di Di Mehdi Honardideh | Traduzione di Matteo Pistilli

La recente pubblicazione dell’intervista ad al-Jolani ha creato nell’opinione pubblica l’impressione che i russi abbiano tradito Bashar al-Assad e la Siria. Come si può analizzare la questione?

Le relazioni tra l’Unione Sovietica e la Siria risalgono agli anni ’50, quando i sovietici sostenevano il Partito Ba’ath e il governo siriano in quanto alleati contro l’influenza occidentale in Medio Oriente. Queste relazioni si rafforzarono durante la Guerra Fredda e la Siria divenne il partner più importante dell’Unione Sovietica nella regione. Nel 1971, la base navale di Tartus fu concessa all’Unione Sovietica, diventando la sua unica base militare al di fuori del blocco orientale.

Soprattutto dopo la comparsa dell’ISIS, Mosca ha ritenuto necessaria la propria presenza in Siria per combattere il terrorismo e impedire il crollo di un governo alleato. La Russia temeva che la caduta del governo di Assad avrebbe creato un vuoto di potere, portando all’espansione del terrorismo nella regione e minacciando la sicurezza del Caucaso e della Russia stessa.

Quando l’ISIS ha preso il controllo di gran parte della Siria e dell’Iraq, l’Iran e la Russia hanno avviato una stretta collaborazione per preservare il governo di Assad. Il martire Qassem Soleimani, comandante della Forza Quds dell’IRGC, ha svolto un ruolo chiave nel coordinamento tra Mosca e Damasco. Attraverso la sua visita a Mosca e i negoziati con i funzionari russi, Soleimani ha convinto il presidente Putin che un intervento militare diretto della Russia era essenziale per affrontare l’ISIS e preservare il governo di Assad.

Nel settembre 2015, la Russia ha avviato le sue operazioni militari in Siria e, in collaborazione con l’Iran e Hezbollah, ha condotto estesi attacchi aerei e terrestri contro l’ISIS e altri gruppi takfiri. Questo intervento ha segnato una svolta nella guerra siriana e ha rafforzato in modo significativo le posizioni del governo di Assad.

Il Fronte al-Nusra, che in seguito ha cambiato nome in Jabhat Fatah al-Sham e successivamente in Hay’at Tahrir al-Sham, era inizialmente uno dei principali obiettivi dei raid aerei russi nelle prime fasi del conflitto siriano. Con l’intensificarsi della guerra civile e l’aumento delle pressioni internazionali, Bashar al-Assad ha gradualmente compreso che rimanere al potere a tempo indeterminato poteva non essere possibile. In tali circostanze, la Russia ha cercato una soluzione politica alla crisi siriana che prevedesse una graduale transizione del potere.

Secondo quanto riportato, negli ultimi giorni del regime di Assad, la Russia ha avviato colloqui con alcuni gruppi dell’opposizione siriana per facilitare il trasferimento di Assad in Russia e l’istituzione di un governo di transizione. Questi negoziati miravano a prevenire un ulteriore caos e a preservare un livello minimo di influenza russa in Siria.

Tuttavia, occorre tenere presente che, sebbene sia l’Iran che la Russia sostenessero il governo di Assad, i loro interessi e le loro priorità in Siria non erano del tutto identici. L’Iran cercava di mantenere un governo amico e alleato a Damasco, mentre la Russia era principalmente interessata a preservare le sue basi militari e la sua influenza strategica nella regione. Ciononostante, entrambi i paesi condividevano l’interesse comune di impedire il crollo del governo di Assad e contrastare l’influenza occidentale.


 Differenza di approccio nei confronti del regime sionista:

Uno dei punti chiave di divergenza tra Iran e Russia riguardava il loro approccio agli attacchi israeliani in Siria. L’Iran cercava il confronto diretto con il regime sionista, mentre la Russia tentava di evitare un’escalation con Israele. Tuttavia, queste differenze non costituivano un tradimento da parte della Russia nei confronti dell’Iran, ma derivavano piuttosto da calcoli strategici diversi.

Negli ultimi giorni del regime di Assad, quando la caduta del governo siriano appariva inevitabile, i russi hanno stabilito contatti con alcuni gruppi ribelli al fine di salvaguardare la loro influenza nel governo post-Assad, riconoscendo che avrebbero dovuto adattarsi alle nuove realtà in Siria. Sebbene inizialmente queste comunicazioni sembrassero promettenti, alla fine non hanno prodotto risultati favorevoli né per l’Iran né per la Russia, in gran parte a causa delle rivalità interne e regionali. In particolare, la competizione tra Turchia, Arabia Saudita e altri attori regionali ha impedito che il processo di transizione del potere in Siria procedesse in modo auspicabile.

Iran, Russia e Turchia hanno tenuto diversi round di negoziati ad Astana per trovare una soluzione alla crisi siriana. Sebbene questi colloqui abbiano portato alla creazione di zone di de-escalation, non hanno portato a una risoluzione definitiva a causa delle differenze fondamentali tra le parti coinvolte.

In conclusione, sebbene esistessero innegabili divergenze tattiche tra Iran e Russia, entrambi gli attori hanno finito per convergere su un obiettivo strategico comune: la salvaguardia del governo di Assad e il contenimento dell’influenza occidentale nella regione. L’indebolimento finale dello Stato siriano è stato il risultato di una complessa interazione tra dinamiche interne ed esterne, fattori che sfuggono in gran parte al controllo di qualsiasi singolo attore regionale. Di conseguenza, inquadrare la crisi siriana attraverso una lente unidimensionale e attribuirla semplicemente al cosiddetto “tradimento russo” non solo semplifica eccessivamente le realtà geopolitiche del conflitto, ma oscura anche le lezioni fondamentali che devono essere tratte dalla traiettoria evolutiva della Siria.

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