di Maria Morigi
La Rivoluzione costituzionale (1906-1911)
Il movimento socialista iraniano è stato uno dei più antichi dell’intera Asia. All’inizio del Novecento gruppi di lavoratori iraniani erano in contatto con la Seconda Internazionale, nel 1906 si formarono le prime organizzazioni di lavoratori a Tabriz e Teheran, e, nel corso del secolo, i gruppi marxisti impegnati in attività politiche furono circa una sessantina. I primi moti culminati nella Rivoluzione del 1906 avevano l’obiettivo di ottenere, insieme a libertà di aggregazione politica, il riconoscimento di un libero parlamento (Majlis).
La Rivoluzione Costituzionale, promossa in modo non violento da commercianti, da borghesi impegnati nel rinnovamento culturale e dal clero illuminato sciita, fu supportata da intellettuali che ben conoscevano il pensiero liberale, sociale e marxista. Tale Rivoluzione diede al Paese una Costituzione (Qānun-e Asāsi-ye Mashrute), scritta da insigni giuristi, prima Carta costituzionale del Sublime Stato di Persia (Iran Qajar) concessa dallo Shah Mozaffar al-Din il 6 agosto 1906; furono legalizzate le attività sindacali e fondato un libero Parlamento, il Majlis, Assemblea consultiva islamica, oggi organo legislativo della Repubblica Islamica dell’Iran. A presiedere il Majlis fu chiamato l’Ayatollah Mirzā Sayyed Mohammad Tabātabāʾi, che, quale alto dignitario sciita, garantiva l’assetto parlamentare compatibile con i principi islamici.
Nonostante le repressioni da parte dell’ultimo impero Qajar e del colonialismo britannico (che non aveva capito la direzione parlamentare verso l’occidentalismo riformista), l’impianto costituzionale – parlamentare rimase in piedi, tanto che nel 1944 l’Iran ospitava una delle maggiori organizzazioni sindacali dell’intero continente che cresceva con l’industrializzazione del Paese e godeva dell’appoggio sovietico.

Partito Tudeh e altri gruppi negli anni Sessanta
Ḥezb-e Tūdeh-ye Īrān, il “Partito delle Masse dell’Iran” fu il primo movimento comunista che influenzò la Rivoluzione Costituzionale del 1906, ma subì anche una feroce repressione dopo il crollo nel 1925 dell’impero Qajar da parte della monarchia di Reza Shah Palhavi. Quando nel 1941 Reza Shah fu costretto ad abdicare per la vittoria delle forze alleate, numerosi dissidenti politici furono liberati, gruppi nazionalisti e socialisti si riorganizzarono e il 29 settembre 1941, fu ufficialmente fondato il partito Tudeh, con presidente Soleiman Mohsen Eskandari.
Il Tudeh nel 1944 partecipò alle elezioni del Majlis facendo eleggere otto candidati e divenendo una forza politica consistente, anche se, dopo l’attentato fallito a Reza Pahlavi (1949), dovette operare in clandestinità. Con l’elezione nel 1951 di Mossadeq a Primo Ministro, il Tudeh iniziò una stretta collaborazione con il “Fronte Nazionale” (nato nel 1949 come coalizione di gruppi socialdemocratici, monarchici costituzionali, islamisti). Dal 1953, con l’attentato a Mossadeq e la restaurazione dello Shah Mohammad Reza Pahlavi che si accanì contro il partito e i suoi militanti, sia il Fronte Nazionale che il Tudeh e i sindacati dovettero agire nuovamente in clandestinità. Nel 1955 i leader del Tudeh furono arrestati e, dal 1958, tutto l’apparato di partito era sradicato: la stampa iraniana parlava di “sconfitta del comunismo” testimoniata dalla pubblicazione di lettere (nameh) di disgusto, repellenza e pentimento con cui ex-membri del Tudeh abiuravano (nonostante queste lettere fossero in gran numero false, ebbero un pesante effetto sulla credibilità del partito).
Proprio tra gli anni Cinquanta e Sessanta emergevano anche altre forze: il maoismo cinese – come alternativa al modello sovietico – e movimenti armati di liberazione nazionale (America latina, Cuba, Algeria, SudAfrica ecc.) che influenzarono lo sviluppo dei movimenti socialisti e comunisti in Iran. Così, mentre lo Shah inaugurava nel 1961 la “rivoluzione bianca” per favorire il passaggio da un’economica “feudale” ad una “capitalista”, giovani del ceto medio-alto e studenti delle università iraniane e straniere che ormai si ispiravano ai modelli di Mao, Che Guevara e Fanon, si ribellarono. Anche agli occhi di una parte dei militanti del Tudeh il maoismo rappresentava un’alternativa più radicale e più percorribile rispetto alle politiche di avvicinamento all’Unione Sovietica. Tra i gruppi più importanti ricordiamo il Nahżat-e āzādi-e Irān o “Movimento di liberazione dell’Iran” (noto anche come “Partito della Libertà dell’Iran” o FMI), un’organizzazione a favore della democrazia formata nel 1961 da seguaci di Mossadeq e co-fondato da figure di spicco come Mehdi Bazargan, Mahmoud Taleghani e Yadollah Sahabi.
Al metà degli anni ’60 – in rottura con i gruppi parlamentari socialisti giudicati fallimentari e in rottura anche con il Tudeh- emerse una nuova generazione marxista che teorizzava la necessità della lotta armata insieme alla secolarizzazione del Paese. Per costoro l’Islam non poteva rappresentare una soluzione ai problemi della società iraniana, eppure bisogna sottolineare che proprio dalle istanze di questa generazione marxista si formò il sentimento anti-imperialista condiviso da tutte le forze rivoluzionarie nel 1979.
Il Tudeh cominciò così a dividersi. La prima divisione avvenne nel 1964 quando un gruppo di studenti universitari educati in Europa abbandonò il partito per seguire la vocazione maoista in contrasto con quella sovietica tradizionale del partito. La seconda divisione è del 1965, quando tre dirigenti del Tudeh furono espulsi dal partito a causa di posizioni maoiste e formarono il gruppo conosciuto come Tufan (Tempesta). Dalla divisione del 1964 emersero due gruppi, Jazani-Zarifi e Ahmadzadeh-Puyan, dai nomi dei loro fondatori: Bizhan Jazani (1937-1975) e Amir Parviz Puyan (1947-1971) (1), che furono i primi a postulare la necessità della lotta armata in Iran e diedero vita ai Fedayin-e Khalq nel 1971.
Sempre negli anni ’60 vi furono attentati contro istituzioni pubbliche e banche per iniziativa di tre principali movimenti clandestini di guerriglia finanziati dal Tudeh: 1- Sazman-i Cherik-ha-yi Fedà-i Khalq-i Iran, (Organizzazione della guerriglia dei combattenti per la libertà degli Iraniani), fondata nel 1964, composta da studenti delle facoltà di diritto e di scienze politiche dell’Università di Teheran, ispirati alle idee socialiste – nazionaliste di Mossadeq e ad associazioni operaie marxiste; 2- Sazman-i Mojahedin-i Khalq-i Iran (Organizzazione dei Combattenti per la Libertà degli Iraniani), nota anche come Mojahedin-e-Khalq ( MEK ), fondata nel 1965 che intendeva rompere con la classe clericale e immaginava un Islam unificatore dei valori del socialismo europeo con quelli religiosi; 3- Mojahedin marxisti, che si battevano contro i latifondisti e il clero per la redistribuzione delle terre.
Trasformazioni degli anni Settanta
Nel corso degli anni Settanta il programma di occidentalizzazione, modernizzazione e riforme dello Shah trasformò in maniera radicale la società iraniana, fondandosi su un’alleanza tra il sistema capitalistico statunitense e la borghesia imprenditrice. Lo sviluppo del Paese provocò una crescita diseguale, emigrazione e degrado sociale, minando le basi dell’organizzazione tradizionale della produzione agricola e causando la rovina di molti produttori locali e commercianti. Questi cambiamenti furono accompagnati dalla repressione dei movimenti di opposizione alla monarchia. Vediamo così delinearsi due forme di opposizione alle politiche dello Shah. La prima opposizione era marxista e secolare e si inseriva nel contesto di lotta ereditato dal Fronte Nazionale e dal Tudeh. La seconda tendenza era religiosa e portò alla politicizzazione dell’Islam, attingendo largamente all’ ideologia rivoluzionaria marxista.
L’intellettuale più rappresentativo di questa tendenza fu ‘Ali Shari’ati Mazinani (1933-1977) il vero ‘motore ideologico’ che portò alla proclamazione della Repubblica islamica del 1979, sociologo filosofo e studioso del marxismo, uno degli intellettuali iraniani più influenti del 20° secolo. Shari’ati muoveva dal presupposto che l’Islam sciita fosse per natura un’ideologia rivoluzionaria e che solo la religione potesse essere forza propulsiva nella “Via della Rivolta” per affermare l’identità del Paese e una società senza classi, nello stesso tempo era convinto che il marxismo, da solo, non potesse pienamente fornire i mezzi efficaci per la liberazione dall’imperialismo occidentale.
La nuova sinistra: Tudeh, Fedaiyan (“coloro che si sacrificano”) e Mojahedin (“combattenti per la fede”)
Nel 1971, la leadership del Tudeh passò a Eskandari (1908-1985), un principe qajaro dell’ala moderata del partito. Con Eskandari, il Tudeh chiedeva il rispetto della Costituzione, accettando implicitamente una monarchia costituzionale e il rafforzamento dei legami con l’Unione Sovietica. Ma i difficili rapporti tra Unione Sovietica e Cina misero in difficoltà il partito, che subì altre divisioni interne: nacquero gruppi minori che si ispiravano all’esperienza cinese e il Sāzmān-e enqelābī-e Ḥezb-e tūda-ye Īrān (“Organizzazione rivoluzionaria del Tudeh”- ROTPI) fondata nel 1966 da membri in esilio, insoddisfatti della leadership del Tudeh che accusavano il partito di revisionismo e riformismo, sostenendo che l’avanguardia della rivoluzione doveva essere contadina, ma si opponevano alla lotta armata. Inoltre, tra coloro che sostenevano la lotta armata c’erano non solamente gruppi marxisti, ma anche gruppi religiosi musulmani, che “islamizzarono” gran parte del marxismo.
Le organizzazioni più importanti di questa nuova sinistra furono Fedaiyan e Mojahedin, unici a sopravvivere alla Rivoluzione del ’79. Nel febbraio del 1971, alcuni militanti del gruppo Jazani-Zarifi (poi nominato Jangali “Foresta”) attaccarono una caserma della polizia nel Nord del Paese per fomentare una rivolta contadina: fu una sconfitta tattica, ma riuscì a far prendere le armi ad altri gruppi contro la dittatura dello Shah. Il gruppo Jangali diede origine ai Fedaiyan-e Khalq (Fedaiyan del popolo), formazione più attiva degli anni Settanta i cui mentori ideologici erano Jazani, Ahmadzadeh e Puyan (1).
I Mojahedin devono la propria origine ai Mojahedin-e-Khalq (MEK) gruppo di cui si è detto sopra, formato nel 1965 che – per il raggiungimento di una società giusta – sosteneva la necessità della lotta armata e un “adattamento” del marxismo all’Islam. Da sottolineare che, benché chiedessero da tempo l’appoggio di Khomeini, egli dichiarò sempre la propria opposizione al gruppo. Nel 1975 una parte dei Mojahedin-e Khalq accettò il marxismo come ideologia dominante rivoluzionaria di liberazione e scelta insindacabile “perché è il giusto cammino verso la liberazione delle classi lavoratrici sfruttate” come recita il loro Manifesto. Le attività dell’organizzazione si concentrarono su attacchi alle banche, agli istituti di credito e alle istituzioni. Dopo il 1976, la stretta della Savak li costrinse a dedicarsi soprattutto alla propaganda tra i lavoratori e organizzazioni di opposizione studentesche. Dopo la Rivoluzione i Mojahedin-e Khalq, continuarono l’attività, diventando il maggior gruppo di opposizione responsabile di un numero altissimo di attentati (e di vittime), classificato come terrorista ed espulso dall’Iran. Nel 1981 gran parte dei Mojahedin fuggirono in Iraq e combatterono contro il proprio Paese nella sanguinosa guerra Iran – Iraq che durò fino al 1988 per poi organizzarsi in campi profughi e richieste di asilo politico tra Parigi e Albania..
Per riassumere le differenze: L’organizzazione Tudeh appoggiava la rivolta tra le classi contadine, mentre i Fedaiyan si concentravano sui lavoratori delle città. Il Tudeh criticava il programma dei Fedaiyan accusandoli di non conoscere e di non praticare il marxismo-leninismo, escludendo la classe lavoratrice per sostituirla con gli intellettuali. Il Tudeh insisteva, sulla base del pensiero di Lenin che un partito dei lavoratori era necessario per avviare il processo rivoluzionario; mentre, secondo i Fedaiyan, tale partito si sarebbe costituito naturalmente dopo la rivolta. In realtà i due gruppi interpretavano in modo diverso la società iraniana: per i Fedaiyan la società era già nello stadio rivoluzionario o prossima ad esso (idea di un’avanguardia armata), per il Tudeh , invece, la società non era ancora pronta per la rivoluzione.
Per quanto riguarda i Mojahedin-e Khalq, la loro “conversione” da gruppo militante marxista alla pura azione terroristica (con complicità e appoggi occidentali) di opposizione allo Stato iraniano, mi pare non meriti neppure di essere classificata o paragonata alle posizioni ben più moderate e responsabili del Tudeh o di altre forze di sinistra.
La sinistra marxista e la rivoluzione islamica
La sinistra iraniana all’inizio della rivoluzione si trovava in uno stato confusionale, eppure la sua partecipazione fu massiccia. Ad avviare le mobilitazioni non fu affatto un’avanguardia armata di sinistra bensì la borghesia urbana che poi fu raggiunta dal sostegno dei lavoratori appartenenti alle classi medie urbane. I mesi che seguirono il gennaio del 1979, quando lo Shah lasciò il Paese, furono caratterizzati da una libertà politica che diede la possibilità ai vari gruppi di riorganizzarsi. Khomeini poté contare su un’efficiente rete organizzativa e sul sostegno del Hezb-e Jomhūrī-e Eslāmī “Partito della Repubblica Islamica” fondato nel 1979 subito dopo la rivoluzione che svolse un ruolo fondamentale nella propaganda. In tal modo, a circa sei mesi dalla fuga dello Shah, fu affermata la teoria del Velayat-e faqih (“Tutela del giurisperito”, principio fondatore della Repubblica islamica che giustifica il governo del clero).
Molti esponenti politici del Tudeh e attivisti della guerriglia furono rilasciati e poterono partecipare alle elezioni. Tuttavia, la maggioranza dei seggi del Majlis andò al Partito della Repubblica islamica, così la partecipazione delle organizzazioni di sinistra e nazionaliste, che pur continuavano ad avere credito nell’indirizzare le proteste, fu impedita. Anche se dieci marxisti, membri del Tudeh, dei Fedaiyan e del Partito dei lavoratori socialisti, furono eletti nell’Assemblea degli Esperti, incaricata di redigere la Costituzione, mancava alla sinistra una prospettiva di lungo termine.
I Fedaiyan pubblicarono il loro programma un anno dopo la rivoluzione: l’obiettivo principale era l’eliminazione dell’imperialismo e la nazionalizzazione delle industrie. Perciò, la decisione di nazionalizzare le industrie e l’attitudine anti-imperialista del governo islamico spiazzarono il gruppo. Inoltre essi sottoscrissero col Tudeh la linea sovietica della “via non-capitalista allo sviluppo”: il successo di tale strategia dipendeva dalla creazione di un fronte popolare per difendere le conquiste della rivoluzione. La linea sovietica chiedeva così di supportare il regime post-rivoluzionario senza una realistica prospettiva di analisi dei fatti (i Fedaiyan ad esempio erano convinti che il consenso popolare a Khomeini fosse di natura emotiva ed affettiva, non duratura). Altro esempio della confusione delle forze marxiste fu il mancato sostegno alla lotta delle donne contro l’obbligo del velo, in quanto il femminismo era considerato un prodotto dell’imperialismo, e i marxisti erano convinti che il problema sarebbe stato risolto con l’instaurazione di una società senza classi.
il 4 novembre 1979 un gruppo di 500 studenti assaltò l’ambasciata statunitense di Teheran rispondendo all’invito di Khomeini a manifestare contro il “Grande Satana”. Mehdi Bazargan, capo del governo provvisorio, in quell’occasione si oppose a Khomeini paventando la coesione delle forze clericali e comuniste; cancellò quindi gli accordi con gli Stati Uniti, che risposero congelando i beni iraniani nelle banche americane. Il giorno dopo l’assalto dell’ambasciata, Bazargan rassegnò le dimissioni rinunciando alle riforme che avrebbero potuto soddisfare le varie anime liberali e della sinistra.
Con la lunga “crisi degli ostaggi” risolta il 20 gennaio 1981, la Repubblica Islamica divenne unico polo di riferimento degli sciiti, capace di fronteggiare sia il blocco capitalista che quello comunista e di interpretare le autentiche esigenze popolari. La svolta causò l’allontanamento dal potere di liberali, marxisti e socialisti.
A questo punto i Fedaiyan si divisero: la maggioranza continuò ad appoggiare il regime rivoluzionario, insieme al Tudeh, mentre una minoranza negò il proprio sostegno al nuovo ordine, perché considerato troppo autoritario. Invece fu immediatamente creato il Partito Repubblicano Islamico che fu sciolto solo nel 1987, quando il peso delle correnti della coalizione rivoluzionaria era ormai irrilevante.
La rivoluzione culturale, iniziata nell’aprile del 1980, inflisse un altro colpo alla sinistra: migliaia di studenti e professori furono allontanati dagli atenei, centinaia furono incarcerati. Nel settembre dello stesso anno, l’Iraq “socialista” di Saddam Hussein invase l’Iran causando altro disorientamento tra le fila dei marxisti. Nel giugno del 1981 in seguito al voto parlamentare di impeachment del Presidente eletto Abdol Hassan Bani Sadr, contrario all’islamizzazione del Paese, i Mojahedin-e-Khalq (MEK) videro svanire l’ultima possibilità di cambiare la situazione e Bani Sadr lasciò il Paese con il leader dei Mojahedin, Massud Rajavi, che divenne il peggior nemico dell’Iran rivoluzionario.
E di nuovo i comunisti del Tudeh – che avevano di fatto contribuito alla coesione tra le forze religiose popolari e le istanze socialiste e comuniste – furono oggetto di repressione. Nel 1983 il Tudeh fu messo fuori legge; i militanti dovettero abbandonare l’Iran. E certamente la scarsa comprensione dell’Islam politico ebbe un ruolo fondamentale nell’estromissione della sinistra dall’Iran post-rivoluzionario.
Quattro decenni dopo non sorprendono le critiche della propaganda occidentale a Ebrahim Raisi (8° Presidente della Repubblica Islamica dell’Iran eletto nel 2021 e morto il 19 maggio 2024 in un incidente in elicottero) cui venne dato il nome di “macellaio di Teheran” perché catalogato “conservatore”, fedelissimo a Khamenei e perché Raisi alla fine della guerra con l’Iraq, fece parte del comitato voluto da Khomeini per processare gli oppositori politici, tra cui i Mojahedin del popolo iraniano (MEK) e il Tudeh.
Conclusioni
La Rivoluzione guidata da Khomeini poté utilizzare la retorica rivoluzionaria marxista e il forte sentimento popolare religioso e anti-imperialista per consolidare il regime islamico. Se prima e durante la rivoluzione del 1979 la sinistra partecipò attivamente alla mobilitazione popolare, la sua base sociale limitata, le divisioni interne, la dipendenza dall’URSS e la mancanza di una strategia resero confusa, divisa e vulnerabile l’opposizione marxista, con frange che si sono convertite all’azione terroristica e di tradimento della propria stessa patria come i MEK. Tuttavia, nonostante la sconfitta, la sinistra marxista ha lasciato un’eredità importante, influenzando le posizioni riformiste e democratiche in Iran; e oggi, alcuni gruppi marxisti della diaspora, specie il partito Tudeh, sembrano avvicinarsi alla politica domestica, rappresentando un possibile ritorno ad un ruolo politico nel Paese.
Vediamo tuttavia che il Partito Tudeh e le forze democratiche dell’Iran si trovano in una situazione difficile e ambigua: da un lato, denunciano il sistema di potere teocratico dell’Iran e le repressioni di cui i partiti comunisti – socialisti sono stati oggetto; d’altro lato denunciano le contraddizioni economiche e sociali di un Paese ricchissimo di risorse e cultura e condannano senza sconti l’imperialismo statunitense e sionista, le pluridecennali sanzioni, i bombardamenti, le minacce, le operazioni di intelligence e il ruolo dei filomonarchici sostenitori della dittatura Pahlavi.
Leggendo vari comunicati (2) (3) ci si può rendere conto di quante siano le direzioni delle proteste del Partito Tudeh: tutte legittime a ragion veduta, ma che rischiano di scontrarsi tra loro generando, ancora una volta, confusione dannosa. Infatti non si può che essere contrari alla politica del “cambio di regime” e, nello stesso tempo, insistere sulla necessità di libertà e autonomia affermando che ben vengano le proteste poiché rappresentano “una sfida significativa per la dittatura al potere”. Visto che per “dittatura al potere” si intende cumulativamente Governo + Parlamento + regime teocratico, pare che tutti insieme siano designati come “corrotti”, colpevoli per il fallimento del Paese e per aver represso le forze di sinistra. A tal proposito forse sarebbe meglio dare solidarietà alla società iraniana patriottica e sana, senza tanti distinguo di schieramenti, ed insistere su chi ha veramente penalizzato l’Iran con i mezzi della propaganda da rivoluzione colorata, provocando crisi economica, inflazione e povertà e relegando il Paese alla condizione di Stato-fallito.
NOTE AL TESTO
(1 )Il saggio “Della necessità della lotta armata e del rifiuto della teoria della sopravvivenza” di Amir Parviz Puyan è il primo testo che sostiene la necessità della lotta armata e condanna la passività dei lavoratori e degli intellettuali. Per spiegare tale comportamento, Puyan sviluppa la teoria dei “due assoluti” (do motlaq) secondo cui i lavoratori considerano il potere del nemico come assoluto, e ciò è causa e conseguenza della loro assoluta impotenza. Solo la lotta armata può scuotere i lavoratori dall’apatia, stabilire un’avanguardia e innescare il movimento rivoluzionario. Bizhan Jazani, teorico marxista, riconobbe l’enorme popolarità di Khomeini tra le masse e la piccola borghesia.
(2) Dal comunicato Tudeh del 2 gennaio 2026 (https://www.tudehpartyiran.org/…/statement-of-the…/): “L’esperienza storica […] dimostra che la politica del “cambio di regime” è sempre stata perseguita per servire gli interessi strategici dell’imperialismo globale e non potrà mai portare alla libertà, alla realizzazione dei diritti nazionali e democratici o alla sovranità del popolo.[…] Per noi, comunisti e democratici il primo compito è quello di liberarci da ogni sguardo coloniale e orientalistico e riaffermare l’autonomia del popolo iraniano a determinare il proprio futuro liberamente e senza quelle ingerenze esterne che sono condannate esplicitamente dalla Carta delle Nazioni Unite.”
(3) Comunicato Tudeh del 9 gennaio 2026 (https://www.tudehpartyiran.org/…/statement-of-the…/)








Il CeSE-M sui social