di Filippo Bovo
In questo lungo articolo ripercorreremo parte delle dinamiche relative alla guerra civile sudanese e alle azioni di un vasto fronte dalla crescente influenza (guidato dal quartetto Arabia Saudita-Egitto-Eritrea-Sudan), per concluderla con lo sradicamento delle cause che ne sono all’origine: ovvero il ruolo di “stato nello Stato” detenuto in Sudan dalle RSF col sostegno degli Emirati Arabi Uniti e di altri loro partner regionali.
FONTE ARTICOLO: https://www.opinione-pubblica.com/sudan-e-non-solo-sudan-eliminare-le-cause-originarie-del-conflitto-civile-prima-parte/
Guardando agli ultimi fatti dal Sudan, noteremo che le principali preoccupazioni dei media occidentali si concentrano soprattutto sulla massiccia crisi degli aiuti umanitari, con la fame che per via del conflitto tende ormai ad aggravarsi giorno dopo giorno. Pur essendo un atteggiamento piuttosto comune dinanzi a gravi crisi geopolitiche come quella sudanese, vi si può intuire il forte peso recitato dalle organizzazioni umanitarie, i cui comunicati costituiscono una fonte primaria per molti blogger e giornalisti della galassia africanista e terzomondista. Del resto, proprio nelle fila delle ONG molti di costoro hanno spesso iniziato la loro carriera. E certamente in Sudan la fame rappresenta una grave tragedia, come testimoniato anche dal Programma Alimentare Mondiale (WFP), allarmato per i tagli che andranno a colpire milioni di civili in aree come il Darfur e il Kordofan. Secondo media come Al Jazeera e Foreign Policy, che citano rapporti elaborati tra il 7 e il 17 dicembre, almeno 25 milioni di persone necessitano di assistenza alimentare, con oltre 4 milioni di bambini esposti al rischio estremo di malnutrizione. Tuttavia, per quanto meritorio, volgere la nostra attenzione unicamente all’aspetto umanitario, trascurando l’analisi geopolitica, può portarci a valutazioni parziali, dominate solo da approcci pietistici o filantropici; ovvero a rinunciare a comprendere le dinamiche che causano e trascinano il conflitto, e gli intrecci che a livello regionale ed internazionale lo legano ad altri in corso nel Continente, dai Grandi Laghi al Sahel, fino al Corno d’Africa.
Peraltro la stessa Amnesty International accusa le Forze di Supporto Rapido (RSF) di Mohamed Dagalo Hemedti di gravi crimini di guerra, come esecuzioni sommarie, violenze sessuali ed attacchi etnici nel Darfur, con casi come El-Fisher tra i più recenti ed eclatanti ma certo non unici. Solo per fare un esempio, lo scorso 5 dicembre un loro bombardamento a Kalugi, nel Sud Kordofan, ha visto la morte di 116 persone, tra cui 48 bambini. Quella di cui le RSF si rendono responsabili è di fatto una vera e propria pulizia etnica, come già avvenuto anni fa nel Darfur quando al mondo erano più comunemente note col nome di Janjaweed. E’ un momento in cui la guerra civile sembra aver conosciuto una funebre “seconda giovinezza”, con le RSF tornate alla carica dopo settimane di ripiegamenti. Lo scorso 2 dicembre, per esempio, le SAF (l’Esercito Sudanese, guidato dal Generale Abdel Fatah Burhan) hanno subito una sconfitta significativa con la perdita del quartier generale della 22esima Divisione a Babanusa, ultima città ancora circondata nell’ovest del paese. Nel frattempo, le forze di Hemedti hanno consolidato la loro presa su aree come Nyala ed El-Fasher, forti di un rinnovato arsenale a base di droni e veicoli corazzati munificamente forniti dagli Emirati Arabi Uniti, loro principali promotori. Siamo ormai a 150mila vittime provocate dal conflitto, secondo stime purtroppo sempre piuttosto “prudenziali”.
Lo scorso 13 dicembre, un drone ha colpito una base logistica della missione UNISFA (United Nations Interim Security Forces for Abeyi) a Kadugli, nel Sud Kordofan, causando la morte di sei peacekeepers bengalesi e ferendone altri otto. L’Africa, purtroppo, è letteralmente “infarcita” di missioni ONU che sin qui ben poco hanno sortito per alleviare le varie crisi regionali per cui erano state dispiegate: si pensi al caso celebre della MONUC/MONUSCO nella Repubblica Democratica del Congo, conclusa proprio ad inizio anno con l’avanzata degli M23 e il record di più lunga e costosa missione nella storia dell’ONU. Tali missioni non hanno sin qui ottenuto effetti convincenti, addirittura esponendo il loro personale a gravi rischi di natura militare: non a caso l’attacco del 13 dicembre indica la robusta ripresa delle RSF, oggi disposte anche a colpire personale umanitario internazionale pur di ritrovarsi con aree totalmente sotto il loro controllo, senza scomodi testimoni. La condotta delle RSF, simile nella sua temerarietà a quella di Israele a Gaza e in Libano, non deve sorprendere: dopotutto entrambe hanno in Abu Dhabi il loro anello di collegamento, il loro comune amico ed alleato.
Tuttavia, dinanzi al rilancio delle RSF, il resto della regione non rimane fermo a guardare; e mai l’ha fatto. In questo articolo, di cui mi scuso per la lunghezza, spiegherò infatti le molte ragioni del loro rilancio e di come le SAF, sostenute da vari alleati, stiano adeguando le loro azioni per contenerle. Il 15 dicembre Burhan ha visitato Riyad, incontrando il Principe Ereditario Mohammed bin Salman. L’Arabia Saudita ha sempre seguito le sorti del conflitto, mai nascondendo il suo appoggio al Consiglio Sovrano Transitorio di Burhan, unico e legittimo governo sudanese malgrado il tentativo di Hemedti di presentarsi alla comunità internazionale con un proprio “Governo di Pace ed Unità” la cui ambizione è di guidare soprattutto l’est del paese, creando una secessione de facto delle aree del Kordofan e del Darfur su cui sta accentuando il controllo. Fin dagli incontri di Jeddah, volti a proporre una mediazione tra le due parti, Riyad ha cercato di sanare un conflitto oggi purtroppo insanabile: qualunque tentativo di fermare oggi le ostilità, andrebbe a tradursi in un congelamento dello scontro tra RSF e SAF, preservando l’odierno rischio di una rottura dell’unità nazionale sudanese. Quel rischio, assolutamente da evitare, fa sì che nessun accordo volto a preservare le cause dell’odierno conflitto civile (ovvero, il ruolo delle RSF in Sudan come “stato nello Stato”, tali da costituire una minaccia fondamentale alla sicurezza nazionale e regionale) possa esser preso in considerazione da Burhan. Solo riconoscendo ed affrontando tali cause, e sradicandole, sarà possibile concludere definitivamente e stabilmente la guerra civile sudanese. E’ anche il motivo per cui le proposte di accordo avanzate dal Quad (formato da Stati Uniti, Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti) sono andate puntualmente a scontrarsi col “no” deciso delle SAF. Molto tempo è trascorso tra le mediazioni di Jeddah e le più recenti proposte del Quad: durante il tempo che le ha separate, Riyad ha preso atto che nessuna soluzione che salvaguardi le cause alla base del conflitto può essere accettata dal suo alleato sudanese.
Poco prima di Burhan, ad andare a Riyad è stato Isaias Afewerki, Presidente dell’Eritrea, alleato chiave tanto dei sauditi quanto dei sudanesi. Abbiamo già raccontato, in altre occasioni, di quanto essenziale sia il sostegno eritreo al Sudan in intelligence, consulenza militare e diplomazia: e infatti anche stavolta Asmara si presenta come anello di collegamento tra Corno d’Africa e Penisola Arabica, garante e punto di convergenza degli interessi di stabilità dell’una e dell’altra parte. A Riyad, oltre a discutere di rilevanti progetti regionali come lo snodo portuale di Assab (al centro delle rivendicazioni nazionaliste etiopiche, ma su cui anche il governo saudita punta a dirigere importanti investimenti in cooperazione con quello eritreo), Afewerki e bin Salman hanno discusso della questione sudanese. Prima di giungere a Riyad, Afewerki era andato in visita a Port Sudan per incontrare Burhan, compiendo un lungo percorso via terra che le RSF ben si erano guardate dal disturbare. Quell’incontro, per gli uomini di Hemedti, è stato uno sviluppo poco gradito, al pari di altri avvenuti in precedenza, perché testimonia la determinazione eritrea non solo a restare al fianco del Sudan, ritenendo una minaccia letale una sua disgregazione; ma persino, data la rilevanza della posta in gioco, ad elevare ulteriormente il livello dello scontro, portandole ad un confronto regionale sempre più serrato. Burhan, importante alleato saudita, ha avuto ancor più facilità ad incontrare bin Salman dopo la visite di Afewerki a Port Sudan e a Riyad, trovando nel grande paese arabo ancor più comprensione e determinazione per sostenere le sue necessità di quante già ne avesse trovate. Sempre in quei giorni, il Principe ereditario ha incontrato il Presidente statunitense Donald Trump, ponendolo dinanzi ad un serio imperativo: agire tempestivamente su Abu Dhabi, alleato strategico di Washington con cui Riyad è sempre più in rotta a causa di una politica estera parallela e concorrente, affinché stacchi la spina alle RSF. L’alternativa, sic et simpliciter, è che miliardi e miliardi di dollari in investimenti sauditi nell’economia statunitense restino sospesi in via indefinita. Lo stesso vale per l’approdo ad uno Stato palestinese, coltellata agli interessi non soltanto israeliani ma anche dei suoi alleati tra cui spiccano, come già ricordato, proprio gli Emirati.
Infine, Burhan è andato in Egitto, altro paese con cui tanto il Sudan quanto l’Eritrea hanno profondamente incrementato i loro rapporti nell’ultimo biennio. E là il Presidente al-Sisi, accanto al suo omologo Burhan, ha lanciato alla comunità internazionale non uno ma tre seri moniti: il Cairo non permetterà che il Sudan perda stabilità politica, unità nazionale o un sicuro governo. Chi oltrepasserà queste tre linee rosse, andrà incontro alle armi egiziane, in realtà seppur con discrezione già in parte attive nel conflitto. Il quartetto che davvero può portare a termine la guerra civile non è il Quad statunitense, ma quello saudita-egiziano-eritreo-sudanese, capace di trascinare a sé gli Stati Uniti ed isolare gli Emirati, tra l’altro intercettando pure altri attori che nella crisi sudanese non giocano affatto un ruolo tanto marginale, dalla Turchia all’Iran, anch’essi vicini a Khartum con ingenti rifornimenti militari. I sempre più intensi sforzi a della comunità internazionale per imprimere una fine al conflitto civile in Sudan sono una delle ragioni, ma non l’unica, del rilancio delle RSF da parte di Abu Dhabi: se davvero ad una pace si dovesse arrivare, le forze di Hemedti avrebbero a quel punto più margini di trattativa e quote di paese da detenere a loro vantaggio, incrementando le possibilità che nessun negoziato preveda uno sradicamento delle cause che il 15 aprile 2023 hanno portato allo scoppio delle ostilità. Proprio per questo l’internazionalizzazione del conflitto che il Quad a guida statunitense ha sin qui tentato di portare avanti non appare la formula più convincente per sanare il conflitto sudanese. Interrompere il conflitto preservando le cause che hanno condotto alla sua deflagrazione, così da poterlo riprendere con gli interessi in futuro, è quanto oggi mirano ad ottenere per le RSF il loro primo foraggiatore, gli Emirati, e gli altri loro alleati regionali, Etiopia, Ciad e Libia.
La destabilizzazione del Sudan, della Somalia e dello Yemen, col sostegno al separatismo di loro realtà interne come Darfur, Somaliland e Yemen meridionale, appartiene nella strategia israelo-emiratina di controllo geopolitico dalla Valle del Nilo al Mar Rosso, insieme al contrabbando di oro e minerali critici che tramite gruppi e partner locali Abu Dhabi e Tel Aviv conducono oggi non soltanto in queste regioni, ma anche nei Grandi Laghi e nel Sahel, trovando poi sempre nel Corno d’Africa la principale ma non unica via di trasporto.
Un’ulteriore disgregazione del Sudan dopo quella già patita nel 2010, con la secessione e l’elevazione a Stato di gran parte del suo ovest, ben oltre il Darfur e il Kordofan, non segnerebbe soltanto la scomparsa del paese, ma introdurrebbe ad una nuova e grande stagione di instabilità un’immensa regione già oggi estesamente destabilizzata. Questa Immensa regione copre gran parte dell’Africa Subsahariana, dai Grandi Laghi alla Valle del Nilo, dal Sahel al Corno d’Africa, riunendo vari paesi attraversati da forti vulnerabilità e divisioni interne, spesso all’origine di ripetuti conflitti civili o regionali. Tutti questi conflitti sono a loro volta direttamente od indirettamente collegati l’un l’altro dall’azione di forze militari e gruppi terroristi che disinvoltamente si spostano da un paese all’altro, non conoscendo confini e trovando oltrefrontiera appoggi, risorse o rotte sicure per quei traffici che al contempo motivano ed alimentano le loro attività eversive e criminali. Ben manovrati e foraggiati dall’alto, godono di complicità facilmente intuibili, spesso godendo, indipendentemente dal gruppo o dal conflitto di cui parliamo, degli stessi promotori e beneficiari.
Che si tratti di gruppi islamo-fondamentalisti, come JNIM, ISGS, ISWAP, Boko Haram, Ansaru ed altri, in Mali, Burkina Faso, Niger, Ciad o Nigeria centro-settentrionale, e via dicendo, o di Al-Shabaab in Somalia e delle stesse RSF in Sudan insieme a molte altre che gli sono alleate o che agiscono indipendentemente; o degli M23 sostenuti da Ruanda, Uganda e Kenya nell’est della Repubblica Democratica del Congo (al momento prevalenti, ma non unici in regioni come Kivu ed Ituri dove di gruppi armati e radicali se ne contano oltre duecento); o dei fronti in contrapposizione in Sud Sudan o ancora delle tante fazioni che oggi sempre più enfatizzano la disunità dell’Etiopia, con numerosi casi di sollevazioni interne e guerre civili localizzate dal Tigray all’Amhara fino all’Oromia e in altri stati federati; in tutti questi come in altri conflitti i registi che dall’alto tirano le fila spesso sono sempre gli stessi, o quantomeno assai vicini tra loro. Il Sudan è proprio al centro di tutta questa immensa regione costellata di conflitti le cui cause ultime, prima che nella realtà locale, vanno sempre individuate in sontuosi palazzi ubicati altrove. Se il Sudan dovesse sparire o quasi dalla cartina geografica, perdendo la sua unità nazionale e politica, tutti questi conflitti interni e regionali sin qui elencati, insieme ad altri, si ritroverebbero di fatto geograficamente saldati tra loro, con un ripetersi potenzialmente in peggio del copione già visto dopo la disgregazione (anche allora eterodiretta) della Libia nel 2011. A chi può interessare, e giovare, questa prospettiva?
Questa, ovvero il cui prodest?, a chi giova?, è la giusta domanda da farsi, perché può permetterci di capire quali interessi e finalità alimentino il conflitto civile sudanese. Nella prima parte di questo articolo abbiamo parlato del ruolo di Emirati Arabi Uniti ed Israele nel sostegno e nelle fortune delle RSF: storia peraltro ormai vecchia, visto il supporto dato loro quando ancora si chiamavano Janjaweed, sia nel Darfur che nella loro “missione” nello Yemen nel 2015. Del resto, sempre Emirati ed Israele, insieme ad altri, molto si diedero da fare perché la guerra civile sudanese del passato portasse al battesimo di un Sud Sudan corrispondente ai loro desiderata. Il Nilo e il Mar Rosso sono le due grandi ossessioni della geopolitica israeliana ed emiratina, e tutte le aree che tali regioni contengono o costeggiano sono inevitabilmente parte di una tale strategia, ben più che continentale. Possiamo a buon diritto dire più che continentale perché, non limitandosi alla sola Africa o a molta sua parte, comprende anche la Penisola Arabica, il Mashreq, trovando ad esempio nello Yemen un altro dei suoi più importanti punti di convergenza. Il secessionismo sempre più alle porte dello Yemen meridionale, sotto la guida delle forze del STC (Southern Transitional Council, spesso riassunto nella più sbrigativa ma non completa definizione di al-Hirak) sostenuto da Emirati ed Israele, in funzione anti-Houthi, dopotutto è notizia proprio di questi ultimi giorni; e, guarda caso, trova sulla sponda somala una sua corrispondenza in quello del Somaliland, su cui ugualmente Abu Dhabi e Tel Aviv puntano a più non posso, avvalendosi di una qabila compiacente (gli Isaaq, talvolta affiancati dai Gadabuursi e dai Ciise, ed osteggiati dai Dhulbhante) e di un governo (quello etiopico di Abiy Ahmed), a sua volta oltremodo complice.
Del supporto degli Emirati Arabi Uniti in Sudan abbiamo già parlato, con tanto di forniture sin dal 2023 in termini di armamenti, come mercenari dalla Colombia e droni di fabbricazione cinese riesportati da Abu Dhabi all’insaputa di Pechino e in violazione dell’embargo ONU (non è purtroppo una novità: in ogni paese in guerra, malgrado le sanzioni automaticamente applicate, le armi giungono comunque in abbondanza). Le RSF hanno potuto ricevere queste come altre forniture attraverso la Libia e il Ciad, con rotte aeree e terrestri lungo il Sahara fino al Darfur, e così pure attraverso l’Etiopia, con rotte analoghe dal Somaliland e dal Puntland fino al Nilo Azzurro. Già una simile struttura logistica ci fa capire quanto essenziale sia, per le RSF, mantenere il controllo di stati come Darfur, Kordofan e Nilo Blu, e per i loro promotori che vi riescano anche in futuro; ma pure, per lo stesso principio, perché sia altrettanto essenziale per le SAF e i loro alleati strappare quei territori alle forze nemiche, privandole così delle vie di rifornimento. L’oro sudanese, che le RSF veicolano agli Emirati in cambio proprio di tutto quel cospicuo sostegno, rappresenta uno dei grandi, benché non unico, motori di questo conflitto.
Gli Emirati sono ormai universalmente descritti come un hub globale per l’oro africano di provenienza illecita, con importazioni che largamente superano nei numeri le esportazioni ufficiali. In questo 2025 ormai agli sgoccioli, circa il 66% dell’oro importato dall’Africa, in primis proprio da paesi come Sudan, Libia e Ciad, è risultato di contrabbando, al contempo fonte e frutto di conflitti. Ciad ed Etiopia sono i primi vettori per l’oro estratto illegalmente in Sudan, in aree controllate dalle RSF e pertanto fuori dal controllo dello Stato, poi trasportato negli Emirati. Le rotte, esattamente come per le forniture di armi, sono sempre delle più varie: dai porti come Berbera in Somaliland e Bosaso in Puntland a basi sul suolo ciadiano ed etiopico, o ancora sfruttando il ponte aereo garantito dal Darfur alla Libia meridionale dal governo del Generale Khalifa Haftar. Benché Abu Dhabi neghi tutte queste responsabilità, i rapporti ONU e SwissAid parlano chiaro, a tacer poi di un’ormai cospicua raccolta di servizi apparsi su MiddleEastEye, Al Jazeera, Bloomberg, Stratfor, The Century, ecc, e chi più ne ha più ne metta: difficile ormai tenerne la conta.
Con importazioni del “metallo nobile” per eccellenza che di gran lunga superano le sue esportazioni ufficiali, dando luogo ad un’immensa ed inquietante “economia informale di Stato”, per gli Emirati sarà sempre irricevibile qualsivoglia prospettiva di rinunciare a tanta facile e redditizia “manna dal cielo”. Questa vera e propria “industria neocoloniale”, recando poi importanti benefici anche ad altri paesi come Israele, che successivamente acquisiscono vaste quote di quell’oro o “partecipano agli utili” (ad esempio, israeliani sono i piloti che dal Ruanda trasportano l’oro illecitamente prelevato dagli M23 nell’est della Repubblica Democratica del Congo; ma non è certo l’unico caso), rafforza e cementa insieme alleanze e rispettive strategie regionali già consolidate, e conduce ad ulteriori e sinistri “rialzi della posta in gioco”. La politica emiratina di corsa ai porti del Corno d’Africa e della Penisola Arabica Meridionale ne è una prova, al contempo causa ed effetto: oltre ai già nominati porti di Berbera e Bosaso, anche altri come Aden e Mukalla nello Yemen meridionale non sfuggono infatti alle sue attenzioni, e questo spiega perché, oltre a fomentare il secessionismo del Somaliland e i distinguo tra governo regionale del Puntland e governo federale di Mogadiscio, Abu Dhabi punti anche a tenere a battesimo un nuovo Yemen del Sud che analogamente gli sia satellite. Così, non soltanto a Berbera, Bosaso, Aden o Mukalla, Abu Dhabi ed Israele andrebbero ad insediare, come già ufficialmente dichiarato, propri porti e basi militari.
Insomma, tra le cause originarie del conflitto in Sudan non sono solo le RSF e il loro ruolo di “stato nello Stato” a dover essere rimosse, ma anche i giri che fino ai “piani alti”, in quei “sontuosi palazzi ubicati altrove”, oltremare, ne garantiscono l’esistenza e l’operato; e lo stesso vale per le analoghe e sinistre fortune di JNIM in Mali e Burkina Faso, o degli M23 nella Repubblica Democratica del Congo, e via dicendo. E’ una “industria neocoloniale” che non trova certo nei complici locali (la Libia, il Ciad, l’Etiopia, il Kenya, il Ruanda, l’Uganda, ecc, semplici tramiti e partner minori, cospicuamente eterodiretti ed influenzati), la “terminazione finale” dei suoi “piani alti”.









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