Le elezioni generali del 15 gennaio hanno confermato Yoweri Museveni per un settimo mandato, prolungando un potere iniziato nel 1986. Tra repressione interna e blackout di internet, Kampala rafforza il proprio ruolo regionale, trasformando la politica estera in una risorsa cruciale di legittimazione.
Le elezioni generali ugandesi dello scorso 15 gennaio si sono concluse con un esito che, più che sorprendere, ha ribadito la natura strutturale del sistema politico costruito attorno a Yoweri Museveni. Il presidente, al potere dal 1986, è stato dichiarato vincitore con il 71,65% dei voti contro il 24,72% del principale sfidante, Robert Kyagulanyi Ssentamu, meglio noto come Bobi Wine. La consultazione ha registrato un’affluenza attorno al 52,5%, in calo rispetto alla tornata precedente, segnale di una società al tempo stesso mobilitata e stremata da un confronto politico che, da anni, appare sbilanciato in partenza.
La fotografia numerica del voto racconta solo una parte della storia. L’altra, decisiva, riguarda le condizioni in cui la competizione elettorale si è svolta: arresti di oppositori, violenze nelle settimane di campagna, irruzioni delle forze di sicurezza contro comizi e cortei, un contesto di intimidazione che ha provocato crescente preoccupazione tra gli osservatori. A rendere più opaco il quadro ha contribuito il blocco della rete, imposto nei giorni immediatamente precedenti il voto e durante lo scrutinio, una pratica divenuta quasi “normalità” in diversi contesti africani e funzionale a impedire sia la mobilitazione sia la documentazione di eventuali abusi.
Bobi Wine e la National Unity Platform hanno rigettato la legittimità del risultato, denunciando brogli e pressioni. Nei giorni successivi, la repressione si è intensificata: cariche, procedimenti giudiziari, accuse contro sostenitori dell’opposizione e un clima di caccia all’uomo culminato, secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, in raid e tentativi di neutralizzazione politica del principale avversario. In altre parole, la settima rielezione di Museveni non è soltanto la conferma di un consenso, ma anche la dimostrazione della profondità di un apparato statale e securitario che funziona come protesi permanente del potere presidenziale.
La “stabilità” come narrazione e la trasformazione dell’Uganda in un’autocrazia elettorale
Museveni continua a presentarsi come garante di stabilità in un paese che, dopo l’indipendenza, ha conosciuto colpi di Stato, violenze e fratture interne. È una narrazione efficace, soprattutto verso una parte della popolazione adulta e verso settori economici che temono l’incertezza. Ma quella stabilità ha un prezzo: progressiva chiusura dello spazio democratico, riduzione della pluralità informativa, uso selettivo della forza pubblica, compressione delle libertà civili. Il dato politico essenziale non è solo l’anzianità del presidente, oramai ottuagenario, bensì la capacità del suo sistema di rendere le elezioni un rito di conferma più che un passaggio di scelta. Lo testimoniano anche le modifiche costituzionali che nel tempo hanno smantellato i vincoli al potere esecutivo, eliminando i limiti di mandato e rendendo la competizione un percorso in salita per chiunque si presenti come alternativa credibile.
Eppure, la questione non può essere ridotta a una contrapposizione semplicistica tra “vecchio dittatore” e “giovane oppositore”. La crisi ugandese è più profonda e riguarda la forma stessa dello Stato: un equilibrio in cui le forze armate e i servizi di sicurezza agiscono come garante finale del sistema, mentre l’economia, le reti clientelari e le rendite politiche trasformano la permanenza al potere in un interesse collettivo per l’élite che lo sostiene. L’ampia quota di popolazione giovane rende questa configurazione ancora più esplosiva: quando la politica diventa impermeabile al ricambio, infatti, la società cerca altri canali, spesso conflittuali, per esprimere una domanda di futuro.
Politica estera: l’arma silenziosa del “musevenismo”
Per comprendere perché Museveni riesca a resistere, non basta analizzare l’architettura interna del potere. Occorre guardare alla politica estera, che nel caso ugandese non è un “capitolo” a parte, ma un cardine della sopravvivenza del governo. Kampala ha costruito negli anni un profilo internazionale da partner indispensabile su dossier sensibili: sicurezza regionale, missioni militari, gestione dei rifugiati, contrasto a gruppi armati transfrontalieri. Questo profilo produce credito politico, risorse finanziarie, addestramento e legittimazione diplomatica.
L’esempio più emblematico è la Somalia. L’Uganda è stata tra i protagonisti delle missioni dell’Unione Africana e resta uno dei contributori militari più rilevanti nelle operazioni di stabilizzazione, un ruolo che le consente di presentarsi come bastione contro il jihadismo nel Corno d’Africa e di intessere relazioni strette con partner occidentali interessati a “esternalizzare” la sicurezza. In questa cornice, Museveni trasforma la cooperazione militare in una sorta di assicurazione geopolitica: finché l’Occidente percepisce Kampala come parte della soluzione, sarà più incline a tollerarne le derive interne o a limitarne le conseguenze con critiche prudenti, raramente accompagnate da pressioni realmente incisive.
Accanto alla Somalia, pesa la questione riguardante le regioni orientali della Repubblica Democratica del Congo. L’operazione congiunta contro le Allied Democratic Forces, nota come Operation Shujaa, è stata giustificata come risposta al terrorismo e alla minaccia transfrontaliera. Ma numerose analisi hanno osservato come queste operazioni possano intrecciarsi anche con interessi economici e con la volontà di controllare corridoi strategici in una regione ricca di risorse e attraversata da traffici formali e informali. Anche in questo caso, Museveni usa il linguaggio della “guerra al terrore” per legittimare una postura interventista che consolida l’influenza ugandese e rafforza l’apparato militare interno, rendendolo ancora più centrale nella vita nazionale.
Un terzo tassello è il Sud Sudan, dove Kampala ha storicamente sostenuto il governo amico di Salva Kiir. Anche in questo caso, la logica è quella secondo la quale stabilizzare un vicino significa proteggere confini, rotte commerciali e investimenti, ma anche dimostrare che l’Uganda è un attore regionale senza il quale i processi di pace rischiano di deragliare.
Il doppio binario: Occidente e Cina, tra aiuti, infrastrutture e petrolio
Se l’Uganda di Museveni è un partner militare utile per Stati Uniti ed Europa, è anche un paese sempre più integrato nelle reti economiche e infrastrutturali sostenute dalla Cina. Qui emerge il tratto più “moderno” del musevenismo: la capacità di muoversi su più tavoli, sfruttando la competizione globale per ottenere finanziamenti e opere strategiche.
L’energia e le infrastrutture sono gli ambiti in cui questa strategia diventa più visibile. Progetti come il Karuma Hydropower Project, finanziato in larga parte da prestiti cinesi e realizzato da imprese cinesi, mostrano quanto la cooperazione con Pechino sia ormai strutturale per la modernizzazione del paese e per il rafforzamento del consenso interno, soprattutto quando viene presentata come prova di “sviluppo” e “progresso”. A questo si aggiunge la partita decisiva del petrolio: lo sviluppo dei giacimenti del lago Alberto e il corridoio di esportazione verso la Tanzania attraverso l’East African Crude Oil Pipeline. Il progetto, sostenuto da grandi attori internazionali e decisivo per le ambizioni economiche di Kampala, è però anche uno dei maggiori punti di frizione, per via degli impatti sociali e climatici.
Museveni utilizza l’orizzonte petrolifero come promessa di prosperità e come leva per stringere alleanze, mentre sul piano interno gestisce la conflittualità sociale con strumenti repressivi e con una comunicazione centrata sull’idea che chi critica i progetti strategici sia un ostacolo alla “rinascita nazionale”. Il risultato è un paese che si presenta come in marcia verso l’emancipazione economica, ma lo fa con metodi autoritari e con un controllo crescente sul dissenso.
L’Occidente tra imbarazzo e convenienza: diritti umani sacrificabili
Il rapporto con l’Occidente è, da tempo, un esercizio di equilibrio. Da un lato, Washington e le capitali europee non possono ignorare gli abusi e le restrizioni democratiche, né la violenza politica che ciclicamente accompagna le elezioni ugandesi. Dall’altro, l’Uganda è utile: per la Somalia, per i rifugiati, per la stabilità regionale in una delle aree più delicate del continente. Per questo le critiche tendono spesso a essere calibrate, mentre l’architettura della cooperazione resta in piedi, anche quando i valori proclamati entrano in collisione con le pratiche reali del partner. Non a caso, analisi istituzionali statunitensi hanno evidenziato più volte come il paese resti un alleato significativo, pur dentro un contesto di repressione e “backsliding” democratico.
In questo scenario, la politica estera di Museveni appare come una strategia di “rendita geopolitica”: offrire servizi di sicurezza e stabilizzazione in cambio di margini di impunità sul piano interno. È un patto non scritto, ma visibile negli effetti. E contribuisce a spiegare perché, dopo quarant’anni, il sistema ugandese continui a riprodursi.
Una continuità che pesa sul futuro
La rielezione per un settimo mandato, dunque, non chiude un ciclo, lo prolunga. Museveni arriverà a governare fino al 2031, portando a quasi mezzo secolo la sua permanenza al potere. È un’anomalia storica che trasforma la questione ugandese in un problema di transizione: non solo quando avverrà, ma come e a quale costo sociale. L’ascesa del figlio Muhoozi Kainerugaba all’interno delle forze armate, le sue dichiarazioni aggressive e il suo ruolo politico-mediatico alimentano timori di una successione dinastica, cioè di un passaggio “familiare” mascherato da continuità istituzionale.








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