Albania: attacchi informatici e il vicolo cieco nella gestione del Campo Ashraf 3

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di Maria Morigi

Ashraf-3, il campo fortificato dei Mojahedin-e-Khalq (MEK), a Manzë in Albania, è una “città di esuli”: circa 40 ettari con oltre un centinaio di edifici, isolata da alti muri e posti di blocco. Vi vivono, sotto rigide regole interne, circa 2.500 dissidenti profughi, una “setta” ai cui membri è vietata una vita familiare normale e possono solo adeguarsi alla linea intransigente dell’associazione. 

Per comprendere la disgrazia che ha colpito l’Albania accogliendo questi profughi cacciati dall’Iran, chiariamo che Il gruppo MEK è nato in Iran negli anni ’60 come gruppo studentesco radicale (i cosiddetti “marxisti con le bombe”), ma dopo la rivoluzione komeynista si è evoluto in un fanatismo guerrigliero dogmatico, settario e anti-iraniano. I morti accertati per azioni di terrorismo MEK sono almeno 17.000 (scienziati, politici, docenti e cittadini comuni iraniani). I suoi membri che hanno combattuto contro l’Iran a fianco di Sadam Hussein nella guerra Iraq-Iran (1980-88) sono adoratori fanatici di Masoud Rajavi – presumibilmente morto nel 2003 – e di sua moglie, Maryam. E l’organizzazione fino a poco fa era etichettata come “organizzazione terroristica straniera” sia dagli Stati Uniti che dall’Iran. 

Campo Ashraf 3

Dopo il 2003 hanno proclamato di rinunciare alla violenza per diventare “sostenitori dei diritti umani”. Nel 2013, il gruppo ha ottenuto rifugio ufficiale in Albania. Ma quello che è più interessante sono i doppi standard del gruppo, infatti, se i Rajavi leader predicano una vita di sacrificio austero e rivoluzionario per i membri ordinari, loro stessi vivono nel lusso più sfrenato  a Parigi dove hanno ombrello politico (Le Canard enchaîné ha mostrato Maryam Rajavi – presidente autoproclamata del gruppo – e un entourage di guardie del corpo affittare un intero Spa resort a Vichy, spendendo €29.000 in contanti per massaggi, fanghi e idroterapia; l’anno prima i Rajavi avevano speso altrettanto per viaggi). Nel frattempo, ad Ashraf-3, i membri ordinari sopportano una rigida militarizzazione senza telefoni o notizie, seguendo orari inflessibili, spesso privati del sonno e malati.

Per oltre un decennio l’Albania è servita da  rifugio per gli esiliati Mojahedin-e-Khalq . Iniziato come gesto umanitario da parte albanese, l’accoglienza ai MEK è ora divenuta preoccupazione grave per la sicurezza  e sfugge di fatto al controllo di Tirana che si appella agli alleati occidentali per indagare sui  crimini del MEK ad Ashraf-3 cercando prove di attacchi informatici lanciati dall’interno del campo. Ospitare il MEK ha trasformato l’Albania in una “prima linea” dell’ostilità iraniana. Nel luglio 2022, gli hacker hanno paralizzato il portale e-Albania, ritardando iscrizioni scolastiche e depositi immobiliari: una “guerra cibernetica” per cui l’Albania ha immediatamente interrotto i rapporti diplomatici con Teheran, accusandola di queste azioni.

All’inizio del 2023, i pubblici ministeri statali albanesi hanno accusato membri del MEK di condurre segretamente attacchi informatici e attività contro il governo iraniano. Mesi di sorveglianza online hanno indirizzato verso una vasta “fabbrica di troll” nascosta a Manzë.  Nel giugno 2023, le autorità albanesi hanno deciso di intervenire e il 20 giugno 2023, la “Polizia speciale” ha fatto irruzione ad Ashraf-3 su ordine di un Tribunale Speciale, munita di mandati di perquisizione per spionaggio e crimini informatici. Il campo ha sigillato i suoi ingressi e l’incursione è stata accolta con feroce resistenza e decine di feriti anche se il bilancio esatto e i dettagli non sono noti. Comunque la polizia ha sequestrato un centinaio di postazioni di lavoro e decine di laptop, tablet e drive, sottraendoli al tentativo di distruzione da parte dei MEK. L’Ufficio del Procuratore Speciale (SPAK) ha formalmente annunciato un’indagine per “incitamento alla guerra, intercettazione illecita di dati informatici, interferenza con sistemi informatici” e reati correlati: un caso penale di gravità senza precedenti, costruito sulle prove scoperte nel Campo Ashraf-3.

Nel giugno 2025, un gruppo di hacker si è apertamente vantato di aver sabotato i siti web municipali di Tirana “per rappresaglia” contro il fatto che l’Albania ospitasse “terroristi”. Il gruppo di hacker iraniano HomelandJustice ha affermato di aver estratto dati dai server della città e ha minacciato ulteriori attacchi, tanto che ormai l’Albania ha formalmente chiesto agli alleati NATO e UE di collaborare a decifrare i computer di Ashraf-3 alla ricerca di indizi incriminanti.

Questa spirale di ostilità era prevedibile. L’Albania sapeva che invitare oltre 2.500 membri del MEK nel suo territorio avrebbe provocato Teheran. Tuttavia, sotto l’intensa pressione degli Stati Uniti e delle Nazioni Unite, Tirana ha ignorato tali avvertimenti. Il risultato è che il campo MEK ad Ashraf-3 è ora una bomba a orologeria in territorio albanese poiché la stessa propaganda anti-iraniana del gruppo ha trasformato l’Albania nel bersaglio primario per gli attacchi informatici iraniani. Analisti occidentali e albanesi ormai affermano che il MEK è “fuori dal controllo dell’Albania” e che l’Albania ha raggiunto un “vicolo cieco strategico” nella gestione del MEK che ormai si configurano come un’enclave terroristica autogovernata che minaccia la sicurezza regionale, incubando propaganda anti-iraniana e operazioni di guerra informatica tra Iran e Occidente. Di fatto l’enclave MEK di Manzë è al di fuori della giurisdizione albanese: ha la sua polizia interna, la sua gerarchia di leadership e il suo codice di condotta. Con l’emergere di prove di attività illecite, Tirana è alla massima allerta. Le strade per il campo sono chiuse da posti di blocco. Agenzie tecnologiche e polizia scansionano regolarmente il perimetro della rete, in quanto il gruppo MEK potrebbe hackerare  governi stranieri.  Ospitare il MEK ha trasformato l’Albania nel bersaglio di una potenza straniera ostile (l’Iran), ben oltre a quanto Tirana potesse prevedere

 Il caso evidenzia infine il doppio standard della politica occidentale verso l’Iran. Infatti, con la scusa di promuovere la democrazia in Iran, l’Unione Europea ha più volte elogiato Tirana per  l’ospitalità fornita al MEK, ha rimosso il gruppo dalla lista di organizzazioni terroristiche ed eminenti politici occidentali hanno accolto a braccia aperte i leader del MEK. Teheran al contrario ha sempre condannato i MEK come “terrorismo sponsorizzato ”, definendo Ashraf-3 come un complotto americano e ha incitato il sentimento locale contro le autorità albanesi creando divisioni nell’opinione pubblica interna. Parte degli albanesi vede il MEK come vittime dell’Iran, altra parte dell’opinione pubblica come un gruppo che predica la guerra entro i suoi confini.

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