Come gli Stati Uniti sono passati dall’essere sostenitori a distruttori delle ambizioni nucleari dell’Iran

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Hu Yuwei e Lin Xiaoyi

Dal programma “Atoms for Peace” del 1957 ai bombardamenti contro i siti iraniani, la traiettoria statunitense verso il nucleare di Teheran rivela una logica selettiva e coercitiva: il problema non è la tecnologia in sé, ma chi la controlla e a quali equilibri geopolitici si oppone.

Il mondo è rimasto scioccato dall’escalation del conflitto tra Stati Uniti-Israele e Iran, dopo la conferma, giunta domenica, della morte della Guida Suprema iraniana, l’āyatollāh ʿAlī Khāmeneī. Gli impianti nucleari iraniani sono diventati un punto focale inevitabile di questo conflitto.

Nel contesto dei recenti colloqui falliti prima dell’esplosione del conflitto, gli Stati Uniti hanno chiesto che Teheran smantelli i propri principali impianti nucleari e consegni a Washington l’intera scorta di uranio arricchito, come riportato da Anadolu Ajansı. L’Iran, tuttavia, ha respinto l’idea di trasferire all’estero le proprie scorte di uranio durante i colloqui di Ginevra del 26 febbraio e si è opposto alla cessazione dell’arricchimento dell’uranio, allo smantellamento dei propri impianti nucleari e all’imposizione di restrizioni permanenti al proprio programma, secondo quanto riferito dal Wall Street Journal, citando persone a conoscenza dei colloqui.

La frattura tra Stati Uniti e Iran sulla questione nucleare dura da decenni, eppure è difficile immaginare che gli Stati Uniti, che oggi fanno di tutto per ostacolare lo sviluppo nucleare iraniano, siano stati un tempo i primi sostenitori del programma nucleare del Paese. Perché il sostegno statunitense allo sviluppo nucleare dell’Iran, iniziato nel 1957, si è poi trasformato in sanzioni globali e attacchi militari? Come hanno fatto gli ex alleati a ritrovarsi l’uno contro l’altro in uno scontro armato? In che modo la politica statunitense verso l’Iran mette a nudo il nucleo egemonico e unilateralista del predominio globale di Washington?

Dalla luna di miele alla profonda inimicizia

«La posizione degli Stati Uniti sul programma nucleare iraniano è passata dall’abbraccio allo strangolamento, una trasformazione indissolubilmente legata alla natura mutevole del regime di Teheran», ha dichiarato al Global Times Sun Degang, direttore del Centro di Studi sul Medio Oriente dell’Università Fudan.

Tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta, Stati Uniti e Iran hanno stretto una stretta alleanza fondata su interessi geopolitici, entrando in una fase di “luna di miele” nella cooperazione nucleare. Tuttavia, l’alleanza è crollata completamente a causa del cambiamento di regime in Iran e dei conflitti diplomatici, ponendo le basi per decenni di tensioni nei successivi negoziati sul nucleare. Per il governo statunitense, la tecnologia nucleare poteva essere un dono generoso oppure una minaccia da eliminare, ha spiegato Sun.

Occorre tornare al 1957. Nel pieno della Guerra Fredda, nell’ambito del programma Atoms for Peace del presidente statunitense Dwight Eisenhower, Stati Uniti e Iran firmarono l’accordo di cooperazione relativo agli usi civili dell’atomo. L’intesa stabiliva che il governo statunitense avrebbe fornito all’Iran assistenza tecnica e combustibile nucleare, oltre a consegnare un reattore ad acqua leggera per scopi di ricerca. Ciò pose le fondamenta per l’uso pacifico della tecnologia nucleare civile da parte dell’Iran e mise in evidenza il ruolo vitale degli Stati Uniti nella fase iniziale del programma nucleare iraniano, secondo un rapporto di Al Jazeera.

Negli anni Sessanta e Settanta, con l’assistenza degli Stati Uniti, l’industria nucleare iraniana si sviluppò rapidamente. Il Paese firmò il Trattato di messa al bando parziale degli esperimenti nucleari nel 1963 e il Trattato di non proliferazione nucleare nel 1968. Nel 1974, lo Shah Reza Pahlavi istituì l’Organizzazione per l’Energia Atomica dell’Iran e annunciò piani per generare circa 23.000 megawatt di energia in vent’anni, compresa la costruzione di 23 centrali nucleari e lo sviluppo di un ciclo completo del combustibile nucleare.

Durante questo periodo, gli Stati Uniti offrirono un forte sostegno politico al programma, compresi progetti che avrebbero consentito all’Iran di utilizzare materiali statunitensi per l’arricchimento domestico dell’uranio e di investire in impianti di arricchimento negli Stati Uniti, secondo l’Ufficio dello Storico del Dipartimento di Stato americano.

Inoltre, il governo iraniano finanziò un programma speciale, versando 1,4 milioni di dollari per inviare fino a 54 candidati a un master a formarsi nel dipartimento di ingegneria nucleare del Massachusetts Institute of Technology, secondo quanto riferito dal New York Times.

Tuttavia, questa cooperazione apparentemente solida era costruita su fondamenta fragili: il regime filoamericano dello Shah.

Nel 1979, la Rivoluzione islamica guidata dall’āyatollāh Ruḥollāh Khomeynī travolse il Paese, rovesciando il dominio della dinastia Pahlavi. In risposta, gli Stati Uniti interruppero le relazioni diplomatiche con l’Iran e imposero sanzioni globali. I due Paesi passarono dall’essere stretti alleati a nemici giurati, una svolta che seminò i germi dell’ostilità per decenni di scontro a venire.

Sun ha sottolineato che questo drastico capovolgimento mise a nudo una logica fondamentale: nel calcolo geopolitico di Washington, la natura “buona” o “cattiva” della tecnologia nucleare non è determinata dalla tecnologia in sé, ma interamente dal rapporto che il governo che la controlla intrattiene con gli Stati Uniti.

Questo giudizio selettivo, che tollera o addirittura sostiene le capacità nucleari degli alleati mentre si oppone aggressivamente a quelle dei rivali, mette in luce l’essenza egemonica della strategia statunitense, nella quale Washington detta unilateralmente le norme globali per salvaguardare il proprio predominio e prevenire sfide multipolari, spesso aggirando i meccanismi multilaterali e il diritto internazionale in favore di azioni coercitive unilaterali che danno priorità al primato americano rispetto a un ordine equo fondato sulle regole, ha affermato lo studioso.

La fine della luna di miele segnò l’inizio di un nuovo ciclo di confronto ad alto rischio.

L’escalation dell’ostilità

Alla fine degli anni Settanta, Iran e Iraq si guardavano già con sospetto, e presto giunsero alle armi in quella che sarebbe stata conosciuta come la guerra Iran-Iraq. Il New York Times, citando ex funzionari dell’intelligence e del Dipartimento di Stato statunitense, riferì nel 1992 che gli Stati Uniti avevano segretamente aiutato l’Iraq nelle prime fasi della guerra contro l’Iran.

Il deterioramento delle relazioni tra Washington e Teheran si aggravò significativamente il 3 luglio 1988, quando una nave da guerra della Marina statunitense abbatté per errore il volo Iran Air 655 sopra il Golfo Persico, uccidendo tutte le 290 persone a bordo, tra cui 66 bambini. Gli analisti osservano che questa tragedia rafforzò la convinzione iraniana che gli Stati Uniti stessero appoggiando pienamente l’Iraq per rovesciare il suo regime, consolidando una profonda sfiducia reciproca e preparando il terreno a decenni di escalation.

L’uso di sanzioni unilaterali contro l’Iran si ampliò notevolmente sotto l’amministrazione Clinton, includendo l’estensione delle sanzioni fino a un embargo totale su commercio e investimenti con l’Iran, secondo informazioni pubbliche.

Nel discorso sullo stato dell’Unione del 2002, l’allora presidente statunitense George W. Bush descrisse l’Iraq come uno dei tre Paesi che, insieme a Iran e Corea del Nord, costituivano un “asse del male”, secondo quanto riportato da PBS.

Dopo che nel 2002 furono rivelati impianti nucleari segreti iraniani, gli Stati Uniti e i loro alleati europei chiesero al Paese di fermare l’arricchimento e di fare piena luce sulle proprie attività nucleari, ha riferito il New York Times nel 2025.

Tuttavia, dopo oltre vent’anni di diplomazia e negoziati, e ora anche di attacchi aerei da parte di Israele e degli Stati Uniti, il confronto resta irrisolto.

Sun ha dichiarato al Global Times che, per l’Iran, la tecnologia nucleare è una questione di sopravvivenza e uno strumento essenziale per spezzare il monopolio nucleare di Israele in Medio Oriente. Non potendo acquisire direttamente armi nucleari, l’Iran utilizza le capacità nucleari per creare deterrenza strategica nei confronti di Israele e degli Stati Uniti. Al contrario, per gli Stati Uniti, la tecnologia nucleare è decisiva per preservare il monopolio nucleare israeliano, con l’obiettivo centrale di impedire che qualsiasi altro Stato antiamericano del Medio Oriente la padroneggi; la ricerca iraniana di tale capacità sfida direttamente questo obiettivo, facendone il fulcro della rivalità bilaterale.

Nonostante gli sforzi persistenti di grandi potenze come Cina e Russia per mantenere aperti i canali diplomatici, i negoziati volti a raggiungere un accordo nucleare si sono ripetutamente bloccati o sono falliti in mezzo al crescere delle tensioni.

Il 20 luglio 2015, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite approvò il Piano d’Azione Congiunto Globale (JPCOA), l’accordo nucleare raggiunto tra l’Iran e il P5+1, cioè Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Russia, Cina e Germania, come riportato dall’agenzia Xinhua. La risoluzione stabiliva che le sanzioni ONU contro l’Iran sarebbero state revocate una volta che l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica avesse verificato il rispetto, da parte iraniana, di impegni chiave, tra cui la riconversione del reattore ad acqua pesante di Arak, la trasformazione dell’impianto di Fordow in centro di ricerca e la rimozione di centrifughe e infrastrutture connesse all’arricchimento dell’uranio.

Tuttavia, nel 2018, l’allora presidente Donald Trump si ritirò unilateralmente dal JCPOA e reintrodusse le sanzioni contro l’Iran. Alcuni analisti sostengono che questa mossa abbia minato la credibilità dei negoziati internazionali e sia diventata una delle principali radici storiche dell’attuale stallo diplomatico tra Stati Uniti e Iran.

Nell’aprile 2025, l’attuale amministrazione statunitense e il governo iraniano hanno ripreso un nuovo ciclo di negoziati sul nucleare. Le due parti avevano originariamente programmato un sesto round di colloqui per la metà di giugno, ma il 21 giugno Trump ordinò improvvisamente attacchi statunitensi con cosiddette bombe antibunker e missili da crociera contro i siti nucleari iraniani di Fordow, Isfahan e Natanz. In risposta, l’Iran lanciò un attacco limitato e preannunciato con missili balistici contro la più grande base aerea americana nella regione, secondo quanto riferito dai media.

Il presidente Trump dichiarò che i siti nucleari iraniani erano stati “completamente distrutti” da questi attacchi. Tuttavia, fonti a conoscenza della valutazione dell’intelligence del Pentagono affermano che le centrifughe iraniane sarebbero in larga misura rimaste “intatte” e che l’impatto si sarebbe limitato alle strutture in superficie, ha riportato la BBC.

Nel più recente ciclo di colloqui indiretti sul nucleare, mediati dall’Oman a Ginevra alla fine di febbraio 2026, il ministro degli Esteri iraniano Seyed Abbas Araghchi ha definito le discussioni «le più intense finora». Entrambe le parti hanno concordato di proseguire i negoziati, concentrandosi sul programma nucleare iraniano e sulla revoca delle sanzioni statunitensi contro Teheran, ha aggiunto, secondo quanto riportato dalla CNBC.

Tuttavia, questi negoziati sono crollati in seguito agli ultimi, inattesi attacchi aerei congiunti USA-Israele contro l’Iran del 28 febbraio.

Li Haidong, professore dell’Università degli Affari Esteri della Cina, ha dichiarato al Global Times che gli attacchi statunitensi contro l’Iran seguono uno schema consolidato, già visto nell’invasione dell’Iraq del 2003 con il pretesto inesistente delle armi di distruzione di massa e negli attacchi aerei di dodici giorni dello scorso anno contro l’Iran, nel quale il pretesto di “impedire l’acquisizione di armi nucleari” serve a giustificare un’azione militare preventiva. Questo approccio rivela il doppio standard e la logica egemonica degli Stati Uniti: dopo aver promosso il programma nucleare iraniano negli anni Cinquanta quando Teheran era un alleato strategico, Washington ora cerca di distruggerlo semplicemente perché l’Iran sfida il dominio statunitense in Medio Oriente. Questa applicazione selettiva della non proliferazione, tollerata per gli alleati e schiacciata per i rivali, dimostra che la politica americana è guidata dall’interesse geopolitico e dall’egemonia unilaterale, non da principi coerenti.

Secondo Sun, questi attacchi danneggiano gravemente il regime globale di non proliferazione nucleare e la governance internazionale, stabilendo un pericoloso precedente di risoluzione delle controversie mediante la forza militare. Ciò potrebbe incoraggiare escalation in altri conflitti, come Pakistan-Afghanistan o Russia-Ucraina, alimentando il confronto geopolitico e il ripiegamento rispetto a un ordine globale cooperativo.

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