di Andrea Garbo
Come Nuova Delhi si sta armando per aumentare la sua postura strategica nell’oceano indiano.
Dopo anni di investimenti insufficienti rispetto al peso strategico del Paese, la Marina indiana — a lungo relegata al ruolo di cenerentola delle forze armate — sta finalmente avviando i passi necessari per dotarsi delle capacità adeguate ad affrontare le sfide attuali, prima fra tutte limitare l’espansione dell’influenza cinese nell’Oceano Indiano.
Cambiamento di paradigma
Storicamente la Marina indiana è stata sistematicamente penalizzata sul piano dei finanziamenti a vantaggio dell’esercito di terra. Questa scelta rifletteva l’imperativo strategico di Nuova Delhi di contenere i suoi principali avversari continentali, Pakistan e Cina. Oggi, però, con la Repubblica Popolare che, attraverso i progetti delle Nuove Vie della Seta, estende la propria influenza anche sul piano marittimo, l’India è costretta ad attrezzarsi e a rispondere anche in questo nuovo scenario: dalla competizione per l’influenza sulle nazioni insulari — come Maldive e Sri Lanka — fino alla crescente presenza navale, commerciale e sempre più anche militare, il controllo dell’Oceano Indiano rimane, infatti, una partita ancora aperta.
La reazione all’espansione dell’influenza cinese nella regione, tuttavia, non è l’unico fattore che spinge l’India verso la costruzione di una marina moderna. A imporlo è soprattutto la necessità di adeguarsi al ruolo di potenza che il Paese ormai ricopre: il dominio marittimo — e in particolare, in questo caso, quello oceanico — è una priorità per qualsiasi grande potenza, e disporre di una flotta all’altezza di tali responsabilità è essenziale per garantire una solida profondità strategica difensiva.
La nuova strategia marittima di Nuova Delhi
Uno dei punti principali della nuova strategia indiana è la creazione della base navale di INS Varsha. Collocata nello Stato dell’Andhra Pradesh, nel sud-est del Paese, la struttura occupa una posizione di grande rilevanza strategica, affacciandosi su rotte commerciali cruciali, in particolare quelle che collegano il Golfo Persico — e le sue risorse energetiche — all’Asia orientale, Cina in primis. Il complesso, il cui costo stimato è di circa 3,7 miliardi di dollari, è progettato per resistere anche ad attacchi nucleari e per ospitare fino a tre sottomarini a propulsione nucleare, con margini per un eventuale ampliamento futuro.
L’ingresso alla base si trova al di sotto del livello del mare, una soluzione progettuale che permette ai sottomarini di muoversi in entrata e in uscita riducendo drasticamente il rischio di individuazione da parte dei satelliti stranieri.
L’India fa parte del ristretto novero di sei Paesi capaci di progettare e realizzare in autonomia sottomarini a propulsione nucleare. Attualmente la sua flotta subacquea conta 18 unità, ma solo due di esse sono dotate di propulsione nucleare, una tecnologia che assicura maggiore autonomia e un raggio d’azione significativamente più ampio.
Entro il 2035 Nuova Delhi punta ad espandere la componente nucleare della propria flotta subacquea fino a 13 unità; tuttavia, alla luce degli attuali livelli di investimento e di un passato segnato da obiettivi non raggiunti, tale traguardo appare ambizioso se non eccessivamente ottimistico. In questo contesto, la collocazione strategica di INS Varsha nel Golfo del Bengala contribuisce a moltiplicare l’efficacia di una forza sottomarina ancora limitata. Anche i sottomarini diesel-elettrici, caratterizzati da un’autonomia più ridotta, potranno infatti operare dalla nuova base per monitorare da vicino le rotte commerciali e contrastare la più consistente presenza di sottomarini nucleari di altri Paesi.
Le marine militari dei due principali colossi asiatici, India e Cina, operano tuttavia su piani nettamente diversi. Con circa 370 unità navali, la flotta cinese surclassa ampiamente quella indiana, che conta poco più di 130 navi, in gran parte datate e non sempre adeguate agli standard tecnologici contemporanei. A ciò si aggiunge un bilancio annuale della Marina indiana pari a circa 11 miliardi di dollari, sufficiente quasi esclusivamente a garantire il mantenimento dell’attuale flotta, ma non a sostenerne l’indispensabile espansione.
Per far fronte a questa storica scarsità di risorse, Nuova Delhi ha adottato una strategia incentrata sul Sea Denial, un approccio difensivo volto a impedire all’avversario di conseguire la supremazia navale, piuttosto che a raggiungerla direttamente. In questo quadro, la costruzione e il potenziamento di basi militari collocate in punti chiave permettono di moltiplicare l’efficacia di una flotta numericamente limitata, compensando in parte il divario con avversari dotati di forze navali assai più consistenti.
Il principale punto di forza della Marina indiana risiede nella possibilità di concentrare i propri sforzi quasi esclusivamente sul teatro domestico. La Cina, al contrario, è costretta a distribuire le proprie risorse su più fronti marittimi, che includono non solo l’Oceano Indiano, ma anche il Mar Cinese Meridionale e lo Stretto di Taiwan.
Il potenziamento della componente subacquea indiana si inserisce dunque in una strategia più ampia di rafforzamento della presenza regionale. In questo quadro rientrano anche la creazione e l’espansione delle basi militari sulle isole Nicobare e di Adaman, situate in una posizione chiave all’imbocco dello Stretto di Malacca, uno dei principali colli di bottiglia del commercio globale: da qui transita circa il 30% del traffico commerciale mondiale e l’80% delle importazioni cinesi di petrolio.
L’ultimo elemento di questa strategia, pensato per compensare l’inferiorità numerica dei mezzi navali indiani, è il rafforzamento della cooperazione militare con i partner regionali. In particolare, il QUAD — che riunisce India, Australia, Giappone e Stati Uniti — rappresenta il principale strumento di coordinamento tra potenze regionali accomunate da una posizione critica nei confronti della Cina. Pur non configurandosi come un’alleanza formale, il QUAD funge da piattaforma per intensificare lo scambio di informazioni e la cooperazione operativa. Le esercitazioni congiunte, come quelle che si svolgono al largo della costa di Malabar, nel sud-ovest dell’India, sono essenziali per migliorare l’interoperabilità tra le diverse marine, un fattore decisivo in caso di confronto con un avversario comune.
Conclusioni
Pur restando ancora insufficiente sul piano dell’allocazione delle risorse, il pensiero strategico indiano si sta progressivamente riorientando verso la dimensione marittima e, in particolare, verso il proprio oceano. Il percorso da compiere è tuttavia ancora lungo e Nuova Delhi deve misurarsi con una Repubblica Popolare Cinese che ha già consolidato in modo significativo la propria presenza nell’Oceano Indiano.
Attraverso la costruzione di basi navali in Myanmar e Sri Lanka, affiancate da quelle pianificate in Pakistan, Pechino sta cercando di aggirare il collo di bottiglia dello Stretto di Malacca e di ridurre la vulnerabilità delle proprie rotte commerciali e delle importazioni energetiche. In questo contesto, un incremento degli investimenti risulta indispensabile per modernizzare la flotta indiana e consentirle di sfruttare pienamente il vantaggio geografico di cui dispone.









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