di Andrea Falco Profili
La Groenlandia è centrale nel 2026, ma questa centralità non deriva dall’essere stata attaccata, ma perché – piuttosto – qualcuno l’ha nominata come preda. Donald Trump ha trasformato un territorio autonomo del Regno di Danimarca in un “asset” da acquisire, e l’ha fatto con la grammatica più rozza del potere statunitense: la diplomazia della clava alimentata da dazi e allusioni alla forza.
Le ragioni che avrebbero spinto gli Stati Uniti a muoversi in questa maniera, ad un’analisi più approfondita, costituiscono una profezia autoavverante più che un’effettiva analisi di vulnerabilità regionale. Si evoca una minaccia (Russia, Cina), si pretende che l’unico antidoto sia l’annessione coatta, si costringe l’Europa a reagire, e poi si addita la reazione come prova che “il pericolo” era reale.
Trump, difatti, sostiene che senza controllo statunitense, Russia o Cina “prenderanno” la Groenlandia. Il problema, però, è che gli Stati Uniti – a ragion del vero – non sono estranei in Groenlandia: nella ex Base Thule operano capacità di difesa missilistica e sorveglianza spaziale, come indicato dalla stessa U.S. Space Force. E da oltre settant’anni esiste un quadro giuridico di cooperazione militare con la Danimarca: l’Accordo del 1951 sulla difesa della Groenlandia. Se l’obiettivo fosse davvero “difendere”, l’arsenale di strumenti esisterebbe già; ciò che manca è la volontà politica di non trasformare la sovranità altrui in merce di scambio. Invece, Trump suggerisce che la NATO non basti, che il deterrente collettivo sia inefficace, che solo nelle mani degli Stati Uniti la Groenlandia sarebbe al sicuro. E la coercizione si fa doppia, perché si accompagna a un registro di prelazione imperiale che non esclude la forza e usa i dazi come clava.
La risposta sociale è stata immediata. Oltre 20.000 persone hanno marciato a Copenaghen verso l’Ambasciata USA e migliaia si sono radunate a Nuuk contro le minacce di annessione. Perfino dentro gli Stati Uniti il consenso è fratturato. Qui l’Europa dovrebbe ribadire una verità elementare: la Groenlandia non è una merce. La sola pretesa di “comprare” un popolo – anche quando travestita da fallace argomento securitario – è già un atto di erosione dell’ordine giuridico che l’Occidente dice di difendere altrove. L’Europa, ha reagito con una miscela di solidarietà e improvvisazione. Il rischio è quello di muoversi dentro una cornice dettata da Washington anche all’interno delle stesse fratture, come se la legittimità europea dovesse essere certificata oltreoceano. L’iniziativa “Arctic Endurance” nasce per dimostrare una presenza militare rafforzata in e attorno alla Groenlandia e alle Far Oer, con attività nazionali e multinazionali nel quadro NATO. Il limite, tuttavia, sono le tempistiche di questo gesto: quando un’operazione nasce per “convincere” la Casa Bianca che l’Isola può essere difesa senza cambiare bandiera, si accetta l’assunto più subdolo: la sovranità europea è negoziabile e l’Europa deve mostrarsi attivamente meritevole di restare padrona di sé.
A questo punto, la profezia si autoavvera: Mosca, legittimamente tattica, si definisce in allerta per l’incremento della presenza militare in Groenlandia, definisce “mito” la narrativa della minaccia russo-cinese all’Isola e accusa la NATO di alimentare isteria e militarizzazione dell’Artico. Il copione è tragicomico: Washington evoca una crisi che in realtà non esiste, Bruxelles reagisce riscaldando una regione fredda, Mosca – preoccupata – certifica l’apertura di un nuovo punto di tensione internazionale, dove prima non v’era nulla. La triste ironia è che la Groenlandia diviene un punto di attrito Russia-NATO più acuto di prima non perché “qualcuno l’ha presa”, ma perché qualcuno l’ha minacciata. E quel qualcuno sono gli Stati Uniti d’America. Sotto la retorica securitaria, c’è un altro punto degno di analisi, quello della materia grezza. La Commissione europea ricorda che la Groenlandia ospita 25 dei 34 critical raw materials considerati strategici per l’industria europea e la transizione verde-digitale; la partnership UE-Groenlandia insiste sullo sviluppo di filiere atte a realizzare l’interesse europeo di diversificare, approvvigionarsi e ridurre le dipendenze dall’esterno costruendo capacità industriali europee. Già in passato gli Stati Uniti hanno usato misure coercitive verso l’Unione Europea per imporre la riduzione dell’interscambio con la Cina, principale produttore mondiale di tecnologie verdi, rendendo i piani di transizione energetica europea più onerosi e insostenibili. La strategia statunitense, oltre a aprire nuove faglie contro la Russia e la Cina, è mirata a impedire qualsiasi misura di autarchia energetica europea: tagliata fuori dall’interscambio russo, costretta a rinegoziare quello cinese, l’Europa viene – infine – privata anche della possibilità di autoprodurre, divenendo un partner obbligato degli Stati Uniti.
La Groenlandia è un test di maturità europea. Se l’Europa continuerà a prediligere la fedeltà atlantica e chiamare “alleanza” una relazione in cui l’altra parte, usa dazi e minacce come leve negoziali, allora il declino non sarà solo americano. Se invece saprà leggere la fine dell’era atlantica come un dato, potrà inaugurare una stagione di sovranità adulta.








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