Nazionalismo globale: l’alleanza improbabile tra le destre sovraniste

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di Alessandro Nistri

Negli ultimi anni sembra essersi consolidata una rete ideologica tra i vari leader conservatori del mondo: Trump, Meloni, Milei, Netanyahu, Orban e molti altri sono legati da alcuni principi cardine che ne definiscono non solo una comunanza ideologica, ma che influenzano anche le decisioni politiche più importanti di un Paese. Eppure, al di là della retorica comune e di una simile visione del mondo, emergono profonde contraddizioni tra l’affinità ideologica e la scarsa solidarietà concreta tra questi governi, specialmente su scala economica e diplomatica.

Uno degli aspetti più contraddittori dell’attuale ondata di destra radicale nel mondo è proprio l’apparente alleanza tra leader accomunati da ideologie affini — nazionalismo, sovranismo e politiche antimigratorie  — ma profondamente divisi nei fatti da un principio di base: ognuno fa gli interessi del proprio Paese. Questo porta a una “comunità ideologica” che si sostiene a parole, ma si traduce in scarsa cooperazione internazionale.

Il caso emblematico è quello del rapporto tra Donald Trump e gli altri esponenti delle destre mondiali. In Italia, ad esempio, sia Matteo Salvini che Giorgia Meloni hanno accolto con entusiasmo la recente elezione di Trump, vedendolo come un importante alleato ideologico.Tuttavia, quella sintonia politica non si è mai concretizzata in reali vantaggi per l’Italia. Un esempio evidente è l’aggressiva politica dei dazi annunciata dal presidente statunitense, che avrà come effetto l’aumento del prezzo dei prodotti europei sul mercato americano, contribuendo così a un generale rincaro del costo della vita dei cittadini USA. Ciò comporta un duro colpo anche e soprattutto per le imprese italiane, visto che gli Stati Uniti rappresentano uno dei mercati principali per numerosi settori del “Made in Italy”. In sostanza, un aumento delle tariffe doganali colpirebbe duramente non solo i consumatori americani, ma soprattutto le imprese e gli imprenditori italiani, che da anni esportano negli USA beni fondamentali come alimentari, moda, macchinari e arredo. Una misura che appare in netta contraddizione con le promesse dell’attuale governo italiano, che ha più volte dichiarato di voler difendere e valorizzare proprio il tessuto produttivo nazionale. In questo scenario, la presunta alleanza ideologica con la leadership americana rischia di tradursi in un danno concreto per l’economia italiana.

I governi italiani, fin dai tempi della Guerra Fredda, hanno sempre mantenuto una posizione fortemente filo-occidentale e filo-statunitense. Questo storico legame ha spesso assunto i contorni di un rapporto sbilanciato, quasi di subordinazione rispetto agli interessi degli Stati Uniti. Oggi, con le crescenti tensioni internazionali e i conflitti anche interni all’Europa, questa dinamica sta diventando ancora più evidente e pressante, soprattutto dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca.

In questo contesto, l’affinità ideologica tra Giorgia Meloni e Trump ha contribuito a rafforzare ulteriormente l’influenza americana sulle scelte di politica estera italiane. Una situazione paradossale per un presidente del Consiglio che si definisce sovranista: non si può parlare di sovranità nazionale se si permette ad un altro leader, per quanto potente, di dettare l’agenda internazionale di un Paese.

Allo stesso tempo, chi si oppone alle direttive di Trump rischia di essere etichettato come “inaffidabile” o “ostile” e minacciato con ritorsioni economiche, come i dazi. È ciò che è accaduto recentemente al governo spagnolo di Pedro Sánchez. Eppure, nonostante le minacce di Trump, Sánchez è stato l’unico leader europeo a rifiutare l’aumento delle spese militari richiesto dalla NATO — e caldeggiato dagli USA — riuscendo a negoziare un compromesso. Una scelta autonoma, motivata dalla volontà di non sacrificare settori cruciali come sanità e istruzione in favore delle armi.  Una scelta che dimostra come tutelare davvero gli interessi nazionali significhi saper dire no, quando serve, anche agli alleati più potenti.

Similmente, in Argentina, la recente ascesa di Javier Milei — economista ultraliberista e figura politicamente affine alla destra trumpiana — ha attirato immediatamente l’attenzione del presidente degli Stati Uniti. Donald Trump lo ha pubblicamente elogiato, definendolo “un grande” e congratulandosi per la sua vittoria come una conferma delle idee sovraniste e anti-establishment, in particolare in una zona strategica come quella del “cortile di casa”.  Tuttavia, al di là delle dichiarazioni di stima e dell’allineamento ideologico, da Washington non è arrivato alcun supporto concreto per aiutare l’Argentina a uscire dalla sua profonda crisi economica.

Il “America First” di Trump — che resta la pietra fondante della sua visione internazionale — non prevede concessioni, nemmeno per i governi o leader ideologicamente amici. Nonostante Milei rappresenti un alleato potenziale sul piano retorico e politico, il pragmatismo economico della destra trumpiana impone una netta priorità agli interessi interni degli Stati Uniti. In altre parole, l’affinità ideologica non si traduce in solidarietà economica o sostegno concreto: la cooperazione si ferma alla condivisione di valori e strategie comunicative, ma quando si tratta di aiuti, investimenti o condizioni favorevoli, prevale una logica di isolamento e di difesa ad oltranza dell’interesse nazionale.

Ciò dimostra come le reti tra leader sovranisti abbiano un valore più simbolico che pratico, e che il legame tra le destre globali sia spesso più retorico che operativo. Anche per chi si dichiara apertamente filo-americano — come Milei e Meloni— non esistono scorciatoie: senza vantaggi diretti per gli Stati Uniti, non c’è alleanza ideologica che tenga.

Approccio comunicativo comune

Più che sul piano della cooperazione internazionale, l’affinità ideologica tra leader conservatori la possiamo senz’altro ritrovare nello stile comunicativo e sul modo di rapportarsi con la propria popolazione, arrivando spesso a causare profonde spaccature nel tessuto sociale e sul livello del dibattito pubblico.

L’uso di un linguaggio diretto, emotivo e spesso aggressivo da parte di leader populisti contribuisce a rafforzare l’identificazione emotiva della base elettorale in una figura percepita come forte e risolutiva. Questo fenomeno è particolarmente evidente nel caso di Donald Trump, che non solo si presenta come l’unico in grado di affrontare e risolvere i problemi del Paese -o del mondo-, ma costruisce attivamente questa narrazione attorno alla propria persona, alimentando un culto della leadership individuale.

In un sistema bipartitico come quello statunitense, si verifica una crescente polarizzazione che conduce inevitabilmente a un inasprimento del linguaggio pubblico e del confronto democratico: il dibattito perde complessità e sfumature, trasformandosi in una guerra di slogan e accuse reciproche. In questo contesto, la leadership forte non si limita a guidare, ma si impone come unica fonte di verità e soluzione, mettendo in ombra i valori del pluralismo e delle istituzioni democratiche.

Un ruolo centrale in questo processo è svolto dalle piattaforme digitali, in particolare dai social media, che diventano il canale privilegiato per la comunicazione politica. Il formato breve e immediato di un tweet, di una story o di un video TikTok si adatta perfettamente all’esigenza di comunicare in modo rapido, emotivo e potenzialmente virale. Un leader come Trump, ad esempio, ha fatto dell’immediatezza il suo marchio di fabbrica: attraverso un solo post può dettare l’agenda politica, mobilitare i suoi sostenitori o attaccare un avversario. Tuttavia, questa stessa brevità tende inevitabilmente a semplificare e banalizzare questioni complesse, soprattutto in ambiti come la geopolitica, l’economia o la diplomazia internazionale.

Questo stile, come visto nei casi di Trump, Bolsonaro, Milei o Meloni, non si limita alla forma, ma è parte integrante della strategia politica. Serve a costruire consenso attraverso la semplificazione, a generare appartenenza attraverso l’identificazione di un nemico comune da combattere- spesso gli immigrati-, e a disintermediare il rapporto tra il leader e il “suo” popolo.

L’alleanza tra le destre radicali mondiali si rivela quindi spesso più simbolica che sostanziale: un fronte retorico che unisce sul piano identitario e comunicativo, ma che si sgretola di fronte agli interessi nazionali e all’assenza di cooperazione reale. Un modello di leadership che privilegia più l’ego del singolo leader, in cui ognuno cerca di conquistare spazio e influenza all’interno di scenario geopolitico che vede sempre più spesso ribaltamenti di potere, piuttosto che la stabilità globale. In un’epoca segnata da crisi internazionali, la fragilità di queste “alleanze a parole” rischia di acuire divisioni, dentro e fuori i confini nazionali.

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