Vie della Seta, del Cotone, dell’Oro. Precisazioni per non cadere nella trappola della propaganda.

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di Maria Morigi

Negli ultimi mesi l’attenzione geo-politica è rivolta ai possibili e futuri vantaggi dell’ India-Middle-East-Europe-Corridor (IMEC) anche denominata “Via del Cotone”, iniziativa infrastrutturale di portata strategica sostenuta dagli Stati Uniti e lanciata al vertice del G20 di Nuova Delhi in settembre 2023. Si tratta di un corridoio economico che mira a collegare India (Mumbai), Medio Oriente (Arabia Saudita, Giordania, Israele) ed Europa (Grecia, Trieste, Genova e Marsiglia) in una rete integrata di trasporti, energia e comunicazioni, promuovendo la cooperazione economica, commerciale, energetica e di sicurezza. Compito non secondario dell’ IMEC è costruire un’alternativa ai progetti in corso dei rami della Belt and Road (BRI) cinesi e a facilitare il porto di Haifa (Israele) senza dover passare per Suez e il Mar Rosso.

La propaganda governativa e dei grandi investitori coinvolge particolarmente il porto internazionale di Trieste come terminal dell’IMEC, tanto che la stampa locale pubblicizza il corridoio come “Via dell’Oro”… termine molto più accattivante di “Via del Cotone”. L’occasione è offerta dalla pubblicazione del volume “La Via dell’Oro. Come l’India antica ha trasformato il mondo“ dello scrittore di viaggio e studioso dell’Asia, William Dalrymple (Adelphi 2025) recensito sul Sole 24 Ore da Giuliano Boccali, ex professore di Indologia, Lingua e letteratura sanscrita all’Università di Venezia, Ca’ Foscari. 

Con queste parole Dalrymple presenta il lavoro : “Questo libro intende mettere in luce il ruolo spesso misconosciuto dell’India nel mondo antico e altomedievale, sia come fulcro economico e pilastro del commercio internazionale, sia come fucina di civiltà e motore di trasmissione culturale, pienamente alla pari e sullo stesso livello della Cina”. Una storia quindi fondamentale, quella della Via dell’Oro, ma dimenticata a causa della frammentazione politica del mondo indiano e a causa della storiografia inglese che non ha mai riconosciuto l’India quale cultura civilizzatrice considerandola solamente un territorio da colonizzare. 

Il poderoso lavoro di Dairymple si ripromette di “riabilitare” il ruolo dell’India antica analizzando tre direttrici culturali: nascita e diffusione del buddhismo, influenza della lingua sanscrita, conoscenze in campo matematico-scientifico come il concetto di “zero” numerico su base dieci. 

Un lavoro meritorio che, come si sta vedendo, purtroppo spinge a strumentalizzazioni geopolitiche che poco hanno a che fare con la ricerca storica, scontrandosi con l’immagine della Cina come grande motore di civiltà tramite la Via della Seta. Quindi, premesso che prima del libro di Dalrymple nessuno ha ipotizzato come categoria storico-scientifica una Via dell’Oro antagonista alla Via della Seta, cominciamo col far giustizia, senza nulla togliere al lavoro dello studioso scozzese. 

Infatti, “Autostrada della Storia” è indiscutibilmente la Via della Seta sulla quale abbiamo abbondanti fonti e testimonianze. Se nel 1937 con i libri di viaggio di Sven Hedin, esploratore svedese del Terzo Reich, s’incominciava a parlare di Via della Seta, la denominazione Seidenstraße era comparsa nel 1877, quando il geografo tedesco Ferdinand von Richthofen (1833-1905) pubblicò a Berlino l’opera Tagebücher aus China, in cui documentava che la Via da lui chiamata “della Seta”, iniziata nel II secolo a.C. durante la Dinastia cinese Han, fu praticata fino al 15° secolo anche dopo la diffusione dell’Islam e la conquista mongola (13° secolo). Ma fin da subito fu anche evidente che si doveva parlare al plurale di molte Vie della Seta o di una rete di oasi e di centri abitati collegati da itinerari il cui controllo fu uno dei fattori determinanti nel rapporto tra nomadi, sedentari e unioni tribali.

La Via infatti era costituita da itinerari terresti per almeno 8.000 km., lungo i quali si snodarono i commerci tra imperi cinesi e Occidente, collegando Chang’an (oggi Xi’an) ad India, Asia minore e Mediterraneo con rotte carovaniere che passavano attraverso l’Asia centrale o l’alto itinerario delle steppe kazake al di sopra del Mar Caspio. I percorsi meridionali della Via scendevano verso l’India: da Samarcanda si dipartiva la rotta indo-pakistana lungo la quale le carovane approdavano a Mathura (Uttar Pradesh), più ad Oriente, in Cina, attraversavano il Sichuan per raggiungere l’Oceano Indiano.

Altrettanto importanti furono gli itinerari marittimi delle Via della Seta, quindi proprio i porti dell’India. Anche prima del libro di Dalrymple, è stato ampiamente provato che la Via della Seta diveniva una via d’acqua, innestandosi sull’itinerario marittimo di Nearco, ammiraglio di Alessandro Magno. Essa proseguiva per il Mar Rosso e il Golfo Persico, attraversava la Persia, raggiungendo poi la costa mediterranea. Molto più ad Est le diramazioni si estendevano fino alla Corea e al Giappone.

Per quanto riguarda la dottrina buddhista – originaria dell’India – fu “esportata” e accolta in Cina, Tibet, regioni himalayane e Centro Asia da monaci spesso cinesi, ed è provato che nel 1° e 2° secolo si diffuse proprio lungo le varie direttici terrestri della Via della Seta che sono segnate da siti di grotte buddhiste finanziate per devozione religiosa e scambio di beni. Grotte buddhiste si trovano in Cina in Shanxi(Grotte Yungang), Gansu e Xinijang (l’eccellenza delle Grotte Mogao), in Afghanistan (Bamiyan e Hadda), nelle regioni di Battriana, Sogdiana, Valle di Fergana. Oltre al buddhismo, sulle rotte carovaniere si sono mossi culti, religioni, filosofie (Manicheismo, Nestorianesimo, Zoroastrismo) e conoscenze scientifiche.

I primi traduttori indiani arrivati in Cina nella più antica capitale Luoyang (1) divulgarono il buddhismo del Piccolo Veicolo (Hinayana) con manuali di iniziazione recepiti spesso nei classici cinesi. Già nel II secolo si aprì in Cina l’epoca delle traduzioni dal sanscrito di sutra e insegnamenti di Buddha: i traduttori erano di cultura iranica, sogdiana e partica provenienti dalla Serindia e dall’India, fino a che diventò predominante il buddhismo del Grande Veicolo (Mahayana), più comprensibile per le figure di ‘protettori della dottrina’ (bodhisattva), e favorito dalle dinastie cinesi sulle vie di pellegrinaggio monastico.

Merita fare accenno anche alla toponomastica: Serindia è il toponimo coniato nel primo Novecento dall’archeologo Aurel Stein, ispirato al termine letterario utilizzato dagli scrittori latini per indicare i limiti orientali del mondo conosciuto, in cui si combinano Indiani (abitanti dell’India) e Seres, indicati nei dialetti iranici centrasiatici della Battriana e della Sogdiana come intermediari del commercio di oro siberiano tra 3° e 2° secolo a.C. e del commercio di seta cinese (serika in greco, serica o sericum in latino). Il nome di Seres indicava anche gli abitanti delle oasi del Bacino del Tarim e fu esteso ai cinesi, quali produttori di seta.

Inoltre è accertato che quasi ogni informazione sulla Via della Seta antica proviene dalle fonti della storiografia cinese ufficiale (2), da fonti dirette (3), dallo studio moderno sulle tipologie di contratti commerciali e dalle relazioni sulle iniziative politiche, commerciali e diplomatiche che sfruttarono questa via di comunicazione utilizzando la seta cinese come bene di pagamento ed esportazione. Ad esempio, nel “Libro degli Han Posteriori “ è contenuta la relazione sull’ambasceria promossa dall’Imperatore Han Wudi Liu, che nel 138 a.C. incaricò il giovane Zhang Qian di andare verso Occidente per comunicare con un’etnia nomade pacifica e persuaderla a combattere contro i nomadi Xiongnu che minacciavano l’Impero. La storica impresa di esplorazione considerata l’inizio della Via della Seta fu immortalata sulla parete nord della Grotta n. 323 delle Grotte buddhiste Mogao (Dunhuang) in un affresco eseguito all’inizio della Dinastia T’ang (7° sec). Gli storici cinesi registrano anche con precisione ambasciate romane in Cina per vie marittime: la prima ricordata nel “Libro degli Han Posteriori“ risale all’anno 166. Doni furono inviati da Roma all’Imperatore Cao Rui (Dinastia Wei del Nord) tra il 227 e il 239. Ancora un’ambasciata da Roma nell’anno 284 portò tributi all’Impero Cinese, inviati dall’Imperatore Marco Aurelio Caro (282-283).

Mi sono soffermata a parlare delle fonti cinesi proprio per prendere le distanze dall’opinione di Dalrymple la cui ipotesi di lavoro è dimostrare la centralità dell’India nelle rotte marittime. Le motivazioni offerte dallo studioso sono: 1- negli antichi testi romani non si parla quasi mai di Cina ma si parla invece molto di India come luogo di estrazione di metalli preziosi, 2- nei porti del Mar Rosso i romani applicarono pesanti dazi sulle merci che provenivano dall’India, 3- il geografo Strabone che viveva ad Alessandria d’Egitto parla di un porto sul Mar Rosso dove una flotta di 250 navi era pronta a prendere il largo, approfittando della stagione dei monsoni, per raggiungere l’India in sole sei settimane. Da ciò Dalrymple deduce che non c’è alcuna prova concreta dell’esistenza di una Via della Seta marittima, ma ci sono molte prove di contatti diretti tra Roma e l’India, che sono stati “oscurati “ dalla notorietà delle Vie della Seta. Secondo Dalrymple ci sono diverse prove archeologiche (soprattutto tesori di monete romane) del commercio romano che aveva con India e Sri Lanka un rapporto commerciale diretto, ma non ci sono prove per quanto riguarda la Cina. A proposito di questa osservazione è necessario ribadire che le prove archeologiche non possono assolutamente sostituire le fonti storiografiche e che le cosiddette “fonti romane” citate da Dalrymple sono letterarie o sono osservazioni riferite di seconda mano.

A proposito di prove archeologiche si potrebbe obiettare alle tesi di Dalrymple che nel famoso Tesoro di Begram (Alessandria del Caucaso, oggi Afghanistan) rinvenuto dalla missione archeologica francese nel  1937-1939 in stanze murate di un edificio palaziale, si sono trovati – provenienti da Cina, India e Occidente greco romano – manufatti in bronzo, alabastro, vetro (bicchieri smaltati romani da Alessandria d’Egitto), monete ellenistiche e romane, mobili e avori indiani , resti di mobili e ciotole in lacca cinese e coreana

Una precisazione: Nella Cina antica l’oro non aveva lo stesso valore simbolico, economico e sociale che gli era, invece, attribuito in altre culture. Nonostante l’oro fosse utilizzato nell’alchimia Waidan (esterna) e Neidan (interna) per raggiungere longevità ed immortalità e per decorare oggetti rituali di bronzo sin dalla dinastia Shang (II millennio a.C.), oro e argento erano piuttosto rari, poco utilizzati nella produzione di vasellame rituale e non avevano quell’importanza attribuita alla giada e al bronzo. Solo durante la dinastia Tang (618-907) la lavorazione dell’oro raggiunse in Cina alti livelli di quantità e qualità.

Nel libro edizione Adelphi segnalo anche incongruenze simboliche e iconografiche, ad esempio l’immagine di copertina del generale cinese Zhang Yichao a servizio della dinastia Tang, il quale sconfisse l’armata dell’Impero tibetano nell’848 d.C.. L’immagine viene attribuita ad un murale delle Grotte di Mogao, mentre, a mio parere, proviene da tombe principesche di epoca Tang, restaurate e ricostruite presso il Museo Regionale dello Shaanxi a Xi’an. In attesa di essere smentita, chiedo: – se l’immagine appartiene alla Via della Seta, perché metterla in copertina quando il libro tratta di Via dell’Oro?- E insisto sul fatto che una narrazione della centralità indiana nel mondo antico non dovrebbe essere trasformata in strumento di propaganda geopolitica, ma mantenuta entro i limiti della ricerca storica rigorosa.

NOTE AL TESTO

(1) Per oltre 1.500 anni, Luoyang è stata il centro politico, economico e culturale della Cina. La sua storia come capitale iniziò durante la dinastia Xia (2070–1600 a.C.). Con la dinastia Han Orientale (25–220 d.C.), l’imperatore Guangwu stabilì la capitale a Luoyang. Nel 493, la dinastia Wei Settentrionale (386–534 d.C.)  iniziò la costruzione delle Grotte buddhiste di Longmen, (“Grotte della Porta del Drago”).

(2) Fonti antiche della storiografia cinese ufficiale: il Canone delle Ventiquattro Storie, in cui si registra la storia cinese dai tempi dell’Imperatore Giallo (2600 a.C.) fino alla Dinastia Ming. Del Canone fanno parte le raccolte: Memorie di uno storico (Shiji), resoconto dello storico di corte Sima Qian compilato nel 91 a.C.; il Libro degli Han [Anteriori / Occidentali], che tratta il periodo dal 206 a.C. al 24 a.C.; il Libro degli Han Posteriori (Houhansu), che narra gli eventi della Dinastia Han Orientale dal 25.C. al 220 d.C. e fu compilato da Fan Ye nel 445. Appartengono all’Houhansu le “Cronache dei Tre Regni “e le “Cronache delle Regioni Occidentali” che descrivono diffusamente lo scambio di merci e le interazioni diplomatiche con l’India nord-occidentale e l’impero Romano; inoltre trascrivono i resoconti del generale Ban Yong, del 125, e riportano gli appunti del generale Ban Chao (32-102), padre di Ban Yong, responsabile dell’amministrazione delle Regioni Occidentali.

(3) Tra le fonti dirette, Faxian (340-418), monaco e traduttore di testi dal sanscrito al cinese, che fu il primo pellegrino buddhista cinese a raggiungere l’India in un viaggio iniziato nel 399, la cui cronaca è riportata nel Foguoji (Relazione sui Paesi buddhisti), redatto nel 416. L’opera più organica è il resoconto del viaggio, durato dal 630 al 645, del monaco buddhista cinese Xuan Zang  che andò alla ricerca di scritture buddhiste (sutra) indiane in lingua sanscrita. L’Imperatore Taizong della Dinastia Tang gli chiese, al ritorno, di scrivere il Datang Xiyu Ji, “Il Viaggio in Occidente del Grande Tang”, documento che permette di ricostruire lo stato del buddhismo nel 7° secolo dalla Cina all’Afghanistan e dall’India al Tibet, insieme con la situazione politica di quei territori.

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