La tecnologia come strumento di proiezione globale nel progetto “Made in China 2025”

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di Beatrice Ciarrocchi

Nel maggio 2015, l’allora Primo Ministro della Repubblica Popolare Cinese, Li Keqiang, presentò al mondo “Made in China 2025”, un ambizioso piano economico destinato a ridefinire gli equilibri globali. L’iniziativa nasceva con l’obiettivo strategico di trasformare la Cina da semplice “fabbrica del mondo” in una potenza tecnologica di primo piano, segnando, così, il passaggio da un modello di crescita fondato sulla quantità e sulla rapidità della produzione a uno incentrato su qualità, innovazione ed efficienza.

SSecondo il Ministro cinese dell’Industria e delle Tecnologie dell’Informazione, l’attuazione del piano avrebbe determinato un significativo salto di qualità nelle capacità industriali del Paese. Questo obiettivo venne esplicitato nel discorso ufficiale di presentazione attraverso l’affermazione secondo cui “entro il 2025 […] la Cina raggiungerà un livello di industrializzazione sostanzialmente comparabile alle capacità produttive di Germania e Giappone nelle loro fasi iniziali di sviluppo industriale”.

Dal punto di vista storico, la Cina ha portato a compimento il proprio processo di industrializzazione in un arco di tempo estremamente ridotto. Considerando che in altri Paesi tale percorso ha richiesto secoli, non appare eccessivo sostenere che questo processo abbia assunto tratti quasi miracolosi.

Come evidenziato nell’infografica pubblica qui a fianco, il 2011 rappresenta un punto di svolta, in quanto segna il momento in cui la Cina supera gli Stati Uniti per valore della produzione manifatturiera.

Questo sorpasso riflette un cambiamento strutturale nell’economia globale, favorito dall’integrazione della Cina nelle catene del valore internazionali dopo l’ingresso nel WTO. Il dato segnala il passaggio della Cina da “fabbrica del mondo” a potenza industriale sistemica, con implicazioni rilevanti per gli equilibri economici e geopolitici globali.

Di conseguenza, l’obiettivo del piano “Made in China 2025” non era – e non è – quello di rendere la Cina un Paese “economicamente grande”, traguardo, peraltro, già sostanzialmente conseguito nel 2011, bensì affermarla come leader d’eccellenza in settori oggi sempre più strategici, quali i semiconduttori, l’intelligenza artificiale, la robotica e le tecnologie aerospaziali. Risulta, quindi, evidente la portata politica dell’iniziativa promossa da Pechino, che va oltre una finalità esclusivamente economica: l’innovazione in questi ambiti è intesa come leva di autonomia strategica, di rafforzamento della proiezione geopolitica e di accrescimento della legittimazione internazionale della Repubblica Popolare Cinese.

Per cogliere appieno le direttrici del piano Made in China 2025 è necessario ricostruire il contesto storico che, sin dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese nel 1949, ha orientato il processo di modernizzazione del Paese. Già sotto la guida di Mao Zedong, sebbene in un quadro di sviluppo dell’industria pesante funzionale al sostegno di una nazione isolata sul piano internazionale, il principio dell’autosufficienza si afferma come elemento cardine della strategia economica cinese.

La svolta cruciale si realizza, però, con Deng Xiaoping che, a partire dal 1978, promuove l’apertura del Paese e ne dirige la transizione da realtà arretrata a moderna società socialista attraverso la strategia dei Tre passi: il raddoppio del prodotto nazionale lordo entro il 1990 (obiettivo raggiunto), il conseguimento di un livello di benessere moderatamente prospero entro il 2000 (anch’esso raggiunto) e il raggiungimento dello status di Paese sviluppato entro il 2050.

In questo contesto, l’istituzione delle Zone Economiche Speciali rappresenta un passaggio cruciale per l’economia cinese, poiché introduce spazi di sperimentazione volti all’acquisizione di tecnologie occidentali e giapponesi e alla formazione di una nuova élite di tecnici e ingegneri. La Cina, in sostanza, osserva i modelli esterni, ne assimila le pratiche e le rielabora adattandole alle proprie specificità istituzionali e sistemiche.

Un ulteriore momento di svolta si verifica nel 2001, con l’ingresso della Cina nel World Trade Organization, che in breve tempo ne consolida il ruolo di “fabbrica del mondo”. L’adesione fu fortemente sostenuta dagli Stati Uniti, convinti che l’integrazione economica rappresentasse lo strumento più efficace per influenzare nel lungo periodo l’evoluzione della Cina. La linea guida della politica statunitense degli anni Novanta mirava infatti a inserire Pechino all’interno delle regole del commercio internazionale, rendendone il comportamento più prevedibile e compatibile con l’ordine economico globale a guida occidentale. In questa prospettiva, una Cina “inclusa nelle regole” appariva meno minacciosa di una Cina esclusa e potenzialmente ostile.

Dal punto di vista economico, Washington considerava l’ingresso della Cina nel WTO una significativa opportunità per le imprese statunitensi. I negoziati portarono Pechino ad assumere impegni rilevanti, tra cui la riduzione dei dazi, l’apertura di settori fino ad allora preclusi agli investimenti stranieri e il rafforzamento della tutela della proprietà intellettuale. Per molte aziende americane, in particolare nei settori agricolo, manifatturiero e dei servizi, il mercato cinese rappresentava un’enorme prospettiva di espansione, motivo per cui l’amministrazione Clinton giudicò l’accordo complessivamente vantaggioso sul piano commerciale.

Accanto agli interessi economici, vi erano anche rilevanti considerazioni strategiche e politiche. Secondo l’interpretazione prevalente a Washington, l’adesione al WTO avrebbe rafforzato le componenti riformiste della leadership cinese, come il premier Zhu Rongji, favorendo ulteriori riforme di mercato e riducendo il peso delle imprese statali meno efficienti. Il commercio e l’apertura economica venivano così concepiti come leve capaci di stimolare trasformazioni interne non solo economiche, ma anche istituzionali, orientando gradualmente la Cina verso un sistema maggiormente basato sul mercato.

Infine, gli Stati Uniti attribuivano al WTO anche una funzione stabilizzatrice delle relazioni bilaterali con la Cina, che nel corso degli anni Novanta erano state segnate da forti oscillazioni e crisi ricorrenti. L’integrazione di Pechino in un quadro regolamentato di norme internazionali avrebbe offerto una base più solida e prevedibile ai rapporti tra i due Paesi, contribuendo a ridurre il rischio di conflitti commerciali e politici.

Per la Cina, l’adesione al WTO ha rappresentato un potente acceleratore di accumulazione di capitali, competenze e infrastrutture, ma ha anche evidenziato un limite strutturale rilevante: la marcata dipendenza da tecnologie straniere, in evidente contrasto con l’ambizione di affermarsi come potenza tecnologica globale. Con l’ascesa di Xi Jinping si assiste a un cambiamento di prospettiva, in cui la tecnologia viene elevata a componente centrale della sicurezza nazionale. Come sottolineato dallo stesso Xi in un discorso su scienza e tecnologia nel 2018, “solo padroneggiando nelle nostre mani le tecnologie fondamentali possiamo realmente assumere l’iniziativa nella competizione e nello sviluppo e tutelare in modo sostanziale la sicurezza economica nazionale”. Già nel 2017, in occasione del 19° Congresso del Partito, Xi aveva affermato che “l’innovazione è la forza primaria che guida lo sviluppo ed è il fondamento strategico per la costruzione di un’economia modernizzata”, ribadendo così il ruolo centrale dell’innovazione nelle strategie di lungo periodo.

Nel quadro della strategia di modernizzazione promossa da Xi Jinping, lo sviluppo tecnologico assume quindi un ruolo strutturale e fortemente selettivo: le priorità dell’innovazione non vengono distribuite in modo omogeneo, ma individuate sulla base di criteri connessi alla sicurezza nazionale, all’autonomia strategica e alla competizione sistemica. La modernizzazione cinese non poggia su un avanzamento tecnologico indiscriminato, bensì su una concentrazione mirata di risorse in quei settori ritenuti cruciali per la sovranità economica, militare e politica del Paese. In questo contesto, scienza e tecnologia sono concepite come forze produttive primarie, l’innovazione come principale motore dello sviluppo e l’autosufficienza tecnologica come requisito essenziale per limitare le vulnerabilità derivanti dalla dipendenza dall’estero.

Questa impostazione rimanda a una visione della competizione internazionale intesa come confronto tra sistemi, in cui il controllo delle tecnologie strategiche consente non solo di rafforzare le capacità industriali interne, ma anche di incidere in maniera rilevante sugli equilibri geopolitici globali. Le priorità tecnologiche diventano così i pilastri su cui costruire una potenza in grado di operare autonomamente in un contesto internazionale caratterizzato da un’egemonia consolidata e da dinamiche di rivalità strategica sempre più intense.

In questa prospettiva, il piano “Made in China 2025” si colloca all’interno di una strategia di lungo periodo volta a trasformare la Cina in una grande nazione socialista moderna entro il 2049, anno del centenario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese.

Per comprendere l’importanza cruciale che lo sviluppo tecnologico riveste per Pechino come motore di competitività e strumento di proiezione geopolitica, è fondamentale distinguere tra la visione strategica a lungo termine e le azioni a breve termine.

All’interno di questo quadro, il cosidetto “Made in China 2050” – non un documento operativo, ma un concetto strategico che si pone come obiettivo finale l’affermazione del Paese come superpotenza tecnologica autonoma – rappresenta l’orizzonte macro-strategico nazionale, mentre “Made in China 2025” ne costituisce la fase operativa, fornendo gli strumenti necessari — in particolare innovazione e autosufficienza tecnologica — per ridurre la dipendenza dall’estero e avanzare verso la modernizzazione prevista entro il 2050.

In termini concreti, se “Made in China 2025” è un piano operativo a breve-medio termine, con obiettivi specifici come innovazione tecnologica, autosufficienza nei semiconduttori, smart manufacturing, intelligenza artificiale e robotica, “Made in China 2050” delinea invece il quadro strategico di lungo periodo: l’obiettivo finale di “Made in China 2050” è trasformare la Cina in una grande potenza tecnologica e manifatturiera, capace di competere con Stati Uniti, Europa e Giappone in tutti i settori strategici. La visione alla base di questo orizzonte integra la modernizzazione industriale, l’autosufficienza tecnologica, la sovranità digitale, la leadership nelle energie rinnovabili e il controllo delle infrastrutture critiche, delineando un percorso complessivo di sviluppo nazionale. Il piano si colloca simbolicamente intorno al 2050, anno del centenario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese, e ha una chiara finalità geopolitica: ridurre la dipendenza dalle tecnologie straniere e rafforzare l’influenza della Cina nel sistema globale, sia sul piano economico sia su quello tecnologico.

    Il settore più critico per la Cina è senza dubbio quello dei semiconduttori, il cui sviluppo è essenziale per qualsiasi ambizione di leadership tecnologica. I semiconduttori rappresentano al contempo la massima priorità e la maggiore vulnerabilità del Paese: sono il fondamento dell’economia digitale e alimentano settori chiave come smartphone, data center, intelligenza artificiale e veicoli autonomi. Per la Cina, questo settore evidenzia una forte dipendenza dalle tecnologie statunitensi, sudcoreane e taiwanesi, generando una vulnerabilità strutturale: senza sovranità nei semiconduttori, la piena autonomia tecnologica resta irraggiungibile. Nonostante gli ingenti investimenti, Pechino non è ancora riuscita a emanciparsi dalle catene di approvvigionamento occidentali o filoccidentali.

    A sostegno di questa tesi, i rapporti dell’OECD (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) evidenziano come la produzione globale di semiconduttori sia caratterizzata da una concentrazione geografica estremamente elevata: cinque economie — Cina, Taiwan, Corea del Sud, Giappone e Stati Uniti — controllano circa l’87% della capacità mondiale di fabbricazione. Tuttavia, questa apparente centralità quantitativa non si traduce in una reale autonomia strategica per Pechino. La struttura della filiera globale mostra infatti che le fasi tecnologicamente più critiche e a maggior valore aggiunto restano saldamente nelle mani di economie occidentali o filoccidentali, in particolare Stati Uniti, Corea del Sud e Taiwan. Gli Stati Uniti conservano il primato nelle tecnologie di progettazione, nel software e negli strumenti essenziali alla produzione, mentre Taiwan funge da centro nevralgico della manifattura avanzata di semiconduttori, rappresentando uno snodo strategico irrinunciabile per la catena di approvvigionamento globale. Non sorprende quindi che gli studi OECD sottolineino come la capacità produttiva mondiale sia concentrata in poche imprese e territori, aumentando la vulnerabilità a shock geopolitici.

    Per la Cina, questa configurazione si traduce in una fragilità strutturale. Nonostante massicci investimenti e politiche industriali aggressive, Pechino non è ancora riuscita a liberarsi dalle dipendenze esterne né a controllare in autonomia le fasi cruciali della catena del valore. Questa dipendenza va ben oltre l’aspetto economico: l’elevata concentrazione della produzione a Taiwan rende la questione dei semiconduttori un problema politico e di sicurezza nazionale, esponendo la Cina a rischi sistemici difficilmente mitigabili nel breve periodo. In questo senso, i dati OECD confermano che i semiconduttori rappresentano simultaneamente la priorità massima e la principale vulnerabilità della strategia cinese di sviluppo tecnologico. Finché Pechino non raggiungerà una sovranità credibile in questo settore, qualsiasi ambizione di leadership tecnologica globale resterà incompleta, vincolata a catene di approvvigionamento esterne e a equilibri geopolitici fuori dal suo pieno controllo.

    La Cina ha raggiunto risultati significativi nella governance globale dell’intelligenza artificiale (AI) e punta a diventare leader mondiale entro il 2030, come stabilito nel New Generation Artificial Intelligence Development Plan adottato dal Consiglio di Stato nel 2017. Il documento individua l’AI come tecnologia abilitante fondamentale per la modernizzazione del Paese, sottolineandone le applicazioni in diversi ambiti civili, dalla sanità alla gestione delle smart cities. In particolare, il piano promuove l’impiego dell’intelligenza artificiale nella governance urbana, nella gestione dei servizi pubblici e della sicurezza sociale, nella diagnostica medica e nella digitalizzazione del sistema sanitario. La Cina si distingue soprattutto per i progressi nelle smart cities.

    Secondo la U.S.-China Economic and Security Review Commission, numerose città cinesi hanno implementato progetti di successo. A Hangzhou, la piattaforma City Brain di Alibaba ha ottimizzato il traffico gestendo oltre mille semafori con algoritmi di AI, riducendo incidenti e tempi di intervento delle emergenze fino al 49%; prima del sistema, la città era tra le più congestionate del Paese. Shanghai ha digitalizzato l’accesso ai servizi pubblici tramite un cloud che consente ai cittadini di gestire pratiche amministrative e accedere a servizi locali direttamente dallo smartphone. A Guangzhou, una rete sanitaria digitale collega ospedali e cliniche, gestendo milioni di cartelle cliniche elettroniche e facilitando prenotazioni, pagamenti e consegna di farmaci tramite un’app integrata. Shenzhen, infine, utilizza l’AI per rendere le strade più sicure: la rete di sorveglianza individua infrazioni con una precisione del 95%, dimostrando come dati e tecnologia possano supportare efficacemente la gestione urbana.

    Questi esempi mostrano che le smart cities cinesi non sono semplici esperimenti tecnologici, ma strumenti concreti per migliorare la qualità della vita e l’efficienza urbana, confermando il ruolo avanzato della Cina in questo settore. Tuttavia, le restrizioni all’esportazione di semiconduttori rappresentano un freno significativo allo sviluppo del comparto. Per superare questo ostacolo, Pechino promuove, attraverso massicci interventi statali, la costruzione di un ecosistema nazionale integrato che copra l’intera filiera dell’intelligenza artificiale, dall’hardware al software, dai semiconduttori ai modelli avanzati.

    Nel settore delle infrastrutture di telecomunicazione, la Cina occupa una posizione di rilievo nello sviluppo delle reti 5G e 6G. Il controllo di queste reti non riguarda solo il mercato, ma anche la capacità di definire gli standard tecnici delle comunicazioni globali. In questo contesto, Huawei è l’attore dominante in Cina: l’azienda ha sviluppato reti 5G efficienti, tecnologicamente mature e a costi inferiori rispetto ai concorrenti occidentali. Questo vantaggio competitivo ha consentito a Pechino di concludere contratti con numerosi Paesi, generando forme di dipendenza strutturale e suscitando preoccupazioni negli Stati Uniti, tradizionalmente leader in questo settore.

    La risposta degli Stati Uniti è stata decisa: Washington ha avviato una campagna volta a escludere Huawei dalle reti 5G dei Paesi occidentali, con effetti visibili anche in Europa, compresa l’Italia, attraverso restrizioni e strumenti di controllo sugli operatori considerati ad alto rischio. Tuttavia, questa strategia non ha fermato l’avanzata cinese. Pechino ha infatti lanciato il piano New Infrastructure, un programma volto a rafforzare le basi tecnologiche nazionali mediante investimenti in reti 5G, data center, intelligenza artificiale, cloud computing e Internet of Things, con l’obiettivo di creare standard tecnologici cinesi esportabili a livello globale. In particolare, il piano mira a sostenere la transizione verso un’economia ad alto valore aggiunto, ridurre la dipendenza tecnologica dall’estero e costruire un ecosistema industriale capace di fissare standard globali.

    Attraverso la Digital Silk Road (DSR), avviata nel 2015 come estensione digitale della Belt and Road Initiative (BRI), la Cina finanzia e realizza infrastrutture digitali in regioni strategiche come Africa, Medio Oriente, Asia Centrale e America Latina, nell’ambito della sua strategia globale di connettività. L’iniziativa si concentra sull’espansione degli scambi informativi e della cooperazione digitale, rafforzando la presenza cinese in settori quali telecomunicazioni, sistemi di sorveglianza, cavi sottomarini e reti digitali nazionali.

    Secondo l’Observer Research Foundation, numerosi attori privati e imprese statali cinesi, supportati da istituti bancari statali, offrono contratti tecnologici competitivi e realizzano rapidamente progetti di infrastrutture digitali. Dal 2017, anno in cui la DSR è stata formalmente istituita come componente della BRI, circa 40 Paesi hanno siglato accordi bilaterali con la Cina per progetti digitali, di cui almeno 24 nell’Indo-Pacifico. Questi accordi comprendono infrastrutture ICT, reti sottomarine, sistemi di sorveglianza e l’espansione delle reti 4G e 5G nei mercati emergenti, con investimenti complessivi superiori a 23 miliardi di dollari tra il 2017 e il 2022.

    La cooperazione digitale sino-africana rappresenta un’altra dimensione della DSR: la Cina supporta la trasformazione digitale del continente attraverso la costruzione di infrastrutture nazionali e l’aggiornamento dei sistemi esistenti. Secondo China Daily, la collaborazione include la creazione di reti digitali, l’adozione di tecnologie digitali nelle infrastrutture tradizionali e l’espansione della capacità digitale nei Paesi africani, contribuendo a sostenere lo sviluppo economico e a ridurre il divario digitale. Questi investimenti non hanno solo scopi economici, ma riflettono una strategia di lungo periodo volta a rafforzare l’influenza tecnologica cinese nei Paesi partner. La diffusione di infrastrutture digitali e la cooperazione tecnologica favoriscono l’espansione di imprese cinesi come fornitori di tecnologie critiche e creano legami economici e regolatori con la Cina nei settori chiave della trasformazione digitale.

    Parallelamente, Pechino investe già nelle tecnologie di nuova generazione, comprese le reti di comunicazione avanzate come il 6G, con l’obiettivo di consolidare la propria influenza sui protocolli globali della comunicazione digitale. Se riuscisse a promuovere i propri standard tecnologici a livello internazionale, la Cina potrebbe assumere un ruolo centrale nella definizione dell’ecosistema digitale globale, rafforzando così la propria leadership tecnologica nel confronto con le potenze occidentali.

    Un altro settore in cui la Cina esercita un dominio significativo è quello dei componenti per la transizione ecologica. Pechino non si limita a produrre tecnologie “green”, ma mira a controllare l’intero ecosistema globale che le rende possibili. Negli ultimi 10-15 anni, la Cina ha realizzato investimenti massicci in settori che in Occidente erano considerati poco redditizi o non strategici, arrivando a produrre l’80% dei pannelli solari mondiali e a controllarne l’intera filiera produttiva, oltre al 70% delle batterie al litio globali, pur approvvigionandosi di minerali dall’Africa e dall’America Latina, ma effettuandone la raffinazione internamente.

    Pechino, tuttavia, non mira solo alla produzione: l’obiettivo principale è definire gli standard tecnici globali per la transizione ecologica, determinando quali tecnologie siano compatibili e inducendo di fatto gli altri Paesi ad adeguarsi agli standard cinesi, con la conseguente necessità di acquistare software, hardware e componenti cinesi per anni.

    La fase successiva della strategia cinese prevede il controllo di standard, brevetti e materie prime critiche, come litio e terre rare, trasformando così la transizione ecologica in uno strumento di leva globale capace di orientare dinamiche economiche e tecnologiche a livello mondiale.

    Per la Cina, lo spazio non rappresenta solo un settore tecnologico, ma costituisce un elemento cruciale della sua strategia di autonomia strategica: senza indipendenza nello spazio, infatti, non può esistere una vera autonomia militare. Dopo essere stata esclusa dalle attività della Stazione Spaziale Internazionale (ISS), Pechino ha sviluppato una propria stazione, la Tiangong, destinata a svolgere un ruolo sempre più centrale, soprattutto considerando che la ISS terminerà le operazioni entro la fine del decennio.

    In parallelo, la Cina ha creato un sistema di navigazione satellitare indipendente, il BeiDou, poiché il GPS è controllato dal Dipartimento della Difesa statunitense, che in caso di crisi potrebbe limitarne o negarne l’accesso a Paesi considerati avversari. Per una nazione che ambisce a diventare una potenza militare e tecnologica autonoma, tale dipendenza rappresenterebbe una vulnerabilità inaccettabile. Il sistema BeiDou consente alla Cina di guidare droni, missili, forze armate e flotte facendo affidamento esclusivamente sulle proprie capacità e risorse tecnologiche.

    Si tratta di un sistema a duplice uso: civile, supportando logistica, porti, telecomunicazioni, veicoli autonomi e agricoltura di precisione; militare, guidando missili, fornendo coordinate precise per operazioni e sincronizzando le reti delle forze armate.

    La modernizzazione cinese si è confrontata soprattutto con le potenze occidentali, in particolare gli Stati Uniti, principali attori di un sistema di egemonia globale. Dopo l’ingresso della Cina nel WTO, gli scambi commerciali tra i due Paesi sono aumentati in modo esponenziale, rendendo la Cina uno dei principali mercati di esportazione per gli Stati Uniti e, allo stesso tempo, gli Stati Uniti un partner commerciale fondamentale per Pechino.

    Secondo i dati ufficiali del U.S. Census Bureau, le esportazioni statunitensi verso la Cina sono passate da circa 19 miliardi di dollari nel 2001 a oltre 120 miliardi nel 2018, mentre le importazioni di beni cinesi negli Stati Uniti hanno superato i 500 miliardi di dollari nello stesso periodo. Nel 2024, il valore complessivo degli scambi di beni e servizi tra i due Paesi ha raggiunto circa 582 miliardi di dollari, con un persistente e significativo deficit commerciale a favore della Cina.

    AnnoExport USA → Cina (mld $)Import USA ← Cina (mld $)
    2001~19~102
    2010~92~365
    2018~120~540
    2024~143~439

    Fonte: U.S. Census Bureau, Foreign Trade Statistics.

    Tuttavia, questa dinamica ha generato tensioni interne negli Stati Uniti, poiché la concorrenza dei prodotti cinesi a basso costo ha contribuito alla perdita di numerosi posti di lavoro. In risposta, a partire dal 2018 e sotto l’amministrazione repubblicana di Donald J. Trump, Washington ha annunciato una strategia di contenimento tecnologico nei confronti della Cina, basata su sanzioni alle esportazioni e sulla rilocalizzazione delle catene di approvvigionamento.

    La guerra commerciale avviata nello stesso anno ha introdotto dazi su centinaia di miliardi di dollari di beni cinesi, motivati dalle preoccupazioni statunitensi riguardo a pratiche industriali ritenute scorrette. Parallelamente, gli Stati Uniti hanno imposto controlli volti a limitare l’accesso cinese a tecnologie sensibili, considerate dual-use, cioè impiegabili sia in ambito civile sia militare, come semiconduttori e software avanzati. L’azienda più colpita da queste misure è stata il conglomerato cinese Huawei.

    Huawei è stata inserita nella Entity List del Dipartimento del Commercio statunitense, elenco che identifica imprese considerate una minaccia per la sicurezza nazionale e soggette a restrizioni severe nell’acquisto di componenti, tecnologie e software di origine statunitense. Le motivazioni ufficiali facevano riferimento a rischi per la sicurezza nazionale: secondo Washington, le infrastrutture 5G sviluppate da Huawei avrebbero potuto essere vulnerabili e sfruttabili dalle autorità cinesi. Tuttavia, dietro le dichiarazioni pubbliche si celava una valutazione più ampia: Huawei era ormai diventata il simbolo della capacità della Cina di competere ai massimi livelli nel settore delle telecomunicazioni avanzate, storicamente dominato da imprese occidentali.

    Il timore principale riguardava la possibilità che la Cina potesse stabilire gli standard tecnologici globali delle reti 5G, infrastruttura cruciale per lo sviluppo dell’ecosistema digitale. La risposta cinese non si è fatta attendere: Pechino ha accelerato i programmi di autosufficienza tecnologica, rafforzando gli investimenti statali nel settore.

    Il caso Huawei illustra come la strategia statunitense si sia rivelata parzialmente inefficace: anziché indebolire il comparto tecnologico cinese, ha rafforzato la consapevolezza della leadership di Pechino circa la vulnerabilità derivante dalla dipendenza dall’estero. In questo senso, le sanzioni statunitensi hanno assunto un carattere paradossale: se nel breve periodo hanno rallentato alcuni segmenti dell’innovazione cinese, nel medio-lungo termine hanno consolidato la determinazione della Cina a perseguire l’autonomia tecnologica.

    Un decoupling completo tra le due economie appare quindi irrealistico, vista la loro profonda interdipendenza. L’obiettivo iniziale degli Stati Uniti di riportare integralmente la manifattura sul territorio nazionale non è stato raggiunto, nonostante gli incentivi finanziari introdotti dalle ultime due amministrazioni.

    L’Unione Europea, invece, adotta una strategia diversa rispetto a Washington: mentre gli Stati Uniti privilegiano un contenimento marcato, Bruxelles cerca di mantenere un equilibrio tra cooperazione economica e competizione strategica. In questo contesto, la Cina viene considerata contemporaneamente come partner, concorrente e rivale.

    Prima dell’acuirsi delle tensioni con gli Stati Uniti, l’Unione Europea vedeva il mercato cinese principalmente come una grande opportunità, soprattutto per le imprese interessate alle prospettive offerte dalla Belt and Road Initiative. Tra il 2010 e il 2018, l’Europa è risultata fortemente integrata nelle catene di approvvigionamento cinesi, in particolare nei settori dei pannelli solari, delle terre rare, delle telecomunicazioni, delle batterie, dei veicoli elettrici e dei componenti elettronici.

    Con l’avvio delle sanzioni statunitensi, l’UE ha progressivamente riconosciuto la Cina come rivale strategico tecnologico, trovandosi di fronte a scelte geopolitiche sempre più complesse. Tuttavia, la Cina rimane un mercato fondamentale per le esportazioni europee e un attore chiave nelle catene globali del valore; allo stesso tempo, è un concorrente in settori strategici e un rivale nella governance globale. Nel 2024, l’UE ha esportato verso la Cina circa 213,3 miliardi di euro e ne ha importati oltre 517,8 miliardi, registrando un deficit commerciale superiore ai 300 miliardi, a conferma della centralità cinese come partner economico ma anche della crescente asimmetria negli scambi.

    Nel complesso, gli scambi di beni e servizi tra UE e Cina hanno superato gli 845 miliardi di euro nel 2024, rendendo la Cina uno dei principali partner commerciali dell’Europa e confermando l’elevato grado di interdipendenza economica. Tra il 2014 e il 2024, le importazioni europee dalla Cina sono aumentate di oltre il 100%, mentre le esportazioni verso Pechino sono cresciute di circa il 47%, evidenziando una crescente integrazione accompagnata da squilibri commerciali significativi.

    In questo contesto, le parole di Ursula von der Leyen, sintetizzate nella formula «de-risking, not de-coupling», introducono il concetto di autonomia strategica dell’UE nei confronti della Cina. L’Europa non intende isolarsi da Pechino, ma ridurre le proprie vulnerabilità nei settori più critici, mantenendo al contempo la cooperazione economica. L’interruzione netta dei rapporti con la Cina sarebbe impraticabile e dannosa per le economie europee; per questo, Bruxelles adotta un approccio graduale e selettivo, concentrandosi su settori strategici come sicurezza, energia, digitale e semiconduttori.

    Nel Sud Globale, la Cina esercita un’influenza crescente, sostenuta anche dal messaggio del programma Made in China 2025: lo sviluppo industriale può essere perseguito senza adottare necessariamente modelli politico-economici occidentali. Questo rende Pechino particolarmente attrattiva per regioni come Africa orientale, Sud-est asiatico, Medio Oriente e America Latina, dove numerosi Paesi hanno già integrato tecnologie cinesi in telecomunicazioni e infrastrutture urbane.

    In questi contesti, la Cina esporta reti 4G e 5G, sistemi di videosorveglianza urbana, tecnologie industriali a basso costo, infrastrutture digitali e data center. In cambio, i Paesi partner ottengono soluzioni tecnologiche più accessibili rispetto a quelle occidentali, senza vincoli politici legati a diritti o riforme, e con progetti “chiavi in mano” supportati da investimenti cinesi nell’ambito della Belt and Road Initiative.

    Questo modello rappresenta una sfida per l’Occidente, poiché consente alla Cina di offrire ai Paesi emergenti ciò che le potenze occidentali non sono riuscite a garantire: sviluppo tecnologico accessibile e privo di condizionamenti politici. Tuttavia, la presenza cinese non implica un allineamento automatico: molti Paesi adottano strategie di diversificazione, partecipando a piattaforme come i BRICS e rafforzando legami con Stati Uniti, UE e Giappone per evitare dipendenze eccessive, in una dinamica simile a quella europea.

    L’ambizione tecnologica cinese sta ridefinendo gli equilibri globali. La modernizzazione non è solo un processo interno, ma uno strumento attraverso cui Pechino ridefinisce il proprio ruolo nel sistema internazionale. L’avanzamento tecnologico consente alla Cina di proporsi come modello alternativo di sviluppo, attraente soprattutto per i Paesi del Sud Globale, e crea nuove forme di interdipendenza: Stati africani, latinoamericani e del Sud-est asiatico fanno crescente affidamento sulle infrastrutture digitali cinesi, mentre la Cina dipende da essi per materie prime strategiche, accrescendo il proprio potere negoziale nelle istituzioni multilaterali.

    Infine, l’ascesa tecnologica cinese accelera il passaggio da un ordine globale unipolare a uno multipolare. L’innovazione cinese non sostituisce quella occidentale, ma la affianca, la sfida e ne ridisegna le priorità strategiche. La competizione tecnologica si conferma così come la principale forma di confronto di potere del XXI secolo, con implicazioni per sicurezza, economia, standard tecnici, alleanze e governance globale.

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