Taiwan e il principio di “Una sola Cina” da Mao e Xi Jinping

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di Veronica Vuotto

话说天下大势,

分久必合,合久必分

Si narra una tendenza storica:

dopo un lungo periodo di divisione, il regno si riunirà sicuramente,

e dopo un lungo periodo unito, il regno si separerà.”

Luo Guanzhong, San guo yan yi

(XIV sec)

Negli ultimi anni, e sempre più insistentemente di recente, si è sentito discutere con sempre maggiore frequenza della “questione Taiwan”, sia a livello internazionale e nazionale e per diversi motivi, uno dei quali è il suo essere uno dei principali terreni di scontro nel costante confronto geopolitico tra la Repubblica Popolare Cinese e gli Stati Uniti.

Per capire il motivo per cui Taiwan rivesta una così importante e strategica posizione nel contesto internazionale, è indispensabile fare qualche passo indietro nella Storia; quella stessa Storia che, come spesso accade, è l’unica chiave di lettura che può fornire uno sguardo più ampio a tutta una vicenda.

Rimanendo sui rapporti tra la Cina e Taiwan, ciò lo si può fare anche attraverso i discorsi dei vari leader del Partito Comunista Cinese che nel corso degli anni hanno sottolineato l’importanza di tale questione per la politica nazionale, seppur declinandola in maniera differente a seconda delle rispettive sensibilità: se infatti, a inizio anni ‘80, l’allora leader Deng Xiaoping introduceva il principio di “un paese, due sistemi” (riferito inizialmente ad Hong Kong, ma applicato poi anche a Macao e Taiwan), sulla base di uno spirito di riconciliazione e dunque con un’accezione prettamente positiva, l’attuale Presidente Xi Jinping ha, invece, sempre usato un tono più duro nei suoi discorsi; discorsi nei quali il problema Taiwan è emerso sempre più come una questione afferente ad una unificazione tra la provincia ribelle e la sua Madrepatria lasciando, inoltre, intendere che Pechino fa sul serio, non ammette condizioni esterne e che, nel caso, non è esclusa anche la via della forza.

In un suo discorso del gennaio 2019, infatti, Xi Jinping non ha nascosto il possibile ricorso a “tutti i mezzi necessari contro le attività separatiste di Taiwan e le forze esterne che interferiscono nel processo di riunificazione”.

Notiamo, dunque, come in questo caso ci troviamo dinanzi un’accezione più negativa rispetto all’approccio di Xiaoping informato dal cosiddetto principio di una sola Cina in totale contrapposizione all’idea avanzata dai leader taiwanesi che, invece, hanno sempre puntato ad avere due “Cine” distinte (la Repubblica popolare cinese e la Repubblica di Cina).

Taiwan, rinominata Formosa di marinai portoghesi nel Cinquecento (l’Ilha Formosa, “la bella isola”), è stata oggetto di contesa sin dall’inizio di quello che è stato poi definito il “secolo delle umiliazioni”, quando nel 1842, a seguito della prima guerra dell’oppio (1839-1842) ebbe inizio la stipulazione dei cosiddetti trattati ineguali1, i quali resero di fatto la Cina una semi-colonia.

Dopo l’apertura forzata del Celeste Impero da parte delle potenze imperiali, infatti, diversi furono gli scontri che ne determinarono poi le sorti. La popolazione cinese prese consapevolezza della gravità della situazione e dell’ormai inevitabile disfacimento dell’impero, soprattutto in seguito alla prima guerra sino-giapponese (1894-1895), il cui casus belli fu la contesa sulla Corea.

La Cina, uscita perdente dal conflitto, si ritrovò costretta ad accettare le condizioni umilianti del Trattato di Shimonoseki (1895) il quale prevedeva, tra le altre cose, la cessione dell’isola di Taiwan al Giappone.

Formosa è stata parte del Giappone fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale: già nel 1943, durante la Conferenza di Teheran, Roosevelt e Churchill incontrarono nel Cairo l’allora leader del Kuomintang (KMT), il partito nazionalista cinese, il Generalissimo Chiang Kai-shek, per confermargli la loro intenzione di punire l’aggressione giapponese, togliendogli il controllo di Taiwan2 per “restituirlo” alla Madrepatria.

La fine della Seconda Guerra Mondiale, tuttavia, non segnò la fine delle ostilità per la Cina, la quale, poco dopo la fine del secondo conflitto sino-giapponese (1937–1945), dovette ben presto riprendere le armi per far fronte a una nuova guerra civile che vedeva scontrarsi il governo nazionalista guidato dallo stesso Chiang Kai-shek e i comunisti cinesi, guidati da un giovane Mao Tse-Tung.

Lo scontro militare tra le due parti portatrici di istanze politiche ed ideologiche opposte non tardò a accendersi pur restando una questione tutta interna alla Cina, anche perché nessuna mediazione dall’esterno avrebbe potuto evitare il conflitto.

Difatti, gli attori esterni, tra cui gli Stati Uniti, che avevano sopravvalutato Chiang Kai-shek e il KMT, e l’Urss che aveva invece sottovalutato la realtà contadina e la genialità politico-militare di Mao, non poterono fare altro che restare semplici spettatori di uno spettacolo bellico che andò avanti fino al 1 ottobre 1949, quando Mao Tse-Tung, sconfitte le forze nazionaliste e annunciò a Pechino la nascita della Repubblica Popolare Cinese, il cui governo diventava ora il solo rappresentante del Popolo cinese.

Chiang Kai-shek, dunque, si trovò costretto a lasciare Pechino per spostarsi prima a Chongqing e infine a Taiwan, la cui capitale, Taipei, fu successivamente riconosciuta come capitale provvisoria della Repubblica di Cina in esilio.

Sebbene, appunto, il nome di Repubblica di Cina rimase intatto, Taiwan perse comunque da quel momento ogni diritto di esercitare la sovranità statale per conto della Cina rimanendo, in realtà, sempre solo un’autorità locale in territorio cinese.

Sin da subito, Mao mise in chiaro le sue intenzioni, soprattutto in politica estera: difesa dell’indipendenza, libertà, integrità territoriale e sovranità della Cina.

E fu in quel momento che emerse il concetto o il principio di “una sola Cina”; chiara, dunque, la sua intenzione di unificare la madre patria con Taiwan. Mao dichiarò, poi, di voler rivedere tutti i trattati conclusi tra il KMT e i governi stranieri e, in base al loro contenuto, decidere cosa farne. Per le forze straniere, i rapporti futuri con la Cina sarebbero stati possibili solo nella misura in cui le relazioni con il KMT venissero interrotte.

Nuovi problemi si addensavano all’orizzonte e non tardarono ad arrivare. Finita nel 1949 la guerra civile, ben presto la Cina si ritrovò a dover affrontare una nuova situazione bellicosa, vale a dire la guerra in Corea (1950-1953).

Sebbene fino a quel momento il KMT avesse richiesto più volte aiuto alle Nazioni Unite e agli Stati Uniti per far fronte alla minaccia comunista, gli Stati Uniti non avevano alcuna intenzione di intervenire, cosa che fu confermata dallo stesso Truman nel 1950, quando dichiarò di che non avrebbe più mandato alcun aiuto militare alle forze nazionaliste residue a Formosa.

La situazione però, appunto, cambiò a seguito dello scoppio della guerra coreana nel giugno 1950: seppur non combattuta sul suolo cinese, faceva temere a Mao una possibile reazione americana che avrebbe rappresentato un ostacolo per la riconquista cinese di Taiwan.

Il conflitto in Corea ebbe come diretta conseguenza il rafforzamento del governo nazionalista a Taiwan, il quale ottenne l’aiuto militare degli USA, concesso con il fine di isolare e contenere la Cina, e insieme un riconoscimento internazionale come governo legittimo della Cina.

Gli Stati Uniti, infatti, non solo inviarono truppe per occupare Taiwan (al fine di prevenire qualunque attacco3), ma diffusero anche informazioni come quelle relative allo status di Taiwan che doveva ancora essere determinato, per poi fare pressioni sulla comunità internazionale affinché questa si muovesse nella direzione del “doppio riconoscimento” al fine di creare “due Cine“.

Ovviamente il Dragone, proprio in virtù del principio di “una sola Cina” che ne delineava i connotati dell’azione politica estera, si oppose a queste insinuazioni.

L’ingresso della Cina nella guerra di Corea, nell’ottobre 1951, avrebbe reso impossibile alla RPC il compimento dell’unificazione della patria e avrebbe contribuito a consumare la sua rottura con l’Occidente, soprattutto dopo che gli USA riuscirono a far condannare la Cina come Stato aggressore dall’ONU: una condanna che impedì di fatto alla RPC di essere ammessa al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Fu infatti il governo della Repubblica di Cina rifugiatosi a Taiwan a continuare ad occupare il seggio permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (fino al 1971).

Le relazioni tra il Dragone e l’Aquila sono state sempre alquanto altalenanti e oscillanti su diversi temi, primo fra tutti la legittimità di Taiwan, ormai, ancora oggi, perno dei rapporti sino-americani.

Questo non cambiò con la nuova leadership di Deng Xiaoping: nonostante un primo riavvicinamento avvenuto tra i due Stati che portò al riconoscimento ufficiale da parte degli Stati Uniti della RPC come unico legittimo rappresentante della Cina e delle dichiarazioni che volevano Taiwan come parte inalienabile di essa4, poco dopo la salita al potere del nuovo leader cinese, gli Stati Uniti ricominciarono a fornire armi a Formosa.

Questo andava contro la strategia di Deng il quale era certo che in mancanza del supporto militare statunitense, le autorità taiwanesi avrebbero deciso di riunirsi alla madrepatria di loro spontanea volontà per evitare un’invasione militare.

Al tempo stesso, la linea politica di Deng era meno severa rispetto a quella del suo predecessore, in quanto, seppur non del tutto contrario alla possibilità di un ricorso alle armi, preferiva un approccio più diplomatico e pacifico, passando dal principio di “una sola Cina” a quello di “un Paese, due sistemi” estendendo di fatto la linea politica elaborata per il ritorno di Hong Kong in seno alla Madrepatria anche a Macao e alla stessa Taiwan.

Questo principio, introdotto già nel 1979 durante la terza Sessione plenaria dell’XI Comitato centrale del PCC, soleva intendere che, in caso di ricongiungimento, Taiwan avrebbe potuto mantenere il suo status quo, il proprio sistema sociale e il proprio esercito, eliminando però la propria bandiera e i vessilli nazionali.

In quegli anni, al potere a Taiwan, vi era il figlio del Generalissimo, Chiang Ching-kuo, il quale rifiutò una tale proposta avendo tutta l’intenzione di battersi per una Taiwan indipendente.

Queste intenzioni furono appoggiate anche dagli Stati Uniti, i quali approvarono, sempre nel 1979, il Taiwan Relations Act con il quale veniva garantito l’invio di armi per difendersi da eventuali attacchi o invasioni.

Questo andava contro il contenuto del Comunicato di Shanghai del 1972 con il quale gli USA avevano riconosciuto il principio di “una sola Cina”; la conseguenza, ovvia, di tale decisione fu un inasprimento di rapporti già poco stabili tra le parti.

Soltanto con un terzo Comunicato, nel 1982, i rapporti riuscirono in parte a calmarsi.

In un discorso del 1983, Deng Xiaoping ribadì la sua intenzione di una “riunificazione pacifica”, conscio dell’impossibilità di perseguire “la riunificazione secondo i Tre Principi del Popolo5” ideati dal padre della Cina moderna, Sun Yat-sen, per cui la riunificazione doveva avvenire in maniera pacifica, trovando un comune accordo tra le due parti, senza alcuna interferenza esterna.

Secondo Deng, bisognava completare ciò che i loro grandi predecessori avevano iniziato, così da garantire per sé stessi un posto nella storia: si nota dunque come l’interesse di riunificazione non è direttamente rispondente ad esigenze di tipo geostrategico, bensì storico e derivante dal ricordo indelebile della sanguinosa guerra civile.

Il 1987 fu l’anno che segnò, per Taiwan, l’abolizione della legge marziale e la legalizzazione dei partiti di opposizione, in nome della democrazia.

Fu inoltre permesso ai taiwanesi di viaggiare nella madrepatria, dando l’idea all’ormai ottantatreenne Deng Xiaoping di un piccolo passo verso la riunificazione.

Sarà infatti lui stesso a dichiarare: “Se non possiamo riunificare la Cina subito, lo faremo tra un secolo; se non si realizzerà in un secolo, allora fra un millennio6”.

Questa linea politica di “un Paese, due sistemi” è continuata anche con la leadership successiva guidata da Jiang Zemin (1993-2003) che ha mantenuto un approccio moderato come quello del predecessore.

Un evento importante da segnalare è l’incontro avvenuto ad Hong Kong, nel 1992, tra i rappresentanti di RPC e RDC, il cui esito è noto come il “1992 consensus”, un accordo nel quale si confermava l’esistenza di una sola Cina di cui Taiwan era parte integrante.

Tutto sembrava volgere per il meglio fino a che, nel 1995, la situazione cambiò quando la questione si riaprì in seguito alla decisione degli Stati Uniti di concedere all’allora Presidente della Repubblica di Cina, Lee Teng-hui, al fine di presenziare e fare un discorso, in occasione di un evento alla Cornell University, circa l’esperienza di democratizzazione di Taiwan.

Si può facilmente immaginare la reazione delle autorità cinesi a tale affronto.

Non a caso, il Presidente Jiang Zemin, sempre più propenso al rispetto del principio di “una sola Cina”, avanzò, durante un discorso in occasione della Festa di Primavera tenuta dall’Ufficio per gli affari di Taiwan del comitato centrale del PCC e dall’Ufficio per gli affari di Taiwan del Consiglio di Stato, nel gennaio del 1995, la sua “Proposta in otto punti per la riunificazione della patria”.

Il primo punto prevedeva il rispetto del principio di “una sola Cina”, secondo il quale non dovevano esistere proposte contrarie ad esso, come l’indipendenza di Taiwan o l’idea di avere “due Cine”; il secondo punto, sempre basato sul principio già citato, prevedeva la possibilità, per Taiwan, di instaurare relazioni economiche e diplomatiche con altri Stati purché queste non miravano ad allargare lo “spazio internazionale di sopravvivenza”: queste istanze avrebbero soltanto accresciuto l’idea, inammissibile, d’indipendenza.

Secondo il terzo punto, erano ammessi negoziati tra le autorità di Taiwan e quelle della madrepatria su temi concernenti entrambi.

Il quarto principio è quello secondo cui “i cinesi non combattono contro i cinesi”; il Presidente sottolineò, come i predecessori del resto, il possibile ricorso all’uso della forza; tuttavia, questo sarebbe stato diretto soltanto contro le forze esterne che intervenivano nella causa dell’indipendenza di Taiwan. Nel suo discorso, Zemin nominò anche i compatrioti ad Hong Kong e Macao, i quali certamente “possono capire questa posizione di principio”.

Il quinto punto era di natura prettamente economica: sottolineava, infatti, l’importanza, per entrambe le parti, di sviluppare e ampliare gli scambi e la cooperazione economica affinché entrambi potessero beneficiarne (soprattutto in vista dello sviluppo economico del 21esimo secolo).

Il sesto punto, invece, era più di natura culturale, in quanto sottolineava l’importanza di ereditare e tramandare la millenaria cultura cinese creata dai figli e dalle figlie di tutti i gruppi etnici della Cina.

Il penultimo punto, partendo dal presupposto che i taiwanesi erano cinesi a tutti gli effetti (“la nostra stessa carne e il nostro sangue”), sottolineava come eventuali stili di vita diversi, gli interessi e le necessità dei compatrioti taiwanesi dovessero essere rispettati e tutelati. Chiunque avesse aiutato nella riunificazione della madrepatria, sarebbe stato ricordato ai posteri per le loro grandi gesta.

L’ultimo punto, infine, fungeva da invito per i leader e le autorità taiwanesi a visitare, in veste appropriata, la madrepatria al fine di discutere di affari di stato o di qualsiasi altra questione rilevante. Anche una semplice visita sarebbe stata ben accetta. Nuovamente, venivano ripresi gli esempi di Hong Kong e Macao.

Negli anni successivi, diversi eventi hanno portato le autorità cinesi a rendere questo principio di “una sola Cina” più flessibile, ponendo più fiducia nelle autorità taiwanesi.

Tuttavia, dai discorsi e i documenti di Jiang Zemin, emerge il suo timore di una probabile dichiarazione d’indipendenza da parte di Taiwan, motivo per cui sia nel white paper del 2000 che nel rapporto presentato al XVI congresso del PCC nel 2002, si dichiarava l’urgenza di fissare una data, una scadenza, per la riunificazione, sottolineando la possibilità di un conflitto qualora i taiwanesi avessero nuovamente rimandato la riunificazione a data da stabilirsi.

Si nota dunque una certa impazienza che trapelava dal leader cinese, che lo distinguerà però dal suo successore, Hu Jintao8 (2003-2013).

Quest’ultimo, infatti, non sembrava temere così tanto il rischio di una dichiarazione d’indipendenza e gestì dunque la “questione Taiwan” con più pragmatismo, non facendo pressioni affinché si stabilisse una data di scadenza per la riunificazione.

Tuttavia, durante gli anni della leadership di Hu Jintao, dall’altro lato dello Stretto vi era una figura come quella di Chen Shui-bian, nuovo Presidente di Taiwan (dal 2000 al 2008), il cui obiettivo principale dichiarato della sua politica era proprio quello di ottenere l’indipendenza.

Questo, ovviamente, non poteva essere tollerato dalla Cina, la cui leadership cercava di fare pressioni sul governo taiwanese attraverso esercitazioni militari e lanci di missili sull’isola. Il botta e risposta tra i due fronti è andato avanti nel corso degli anni, fino a giungere al 2005, quando Hu Jintao, dopo una serie di dichiarazioni amichevoli nell’anno precedente, approvò una legge anti-secessione, passata con 2896 voti favorevoli e 0 contrari. Secondo questa legge, la governance cinese approvava l’utilizzo di “mezzi non pacifici” (senza specificare però quali questi fossero) per contrastare i movimenti d’indipendenza taiwanese, nella speranza magari che il Presidente Chen Shui-bian decidesse di fare un passo indietro. Contemporaneamente, inoltre, l’Assemblea aveva anche approvato l’elezione di Hu come capo di tutte le forze militari.

In risposta, se il Kuomintang si dimostrò più propenso al dialogo per evitare un’escalation, non lo fu, invece, l’opposizione rappresentata dal Partito Progressista Democratico, il quale invece spingeva sempre più verso l’indipendenza dell’isola.

Nel 2009, in occasione del 30° anniversario del “messaggio ai compatrioti di Taiwan”9, Hu Jintao tenne un discorso durante il quale presentò la sua “proposta in sei punti per Taiwan”, non molto diversi dagli otto punti del suo predecessore. Infatti, durante il suo discorso, Hu Jintao sottolineò l’importanza di una ferma adesione al principio ‘una sola Cina’; del rafforzamento dei legami commerciali, e dunque della cooperazione economica; della promozione degli scambi di personale; dei legami culturali comuni tra le due parti; dell’accettazione di una “ragionevole” partecipazione di Taiwan a organizzazioni globali; e infine della negoziazione per un accordo di pace.

Questo discorso rappresentò simbolicamente il primo tentativo dell’amministrazione cinese di iniziare un dialogo con il partito pro-indipendenza di Taiwan, il PPD, guidato da Tsai Ing-wen, a condizione però che venisse accettato il principio di “una sola Cina”. Tsai Ing-wen sin da subito ritenne del tutto anti-democratico accettare di dialogare con la Cina in cambio della rinuncia ai propri principi.

Xi Jinping ha più volte ribadito l’idea dei suoi predecessori per quanto riguarda il principio “un paese, due sistemi”, concedendo più aperture rispetto al passato. Tuttavia, l’equilibrio venutosi a creare venne subito meno con l’elezione di Tsai Ing-wen a Presidente della Repubblica di Taiwan (2016, mandato confermato nel 2020) che causò un nuovo muro contro muro tra le parti.

La leader dei progressisti continua infatti ancora oggi a restare salda sulla sua idea di indipendenza e sovranità per il popolo taiwanese.

Durante questi ultimi quasi dieci anni di mandato, il Presidente Xi Jinping ha spesso tenuto discorsi importanti relativi alla questione Taiwan.

Il primo, ad esempio, risale al 2013, anno di inizio del suo mandato, durante il quale riprende il filo del discorso iniziato dai suoi predecessori, sottolineando l’importanza del principio di “una sola Cina” e la possibilità di una pacifica riunificazione, spiegando che tale questione non si dovrebbe tramandare da generazione a generazione, bensì una soluzione andrebbe trovata il prima possibile (senza però stabilire una scadenza).

Il discorso però forse più rilevante in tal senso è quello dato il 2 gennaio 2019, in occasione del 40° anniversario del “messaggio ai compatrioti di Taiwan”.

Durante questo discorso, Xi Jinping utilizzò toni più forti e fermi nel sottolineare l’urgenza di giungere all’unificazione e di non dover aspettare la prossima generazione.

Ricordando la storia della Cina degli ultimi 70 anni, Xi ha ribadito che “la Cina deve essere riunificata ed è destinata a essere riunificata”. Anche in questo caso, però, non viene stabilita alcuna scadenza.

Tuttavia, il “sogno cinese” di Xi Jinping, che punta al “ringiovanimento nazionale” e a una Cina come la vera “potenza socialista moderna”, prevede la sua realizzazione entro il 1 ottobre 2049, centenario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese; di conseguenza, riunificare la madrepatria potrebbe rientrare negli obiettivi del grande sogno cinese.

Come abbiamo visto, la riunificazione della Cina va oltre la dimensione geopolitica e strategica, è un qualcosa di più, una questione di principio, che ha radici ben salde nei valori e nella storia del Paese. Giungere alla sua realizzazione ha dunque un valore ancora più importante, tale da essere “inevitabile”, a detta di Xi.

Non è possibile sapere se, come e quando tale riunificazione avverrà; fare pronostici è forse impossibile. Certo è che l’attuale Presidente del Dragone, definito da alcuni il “nuovo Mao”, dovrà muoversi con cautela, tenendo in considerazione l’imminente XX Congresso del PCC (il cui inizio è previsto per il 16 ottobre), così come la delicata situazione attuale geopolitica con la guerra in Ucraina. La posta in gioco è alta, così come lo sono le tensioni venutesi a creare, sia livello nazionale che internazionale, e il cammino, non scevro di ostacoli, è lungo e difficoltoso. Bisognerà aspettare per vedere come la situazione evolverà e se il tanto agognato “secolo dell’umiliazione” potrà infine essere, per i cinesi, a tutti gli effetti, solo un brutto ricordo.

NOTE AL TESTO

1 Come dice il nome stesso, si definiscono tali quei trattati che non prevedono una reciprocità tra i firmatari. Di conseguenza, la Cina si ritrovò costretta a cedere territori alle potenze imperiali dell’epoca senza ottenere nulla in cambio.

2 Così come quello della Corea, la Manciuria, le isole Pescadores e tutte le altre aree costiere.

3 In un comunicato del 27 giugno 1950, il Presidente USA, Truman, dichiarò: “I have ordered the Seventh Fleet to prevent any attack on Formosa.”

4 Le relazioni diplomatiche sino-americane hanno subito un cambio di rotta a seguito della cosiddetta “diplomazia del ping-pong” e della visita di Nixon in Cina del 1972, al quale seguì la pubblicazione del Comunicato di Shanghai.

5 Nazionalismo (Mínzú), democrazia (Mínquán) e benessere del popolo (Mínshēng).

6 Vogel, Ezra F., Deng Xiaoping and the transformation of China, Cambridge, Mass. : Belknap Press of Harvard University Press, 2011, p. 264

7 Hong Kong è stata una colonia britannica il cui territorio, nel giugno 1997, è tornato alla RPC come Regione Amministrativa Speciale (a seguito di un accordo firmato nel 1984). Macao era un insediamento portoghese nella baia di Canton (di fronte a Hong Kong). Non fu occupata dal Giappone per via dei buoni rapporti che Tokyo aveva con Lisbona e perché, durante la II GM, aveva rappresentato un approdo per molti paesi europei e asiatici. Macao rimase una colonia portoghese retta da un governatore nominato da Lisbona. Nel 1947 diventa territorio cinese sotto amministrazione portoghese e, successive trattative sino-portoghesi, hanno poi riportato nel 1995 Macao all’interno della RPC, portando fine all’ingerenza coloniale durata 5 secoli.

8 Chen, Chien-Kai, Comparing Jiang Zemin’s Impatience with Hu Jintao’s Patience Regarding the Taiwan Issue, 1989–2012, in Journal of Contemporary China, vol. 21, Routledge, 2012, pp. 957-959.

9 Messaggio del 1979 quando il PCC, per la prima volta, sotto la leadership di Deng Xiaoping, si rivolse direttamente ai cittadini di Taiwan sostenendo la necessità dell’unificazione.

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