AZERBAIGIANI E CURDI IN IRAN: UNA BATTAGLIA DI MINORANZE ALL’INTERNO DI UNA GUERRA PIÙ GRANDE?

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di Tural Akhundov– Research Fellow presso Crescent Research Center – Baku

Lo scorso 28 febbraio il Governo israeliano è riuscito a trascinare gli Stati Uniti in uno scontro militare aperto con la Repubblica Islamica dell’Iran. Questa volta, entrambe le parti sembrano molto meglio preparate rispetto alla guerra di 12 giorni di un anno fa. Questo potrebbe anche spiegare la maggiore intensità, la più ampia gamma di Paesi e obiettivi colpiti e l’entità dei danni in generale.

Di fronte all’incertezza creata dalla “nebbia di guerra”, Israele, che considera la Repubblica Islamica una minaccia esistenziale, sta spingendo per un risultato rapido e auspicabile. Le opzioni sul tavolo potrebbero spaziare da una riprogettazione della politica estera iraniana alla completa frammentazione territoriale. Questa ambiguità appare deliberata, consentendo sia agli Stati Uniti che a Israele di mantenere aperte le loro opzioni strategiche. Quando si parla di spartizione dell’Iran, due delle sue più grandi minoranze devono essere sempre menzionate: azeri e curdi. La mappa etnica dell’Iran circola online da anni, spesso raffigurando i persiani come una minoranza e insinuando che il Paese sia prossimo alla disgregazione. In pratica, l’atteggiamento delle minoranze nei confronti della Repubblica Islamica varia considerevolmente. Le comunità curde sunnite tendono a nutrire i rancori più profondi, sia contro il regime che contro l’identità iraniana in quanto tale, mentre gli azeri rimangono più o meno integrati nel quadro statale.

La questione curda, tuttavia, si estende ben oltre i confini dell’Iran. Si stima che tra i 25 e i 35 milioni di curdi siano distribuiti in quattro Paesi, Turchia, Iraq, Iran e Siria, il che li rende uno dei più grandi popoli senza Stato al mondo. I curdi iraniani si riferiscono alla loro regione come Rojhilat, che significa “l’Oriente”, un termine che la colloca nel più ampio immaginario nazionale curdo insieme al Bashur (Kurdistan iracheno), al Bakur (Turchia sud-orientale) e al Rojava (Siria settentrionale). Questa inquadratura è importante: per i nazionalisti curdi, il Rojhilat non è semplicemente una provincia iraniana, ma parte integrante di un futuro Grande Kurdistan, un concetto che porta con sé un profondo peso politico e, nei Paesi e nelle comunità limitrofe, una notevole ansia.

Non sorprende, quindi, che Israele sostenga i gruppi armati curdi iraniani che operano nel Kurdistan iracheno e che il presidente Trump abbia avuto colloqui con i leader curdi in Iraq. Queste organizzazioni hanno apertamente espresso la loro intenzione di replicare nel Rojhilat ciò che il PYD ha ottenuto nel Rojava, istituendo un autogoverno autonomo nei territori curdi iraniani durante un periodo di debolezza dello Stato centrale. L’attuale guerra, con il suo potenziale di fratturare l’autorità statale iraniana, potrebbe essere proprio la finestra che i gruppi curdi stavano aspettando.

Il Kurdistan iracheno funge da principale base di retrovia per queste operazioni, ma la sua ospitalità nei confronti dei militanti curdi iraniani non è incondizionata. Le due forze dominanti della regione del Kurdistan iracheno, il PUK guidato da Talabani e il KDP guidato da Barzani, hanno piani nettamente diversi. Il PUK, con sede a Sulaymaniyah, ha storicamente mantenuto legami pragmatici con Teheran e tende a considerare con cautela la militanza curda iraniana, temendo di compromettere tale rapporto. Il KDP, con sede a Erbil, fa più affidamento su Ankara e Washington, concedendogli un certo margine di manovra, sebbene persino Barzani abbia motivi per evitare di inimicarsi completamente l’Iran. Il risultato è una tolleranza fragile: i gruppi militanti operano dal suolo curdo iracheno, ma con vincoli che potrebbero inasprirsi o allentarsi a seconda dell’evolversi della guerra.

Dato che i curdi sono tra le minoranze più propense a ricevere il sostegno militare di Stati Uniti e Israele, l’Azerbaigian occidentale potrebbe fungere da trampolino di lancio per un’insurrezione, l’atto di apertura di una campagna terrestre. L’elevata concentrazione di recenti attacchi aerei in questa provincia avvalora questa interpretazione.

Come gli azeri reagiranno a un simile scenario è tutt’altro che semplice. Esistono tensioni di lunga data tra le comunità azera e curda, radicate nelle differenze religiose (i curdi sono prevalentemente sunniti; gli azeri prevalentemente sciiti), nel trattamento disparato da parte dello Stato (i curdi subiscono discriminazioni sia religiose che linguistiche, mentre gli azeri sono spesso favoriti per ruoli governativi nell’Azerbaigian occidentale, considerati una comunità più leale) e nei livelli nettamente diversi di organizzazione armata. La popolazione curda, insediata principalmente in zone montuose al di fuori del pieno controllo statale, è significativamente più armata dei suoi vicini azeri.

La visione di un Grande Kurdistan, che comprenda il Rojhilat insieme alle aree popolate da curdi di Turchia, Iraq e Siria, è fonte di particolare disagio tra gli azeri dell’Azerbaigian occidentale. Gran parte del territorio che i nazionalisti curdi considerano parte del Rojhilat si sovrappone ad aree che gli azeri considerano storicamente proprie. La prospettiva di una ridefinizione dei confini etnici a favore di un’entità curda, sostenuta da potenze esterne, non è una minaccia astratta per gli azeri che vivono lì, ma è considerata una sfida diretta alla loro presenza nella regione.

Entrambe le comunità hanno inoltre una forte identità territoriale, il che rende altamente improbabile qualsiasi spartizione negoziata del territorio. L’aumento di una forza curda potrebbe innescare la resistenza degli azeri, soprattutto se i confini etnici sembrano spostarsi. Quella che inizia come un’insurrezione anti-regime potrebbe rapidamente trasformarsi in un conflitto interetnico, che rischia di coinvolgere sia l’Azerbaigian che la Turchia, trasformando l’Azerbaigian iraniano in un vero e proprio teatro di guerra.

Pochi azeri accetterebbero volentieri un futuro che prevede vittime di massa, sfollamenti forzati e pulizia etnica a portata di mano. Teheran, da parte sua, potrebbe cercare di mobilitare gli azeri contro una rivolta curda, intrappolando ulteriormente una comunità che ha più da perdere e meno da guadagnare. Alla fine, sia gli azeri che i curdi in Iran potrebbero ritrovarsi a essere considerati partecipi di una guerra altrui: comunità già stremate da sanzioni paralizzanti e bombardamenti aerei, che ora si trovano ad affrontare la prospettiva di fungere da carne da cannone, possibilmente l’una contro l’altra, in un conflitto orchestrato da potenze esterne.

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