Costa d’Avorio: la vittoria di Ouattara tra boicottaggi, astensionismo e “partnership” con Washington

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Le legislative del 27 dicembre in Costa d’Avorio hanno consegnato al partito di governo RHDP una maggioranza schiacciante con un’affluenza molto bassa e un’opposizione in parte assente per boicottaggio. A ridosso del voto, l’intesa con gli USA conferma la protezione geopolitica occidentale.

La scena si ripete con una regolarità quasi rituale: “preoccupazione” e “lezioni di democrazia” quando le urne africane producono esiti non allineati agli interessi euro-atlantici; prudenza, formule neutre e rapida archiviazione quando invece il processo elettorale consolida un potere considerato affidabile, prevedibile, collaborativo. Quello della Costa d’Avorio e delle elezioni legislative dello scorso 27 dicembre è un caso da manuale di questa selettività. In un Paese segnato da fratture politiche profonde, da un lungo ciclo di personalizzazione del potere e da un contesto istituzionale contestato, l’Occidente non ha messo in campo la consueta severità retorica. Il voto è stato letto soprattutto come un fatto interno, quasi amministrativo, mentre sullo sfondo si rafforzava la cornice internazionale che garantisce al presidente Alassane Ouattara piena agibilità.

I dati ufficiali raccontano una vittoria senza ambiguità per il partito presidenziale, il Rassemblement des Houphouëtistes pour la Démocratie et la Paix (RHDP). Secondo quanto riportato dagli organi preposti, il RHDP ha infatti conquistato 197 seggi su 255 nell’Assemblea nazionale, ampliando nettamente la maggioranza precedente e superando il 61% delle preferenze; allo stesso tempo, l’affluenza si è attestata appena al 35,04%, facendo segnare un record storico negativo. Come si può facilmente comprendere, un parlamento così sbilanciato e privo di un vero sostegno popolare non è una fotografia di consenso, ma diventa uno strumento di governo totale: riduce gli spazi di controllo, rende marginale la dialettica istituzionale e, soprattutto, trasforma le elezioni in un dispositivo di ratifica più che di competizione.

Il voto, oltretutto, si è svolto a due mesi dalla rielezione presidenziale di Ouattara per un quarto mandato, definita “controversa” anche da osservatori e stampa internazionale, in un clima di tensione e con un’opposizione indebolita, frammentata e in parte colpita da misure restrittive. Alle legislative si è infatti arrivati dopo un’elezione presidenziale in cui figure chiave dell’opposizione erano state messe fuori gioco, con il partito dell’ex presidente Laurent Gbagbo che ha poi scelto il boicottaggio delle stesse legislative, contestandone la credibilità. Secondo il partito panafricanista PPA-CI (Parti des Peuples Africains – Côte d’Ivoire) di Gbagbo, infatti, le condizioni per elezioni credibili non sarebbero state riunite.

In questo contesto, si comprende facilmente come un’affluenza intorno a un terzo degli aventi diritto, in un Paese con un passato di crisi elettorali e conflitti, segnali sfiducia e disincanto, ma anche la percezione che la competizione sia “chiusa” prima ancora di cominciare. Quando una parte rilevante dell’opposizione si autoesclude (per protesta) e quando la partecipazione popolare si contrae, la “schiacciante vittoria” del partito di governo non può essere letta soltanto come forza organizzativa o consenso sociale, ma diventa il prodotto di un ecosistema politico che disincentiva la contendibilità del potere.

Il nodo centrale, del resto, è la permanenza di Ouattara al vertice dello Stato attraverso una controversa gestione del vincolo costituzionale. La storia recente ivoriana è segnata dalla tesi presidenziale secondo cui l’adozione di una nuova Costituzione nel 2016 avrebbe “azzerato” il conteggio dei mandati, rendendo dunque legittima una nuova candidatura nonostante il principio dei due mandati. Questa interpretazione, sostenuta da Ouattara e accolta dalle istituzioni competenti, è stata però contestata dagli oppositori come un modo per svuotare lo spirito della limitazione dei mandati.

Alle questioni propriamente giuridiche, si aggiungono poi diverse contestazioni riguardanti lo svolgimento delle operazioni di voto. Il PDCI-RDA (Parti Démocratique de la Côte d’Ivoire — Rassemblement Démocratique Africain), principale partito di opposizione tra quelli che hanno preso parte alle elezioni, in grade di ottenere 32 seggi sfiorando il 12% dei voti validi, ha accusato sostenitori del RHDP di raccolta fraudolenta di dati degli elettori e di pratiche di influenza sul voto. Parallelamente, nei giorni precedenti sono emerse polemiche sulla scomparsa di migliaia di tessere elettorali a Port-Bouët, ad Abidjan. Anche senza trasformare ogni denuncia in una sentenza, è evidente che un’elezione già segnata da boicottaggi e astensionismo diventa ancora più fragile quando si sommano sospetti di manipolazione, gestione opaca o disfunzioni amministrative.

Ora, perché questo quadro non ha suscitato in Occidente la consueta escalation di dichiarazioni, minacce di sanzioni, risoluzioni “valoriali” e campagne mediatiche? Una risposta sta nella funzione geopolitica che la Costa d’Avorio riveste come “pilastro” regionale affidabile, compatibile con l’agenda di apertura ai capitali e di cooperazione securitaria. Reuters, nel raccontare la vittoria del RHDP, insiste sul fatto che la nuova maggioranza dovrebbe facilitare l’attuazione dell’agenda presidenziale centrata sull’attrazione di investimenti privati, in quella che viene descritta come la maggiore economia dell’Africa occidentale francofona e un attore chiave (tra l’altro) nella filiera del cacao. Tradotto: stabilità per gli investitori, prevedibilità per i partner esterni, continuità per le catene del valore. È un lessico tipico della governance neoliberale, dove la qualità della democrazia si misura spesso in termini di “rischio Paese” più che di pluralismo politico.

Il tempismo di un accordo bilaterale con gli Stati Uniti, firmato appena tre giorni dopo le elezioni, rende esplicito il nesso tra consolidamento interno del potere e riconoscimento esterno. Il 30 dicembre, infatti, Washington e Abidjan hanno siglato un’intesa da 480 milioni di dollari in aiuti sanitari pubblici, incardinata nella “America First Global Health Strategy” dell’amministrazione Trump, basata su accordi bilaterali e logiche di condizionalità e “condivisione degli oneri”. Secondo AP, la Costa d’Avorio si impegnerebbe a cofinanziare fino a circa 292 milioni di dollari entro il 2030, mentre l’ambasciatrice statunitense ha parlato di passaggio oltre l’aiuto “tradizionale” verso un modello legato a commercio, innovazione e prosperità condivisa. Le analisi critiche, invece, mettono in evidenza il carattere transazionale di questo approccio e i rischi di pressione “contrattuale” sulle priorità di salute pubblica.

È una fotografia del neocolonialismo contemporaneo, che non si realizza più (solo) attraverso il controllo diretto, ma preferisce architetture di dipendenza e disciplina attraverso finanza, aiuti condizionati, accesso ai mercati, cooperazione selettiva. In questo schema, un leader che garantisce continuità e compatibilità con l’ordine economico e strategico occidentale viene trattato come un fattore di “stabilità”, anche quando la sua legittimazione interna è contestata e la partecipazione popolare si assottiglia. Lo stesso linguaggio con cui gli Stati Uniti descrivono la nuova strategia, fatta di valutazioni, scadenze e conseguenze per chi non “performasse”, rivela l’impostazione gerarchica del rapporto: partnership nominale, asimmetria sostanziale.

Da qui il doppio standard: la democrazia viene invocata come principio universale quando serve a delegittimare governi scomodi; viene relativizzata quando un processo elettorale, pur carico di criticità, produce un assetto gradito. Nel caso ivoriano, l’Occidente sembra privilegiare la narrazione della “normalità istituzionale” e della cooperazione bilaterale, mentre le ombre su alternanza, inclusività e partecipazione scivolano sullo sfondo.

Le elezioni legislative ivoriane, dunque, rappresentano un nuovo tassello di un processo di lungo periodo: l’uso creativo della Costituzione per prolungare il potere, la compressione dello spazio competitivo, la trasformazione del parlamento in una camera di ratifica, il ricorso alla “stabilità” come parola d’ordine internazionale. E, soprattutto, sono un test di coerenza per chi pretende di giudicare le elezioni altrui. Se i principi valgono, valgono sempre. Se invece la misura diventa l’allineamento geopolitico, allora la democrazia smette di essere un criterio e diventa uno strumento.

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