di Giuseppe Angiuli
In Russia, uno dei temi attualmente più scottanti e delicati e, al tempo stesso, da trattare con maggiore prudenza nel dibattito politico interno alla società, attiene al controverso rapporto della grande nazione eurasiatica con l’incerta eredità del recente passato sovietico.
Articolo pubblicato sul numero 2 della rivista di geopolitica BRICS & FRIENDS, marzo 2026
Com’è noto, l’Unione Sovietica è collassata nel 1991 e, a partire da quel momento, la classe dirigente del Cremlino e la stessa società russa si sono trovati a dover fare i conti con una severa rielaborazione di un periodo storico lungo più di 70 anni (dal 1917 al 1991), che aveva inciso in misura assai profonda non solo nelle istituzioni del Paese ma anche nell’état d’esprit collettivo del Paese.
Un’eredità pesante ed alquanto ingombrante, quella del recente passato dell’URSS, che è ancora oggi potenzialmente in grado di dividere le coscienze e di rilanciare vecchie fratture nel corpo della società russa, nel mentre lo sforzo di gran parte del gruppo dirigente post-sovietico, a cominciare da Vladimir Putin, è stato quello di provare a ricostruire ex novo un sistema di valori morali e identitari che fosse condivisibile da tutti i cittadini della Federazione Russa e che risultasse funzionale a rinsaldare le radici culturali della nazione ed a rilanciare nell’immaginario collettivo un forte senso comune di appartenenza alla Santa Madre Russia.
L’ideologia bolscevica, per sua stessa natura ontologica, non poteva non creare delle profonde lacerazioni all’interno del tessuto sociale del Paese, essendo suo precipuo obiettivo quello di contrapporre frontalmente le masse di operai e poveri contadini dell’immenso Paese, appena uscito dall’autocrazia zarista, alla tradizionale classe dell’alta aristocrazia terriera e cittadina, che fino agli inizi del novecento aveva retto le fila della Russia, sin dai primordi della sua storia.
Nelle prime fasi che seguirono all’avvento del potere bolscevico, subito dopo la rivoluzione d’ottobre del 1917 – allorquando la direzione del Partito Comunista e l’Armata Rossa erano nelle mani, rispettivamente, di Lenin e Trozky – a prevalere in tutto il Paese ed anche nelle repubbliche satelliti di Mosca fu, per un certo periodo, una politica di tendenziale annientamento dell’identità nazionale russa, in primo luogo nel suo aspetto spirituale e religioso (cristiano-ortodosso).
Successivamente, nella fase più drammatica dell’aggressione militare nazista (1941-43), Iosif Stalin – che era giorgiano di nascita e che, a differenza di Lenin e Trozky, pare non avesse un’origine ebrea – dovette suo malgrado fare richiamo alle corde più profonde del sentimento collettivo di appartenenza alla Santa Madre Russia, provando a fare leva anche sul sentimento squisitamente nazionale dei suoi concittadini e riaprendo strumentalmente perfino le relazioni ufficiali con la Chiesa cristiano-ortodossa, che per l’occasione tornò ad avere una piccola voce in capitolo, fornendo anche un suo importante contributo alla sconfitta dell’esercito invasore nazista.
Non è un caso se, quella che per noi europei è la seconda guerra mondiale, nel mondo russo viene invece chiamata la grande guerra patriottica: tutti i russi compresero bene molto presto sulla loro pelle che, per Adolf Hitler, l’invasione dell’URSS assolveva ad una finalità di sterminio della “razza slava”, da lui ritenuta “barbara” ed “incivile”.
Pertanto, in quelle fasi drammatiche della storia, in cui era a rischio la stessa sopravvivenza del Paese, l’intera comunità pan-sovietica dei popoli slavi ed orientali si strinse attorno a ciò che di più alto e spirituale vi era nel proprio immaginario collettivo, superando parzialmente i contrasti ideologici e le lotte interne, pur di riuscire a venire a capo di un nemico invasore così spietato e genocida.
In seguito al crollo dell’URSS, nella fase sciagurata del decennio yeltsiniano degli anni ’90 del secolo scorso – allorquando la Russia ha toccato forse il punto più basso negli ultimi secoli della sua storia ed ha seriamente rischiato di implodere – durante il quale a Mosca dominava l’ideologia auto-distruttiva dei Chicago boys, l’obiettivo del gruppo dirigente del Cremlino parve essere soltanto quello di rinnegare frettolosamente il passato sovietico, per proiettare la Russia verso un abbraccio mortale con l’ideologia del pensiero unico neo-liberale, il cui dominio globale incontrastato fu celebrato dal celebre saggio “La fine della storia e l’ultimo uomo” a cura di Francis Fukuyama.
Con l’avvento di Vladimir Putin al potere a Mosca (a partire dalle prime elezioni da lui vinte nel 2000), si è invece assistito ad un parziale mutamento di tendenza nel gruppo dirigente russo.
Con Putin alla guida del Paese, è apparsa chiara la tendenza a voler evitare sia gli atteggiamenti troppo celebrativi che quelli frettolosamente denigratori rispetto all’esperienza sovietica, prevalendo un tentativo di salvare solamente gli aspetti positivi della lunga esperienza dell’URSS – su tutti, la vittoria militare sulla Germania nazista – con una netta presa di distanza dagli elementi più marcatamente classisti e anti-tradizionali dell’ideologia bolscevica.
Tanto Vladimir Putin quanto uno dei suoi consiglieri più fidati, Sergej Karaganov, hanno in più occasioni definito pubblicamente il comunismo come un tragico errore storico per la Russia e lo hanno indicato come quel fattore negativo e decisivo che ha nuociuto per un lungo periodo alla realizzazione dell’obiettivo del pieno sviluppo dell’economia e della società russa.
L’occasione pubblica in cui il pensiero critico putiniano verso la storia dell’URSS è emerso nelle forme più esplicite e clamorose è data senz’altro dal celebre discorso alla nazione pronunciato il 21 febbraio del 2022, che ha segnato il prologo dell’avvio della cosiddetta “operazione militare speciale” in Ucraina.
In tale circostanza, Putin ha lanciato un vero e proprio anatema nei confronti di Lenin, addebitandogli apertamente la responsabilità storica di avere concesso colposamente l’autonomia da Mosca all’Ucraina, agli albori della nascita dell’URSS, sulla base di un malinteso concetto di valorizzazione dello spirito di “autodeterminazione nazionale”[1].
Nello stesso storico discorso del 21 febbraio 2022, Putin ha attribuito all’intero gruppo dirigente del vecchio PCUS la responsabilità di avere “sconsideratamente stimolato ed incoraggiato il sentimento nazionalista” degli ucraini, senza avere affatto pensato alle “inevitabili tragiche conseguenze per il Paese”.
In buona sostanza, Putin, mediante una lunga ed articolata dissertazione storica, condita di molti dati e riferimenti specifici, ha accusato Lenin ed il gruppo dirigente del vecchio PCUS di essere all’origine dell’attuale scontro epico ed esistenziale deflagrato tra la Santa Madre Russia e l’odierna Ucraina ultra-nazionalista, avendo commesso, all’epoca, l’imperdonabile errore di voler ingraziarsi le élite nazionaliste ucraine, a lungo protette e nutrite nelle fila del Partito Comunista e di cui il PCUS, a detta dello stesso Putin, ebbe per molto tempo a soddisfare impropriamente le spinte centrifughe e le ambizioni particolaristiche.
Nel mirino di Putin, in particolare, vi è stata la storica decisione leniniana di smembrare il Donbass dalla Russia per accorparlo alla (allora) neonata Repubblica Socialista di Ucraina, senza curarsi del fatto che quella cessione territoriale avrebbe comportato il contemporaneo trasferimento, al di fuori dei confini amministrativi della Russia, di milioni di persone intimamente russe quanto alla loro lingua ed identità nazionale nonché profondamente collegate, già da secoli, al vecchio impero zarista.
Al contempo, nello stesso discorso, Putin ha fortemente criticato la previsione, all’interno della Costituzione dell’URSS, del diritto delle repubbliche sovietiche ad esercitare il diritto alla secessione dal potere centrale di Mosca: al momento del collasso dell’Unione Sovietica (definito da lui stesso come “la più grande catastrofe geopolitica del novecento”), è stato proprio l’esercizio del diritto all’autodeterminazione delle repubbliche ex sovietiche a fungere da grimaldello su cui hanno fatto leva le forze centrifughe poste ai margini dei confini della Russia, onde innescare un clima politico funzionale al separatismo da Mosca e che poi, in un secondo momento, sarebbe presto sfociato – come nel caso dell’Ucraina – in un atteggiamento di aperta e violenta contrapposizione.
In altri passaggi del citato discorso, si intravede la probabile consapevolezza di Putin – ancorchè non esternata in modo diretto – sul fatto per cui Lenin possa avere agito come vero e proprio traditore ovvero come agente di influenza straniera, avendo questi posto in essere delle azioni deliberatamente dannose per la Russia, a cominciare dalla pace disonorevole da lui frettolosamente siglata con la Germania nel tanto celebre quanto discusso trattato di Brest-Litovsk del 3 marzo 1918.
A sostegno della probabile ipotesi per cui l’ex agente del KGB Vladimir Putin potrebbe forse essere a conoscenza su Lenin di alcune verità poco commendevoli e dunque non del tutto svelabili all’opinione pubblica interna ed internazionale, colpisce decisamente la sua aspra critica ai princìpi leninisti di costruzione dello Stato, definiti non semplicemente un errore bensì “molto peggio di un errore”; degna di nota è altresì la precisazione di Putin per cui la fondatezza del suo giudizio tanto netto sulle discutibili azioni di Lenin trarrebbe una conferma dalla lettura di non ben definiti “documenti d’archivio”.
Accanto ad una condanna così implacabile verso l’operato di Lenin, si è segnalato in Russia, in questi ultimi anni, un contestuale tentativo di parziale riabilitazione della figura di Stalin, ancorchè depurata dagli aspetti più propriamente ideologici del personaggio e dai suoi eccessi dispotici.
Il Governo russo e Putin in prima persona, oltre ad avere omaggiato apertamente le qualità politiche di Josif Stalin come capo morale dell’Unione Sovietica, come ideatore del processo di industrializzazione degli anni ’30 oltre che come condottiero militare vittorioso, si sono spinti finanche a prendere in considerazione l’idea di ridenominare la città di Volgograd come Stalingrad.
In fin dei conti, nella Russia di oggi, che rivendica con ostinazione il suo reinserimento a pieno titolo nell’empireo delle grandi potenze geopolitiche, si segnala una irrimediabile presa di distanza, da parte di Putin e di gran parte della classe dirigente nazionalista – con l’unica eccezione del Partito Comunista di Gennadij Zjuganov – da tutti gli aspetti più propriamente ideologici del settantennio di storia dell’URSS, essendosi Putin spinto finanche a condannare “le odiose fantasie utopiche ispirate dalla Rivoluzione” come “assolutamente distruttive per qualsiasi Paese normale”, evocando altresì l’esigenza di epurare definitivamente tali elementi ideologici dalle basi fondamentali su cui è stata costruita la statualità dell’attuale Federazione Russa.
[1] Per una lettura integrale del discorso di Putin alla nazione pronunciato il 21 febbraio 2022: www.lantidiplomatico.it/dettnews-e_una_giornata_storica_oggi_e_lo_rimarr_per_molto_se_non_in_eterno_la_traduzione_integrale_del_discorso_di_putin_del_21_febbraio_2022/5694_45265/








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