di Alessandro Fanetti
Anche il 2026, così come ormai siamo abituati a vedere, sarà certamente sempre più lontano dalle “certezze” del momento unipolare seguito alla fine della Guerra Fredda.
L’ “ordine internazionale” ridisegnato nel 1989 – ‘91 è attraversato da linee di frattura evidenti, in cui l’alta tensione geopolitica è divenuta di fatto una condizione strutturale; con il confronto unipolarismo – multipolarismo che non è più una mera “discussione accademica”, bensì il filo rosso che lega conflitti armati, crisi regionali e riallineamenti strategici su scala globale.
Per dirla con le parole del filosofo russo Aleksandr Dugin: “il conflitto in Ucraina è il primo conflitto multipolare”.
Il mondo geopolitico è dunque caratterizzato dallo scontro fra Paesi che cercano di difendere l’ordine globale sorto dopo la dissoluzione dell’URSS e quelli che invece aspirano alla sua modifica verso un’architettura composta da più “poli geopolitici”.
Una gran parte del mondo che prova dunque a costruire definitivamente una “fase multipolare”, caratterizzata in primis dalla fine dell’egemonia occidentale e dall’emergere di più centri di potere, siano essi in competizione o in cooperazione tra loro. Ma certamente con l’aspirazione che questi ultimi non siano mai in guerra fra loro.
In questo schema credo sia possibile affermare che il conflitto Ucraina – Russia non sia “solo” un conflitto regionale ma, come accennato sopra, anche uno scontro “materiale & immateriale” tra due visioni dell’ordine internazionale: da un lato quella euro-atlantica e dall’altro quella che la contrasta.
Parallelamente, il Medio Oriente resta uno dei principali epicentri dell’instabilità globale.
In tale contesto, il massacro di Gaza e la recrudescenza di un conflitto israelo-palestinese impossibile da neutralizzare senza affrontare e risolvere le sue cause più drammatiche e profonde, nonché il ruolo dell’“asse unipolare” che ha in Israele la sua “testa di ponte” nell’area in contrapposizione all’Iran (leader della regione per quanto riguarda l’“asse multipolare”) contribuiscono a un clima di tensione permanente.
Clima di tensione regionale che si intreccia però con dinamiche assolutamente globali, con un “confronto per procura” anche fra le maggiori Potenze globali: Stati Uniti, Russia e Cina.
Anche in America Latina e Caraibi il quadro è esplosivo dal punto di vista geopolitico (e non solo). Se infatti Paesi come Venezuela e Cuba (solo per citare i più “famosi”) continuano a rappresentare nodi di resistenza significativa all’influenza statunitense, cercando sempre nuovi spazi di manovra attraverso relazioni fra di loro e con Russia, Cina e alcuni attori emergenti, altre Nazioni si stanno allineando sempre più decisamente agli USA di Trump (vedi, ad esempio, Argentina, Trinidad e Tobago, Bolivia).
Una regione spesso considerata erroneamente “periferica” sta tornando dunque agli “onori della cronaca” per essere un terreno decisivo di scontro unipolarismo – multipolarismo.
Terreno di scontro in primis per le sue risorse e la sua posizione strategica.
Infine, molto evidente è il cambiamento che sta avvenendo in Africa, in particolare nel Sahel. I cambi di governo “filo – multipolarismo” in Burkina Faso, Niger e Mali segnano una rottura con il passato recente e con la presenza occidentale sorta con la colonizzazione. Questi Paesi cercano nuove alleanze, nuove forme di sovranità e nuovi riferimenti strategici, inserendosi in una dinamica globale che ridisegna le mappe dell’influenza internazionale. L’Africa si sta muovendo per non essere più solamente un terreno di “competizione geopolitica” fra grandi Potenze, ma per divenire sempre di più un attore consapevole del proprio peso e della propria rilevanza.
Senza mai dimenticare le tensioni nell’Indo – Pacifico e, in particolar modo, l’“Affaire Taiwan” che continua a essere fonte di tensione regionale e globale di grande rilevanza.
In questo contesto generale si inseriscono ovviamente tutte le “esperienze unitarie” regionali e globali “vecchie e nuove”, con l’espansione dei BRICS+ che rappresenta il simbolo più chiaro di un mondo che cambia.
In conclusione è possibile affermare che, mettendo insieme tutti questi tasselli – dall’Europa orientale al Medio Oriente, dall’America Latina all’Africa e fino all’Indo – Pacifico e ai nuovi equilibri geopolitici globali – emerge un quadro chiaro: il 2026 non sarà certamente un anno di stabilizzazione geopolitica salda e lineare, bensì di ulteriore accelerazione delle tensioni e dei cambiamenti in atto già da alcuni anni. In un mondo multipolare ancora in formazione, fatto di conflitti aperti e rivalità latenti anche il 2026 si preannuncia dunque, senza troppi giri di parole, come un “anno geopolitico” decisamente “bollente”.








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