l’intervento esterno, percepito come un punto di svolta dopo anni di repressione e instabilità che ha costretto intere famiglie alla fuga.

Tuttavia, la popolazione che ancora risiede in Venezuela esprime valutazioni più articolate e ambivalenti rispetto alle reazioni della diaspora all’intervento statunitense. Sebbene una parte della società abbia vissuto gli anni di crisi con crescente frustrazione verso la gestione politico-economica del governo chavista, molti cittadini temono che un intervento militare esterno conduca infatti a una nuova forma di influenza o egemonia straniera sul loro paese. In un contesto in cui la difficoltà quotidiana nel procurarsi beni di prima necessità — cibo, medicine e servizi di base — rappresenta la priorità materiale di larga parte della popolazione, la prospettiva di un conflitto prolungato o di instabilità istituzionale appare infatti molto più minacciosa della speranza di cambiamento politico.

L’incertezza diffusa all’interno della società venezuelana è risultata ulteriormente accentuata dagli sviluppi immediatamente successivi all’operazione militare. In base a comunicazioni provenienti da fonti istituzionali venezuelane, le azioni condotte contro installazioni militari e infrastrutture difensive avrebbero comportato un numero significativo di vittime, includendo personale militare, soggetti stranieri e civili, con un bilancio iniziale che indicherebbe 40 decessi e decine di feriti. Tali elementi suggeriscono che l’intervento non si sia limitato a obiettivi strettamente militari, ma abbia provocato rilevanti perdite umane, anche tra la popolazione civile nelle aree urbane interessate.

In questo contesto, numerosi residenti esprimono scetticismo o addirittura opposizione verso un coinvolgimento più profondo degli Stati Uniti nella vita politica venezuelana. La memoria collettiva del conflitto in Iraq o in Afghanistan, accoppiata alle difficoltà già esistenti, alimenta il timore che un intervento esterno possa tradursi in un ulteriore deterioramento delle condizioni di vita, piuttosto che in un miglioramento tangibile. Per molti, la prospettiva di una nuova egemonia — questa volta economica e geopolitica — imposta da una potenza esterna è percepita come un ulteriore rischio per la sovranità e l’autodeterminazione della società venezuelana.

Conclusione

L’analisi sviluppata nel presente lavoro consente di interpretare la crisi venezuelana non come un evento isolato né come il semplice esito di una contesa ideologica tra autoritarismo e democrazia, o tra democrazia e narcotraffico, bensì come una manifestazione della competizione sistemica per il controllo delle risorse energetiche nel XXI secolo.                              Il Venezuela emerge come uno spazio strategico centrale, una vera e propria banca energetica globale, la cui sovranità incide direttamente sugli equilibri tra potere finanziario, sicurezza energetica e primato geopolitico statunitense, in primis con riferimento al ruolo del dollaro nel panorama globale.

La politica statunitense verso Caracas si è strutturata attorno a tre assi complementari: l’erosione della sovranità economica venezuelana mediante sanzioni e isolamento finanziario; la costruzione di una cornice giuridico-discorsiva che ha dato un nuovo significato ad un conflitto politico in una questione di sicurezza e criminalità transnazionale; e infine la riaffermazione di un controllo diretto o indiretto sulle risorse petrolifere attraverso la reintegrazione delle major statunitensi precedentemente espropriate. Questo processo appare come il risultato di una strategia graduale volta a riallineare il Venezuela nell’orbita economica occidentale, riducendo al contempo l’influenza cinese nel continente latinoamericano.

In tale prospettiva, il petrolio non consiste soltanto in una merce, ma in un meccanismo strutturale di potere: esso sostiene il ruolo internazionale del dollaro, stabilizza i mercati finanziari occidentali e funge da strumento di pressione geopolitica nei confronti dei principale competitors degli Stati Uniti, come Cina e Russia. La crisi venezuelana mostra come il controllo delle risorse energetiche sia divenuto un elemento cardine della competizione globale, in cui l’egemonia non si esercita esclusivamente attraverso la forza militare, ma attraverso l’integrazione tra apparati giuridici, economici e narrativi.

Il comportamento dell’amministrazione Trump e la sostanziale inerzia della comunità internazionale mettono inoltre in luce una fragilità strutturale del sistema giuridico-sociale che dovrebbe garantire la stabilità mondiale e sicurezza agli alleati occidentali degli Stati Uniti: quando però è l’attore egemone che viola apertamente i principi fondanti del diritto internazionale, la capacità delle istituzioni multilaterali di farli rispettare risulta gravemente limitata, se non del tutto inesistente. Ne emerge un sistema in cui la legalità internazionale tende a essere subordinata ai rapporti di forza, piuttosto che a costituirne il vincolo normativo.

In conclusione, il caso venezuelano non rappresenta soltanto una crisi regionale, ma un precedente sistemico. Esso segnala una trasformazione profonda delle dinamiche di potere globale, in cui il controllo delle risorse energetiche, la guerra giuridica e la competizione tra grandi potenze convergono in nuove forme di egemonia, destinate a ridefinire l’ordine internazionale nel corso del XXI secolo.

Iscriviti alla nostra Newsletter
Enter your email to receive a weekly round-up of our best posts. Learn more!
icon

AREA RISERVATA TESSERATI CeSE-M

Progetto di Ricerca CeSE-M

Il CeSE-M sui social

Naviga il sito

Tirocini Universitari

Partnership

Leggi anche