Pubblichiamo il focus a firma di Stefano Bellagarda sull’Europa come modello di crescita, innovazione e sostenibilità. Si legge nell’introduzione: In questo libro voglio dare una spiegazione di come l’Europa, se segue una serie di criteri e si trasforma, può essere un motore per la crescita e impattare positivamente sull’individuo, sulla comunità intesa come gruppo di individui e un esempio per il mondo intero. Per me l’Unione Europea è un’istituzione democratica fondata su diversi principi come: dignità umana, libertà, democrazia, uguaglianza, stato di diritto e diritti umani, che dovrebbe promuovere la pace, i valori e il benessere dei suoi cittadini. Inoltre dovrebbe garantire sicurezza e giustizia senza frontiere interne ed equilibrare quelle esterne senza pregiudicare i rapporti di vicinato e con i paesi esteri. Favorire lo sviluppo sostenibile basato su un’economia equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia altamente competitiva, garantendo a tutti l’occupazione, il progresso sociale e la protezione dell’ambiente. Lottare contro l’esclusione sociale e la discriminazione, promuovere il progresso scientifico e tecnologico, rafforzando la coesione economica, sociale e territoriale e la solidarietà tra gli Stati membri. Rispettare la ricchezza della sua diversità culturale e linguistica ed istituire un’Unione economica e monetaria con l’euro come moneta unica. Nei vari capitoli si analizzano alcuni punti che ritengo personalmente fondamentali perché l’Europa funzioni veramente bene e descrivo come l’Europa dovrebbe trasformarsi al fine di garantire un equilibrio di pace e prosperità non solo dal punto di vista economico, ma soprattutto sociale. SCARICA IL FOCUS “EUROPA COME MODELLO DI CRESCITA, INNOVAZIONE E SOSTENIBILITA'”
Europa e Unione Europea
Dopo i fatti di Parigi del 13 novembre siamo stati inondati da una montagna di fesserie sulla politica internazionale. La scarsa competenza, la fretta, o la malafede di molti commentatori, si è unita al basso interesse per i fatti del Medio Oriente della stragrande maggioranza del pubblico. Interesse ravvivato tardivamente solo da una minaccia vera e concreta manifestatasi nel cuore dell’Europa. Il risultato? Un concentrato di pericolosissima disinformazione, destinata a riverberarsi sulle scelte politiche ed elettorali. Una sequela di appelli alla “crociata” contro il nemico islamico, affrettati e impulsivi, privi di ogni vera aderenza alla realtà. Cosa sappiamo, ma soprattutto cosa ci è stato raccontato della guerra civile siriana? E quanto sappiamo degli interessi che il mondo occidentale, spalleggiato da alleati di alto rilievo, come l’Arabia Saudita e la Turchia, e altre grandi potenze avversarie, come la Russia e l’Iran, detengono nella fondamentale regione mediorientale? Privo di un’adeguata esposizione mediatica, questo conflitto inizialmente locale e ristretto, nato nel 2011 sulla scia della Primavera Araba, è divenuto in realtà una mini guerra mondiale dove da tempo sono schierate una contro l’altra, seppur velatamente, le maggiori potenze. La posta in gioco? Semplicemente, ma non banalmente, il controllo di importanti risorse naturali, come il gas, e dei loro canali di trasporto, e il presidio geopolitico nella zona, da difendere o da preservare. In particolare non ci è stato spiegato chiaramente che, oltre che una guerra politica fra il governo di Bashar al-Assad e ribelli dissidenti, questa è anche una guerra settaria fra gruppi islamici di correnti diverse. Fra una minoranza di tendenza sciita, alla quale appartiene il partito del Presidente (che ufficialmente si definisce secolarista), e numerosissimi gruppi vagamente “rivoluzionari”, di fede sunnita, fra i quali ora è prominente, ma non lo era neppure due anni fa, quello chiamato Islamic State of Iraq and the Levant (ISIL), precedentemente ISIS (Islamic State of Iraq and Syria), in arabo Daesh, che tanto terrore oggi suscita in Europa. È il nostro continente infatti, oltre ai milioni di siriani direttamente coinvolti nelle devastazioni, la maggior vittima del caos siriano. Le milizie appartenenti all’ISIS si sono dimostrate aggressive ed espansioniste, diffondendo morte e distruzione su tutti i fronti, sia contro gli occidentali, che gli hanno mosso guerra riconoscendone la elevata pericolosità, sia contro i sostenitori di Assad e gli sciiti presenti nell’area. Alcuni, ma non tutti, dei gruppi “rivoluzionari” sunniti, comparsi come funghi, pur possedendo una evidente componente terroristica, hanno ricevuto quasi da subito supporto tecnico e/o economico da parte di alcuni paesi occidentali, in primis Usa, Francia e Regno Unito, e stati del Golfo come Kuwait e Qatar, miranti ad indebolire il vero nemico dell’Occidente e dei suoi alleati, ovvero il signor Assad, e il suo più saldo appoggio nella regione, l’Iran. In questa guerra la Francia, che ora piange i suoi morti, ha già preso posizione a fianco di Washington e del Regno Unito, appoggiata dall’Onu, e ha effettuato bombardamenti aerei contro campi di addestramento dello Stato Islamico prima in Iraq e poi, a settembre,...
I conservatori vincono e convincono nelle terre britanniche, e l’Unione Europea, poco più di un mostro burocratico per molti cittadini, ora rischia davvero di perdere un pezzo importante. Uno dei punti focali della linea politica del partito di Cameron è infatti l’euroscetticismo. C’è ormai una solida tradizione in questo campo, che parte dagli ultimi anni di governo Thatcher e giunge fino a oggi. John Major, primo ministro conservatore dal 1990 al 1997, rischiò seriamente di perdere la poltrona quando si trattò di ratificare il Trattato di Maastricht, nel luglio 1993. Nell’occasione, una frangia consistente del suo partito votò contro il governo, ma Major chiese un voto di fiducia e il Trattato alla fine fu implementato. Poi la storia ha preso un’altra piega, almeno fino a oggi. I laburisti di Blair e Brown, favorevoli all’integrazione europea, rafforzano decisamente i rapporti fra il Regno e Bruxelles. Firmano tutti i trattati europei (Amsterdam, Nizza, Lisbona) sfruttando la maggioranza parlamentare, senza alcun referendum. Cinque anni fa, dopo la crisi, i conservatori vincono ma non dominano, costretti a formare un governo di coalizione con i liberal-democratici che sul tema europeo si mostra né carne, né pesce. I Lib Dem sono infatti europeisti convinti, i conservatori snobbano ancora un po’ i consessi continentali ma appaiono più moderati; Cameron è un leader post-ideologico, non un cavallo di razza passionale, mantiene una guida sobria e misurata. Giovedì scorso, la probabile svolta. Maggioranza tory assoluta, 331 seggi su 650. Il popolo inglese promuove il Governo uscente, promuove soprattutto il lavoro del Primo Ministro, boccia i suoi alleati di centro (ridotti ai minimi termini nel parlamento di Westminster) e stritola le buone speranze dei laburisti. Clegg e Miliband si dimettono, è una sconfitta senz’appello, di quelle che bruciano subito ma che, forse, nel tempo, i vinti non rimpiangeranno. Perché da una sconfitta del genere c’è solo da imparare. Nel frattempo Cameron ha formato un gabinetto “monocolore” che porterà avanti (e rinforzerà) le politiche adottate negli ultimi anni. E manterrà una promessa, fatta nel gennaio 2013, quando disse: in caso di ampia vittoria alle elezioni, non solo rinegozierò i patti con Bruxelles, ma darò voce al popolo inglese sul nodo di politica estera più importante, quello su cui ogni cittadino dovrebbe avere il diritto di pronunciarsi: l’adesione all’Unione Europea. Piccola, ma rilevante, parentesi: quasi quattro milioni di inglesi hanno votato per l’UKIP, il partito di destra nazionalista guidato da Nigel Farage che nacque proprio intorno a un nucleo di ex-conservatori ribelli alle clausole di Maastricht, e che fece scintille l’anno scorso alle elezioni europee (non a caso). Per uno strano capriccio del sistema elettorale britannico, da rivedere al più presto, l’UKIP ha ottenuto soltanto un seggio alla Camera dei Comuni. Ma in un referendum ogni voto pesa. E il 12% dell’elettorato non può finire nel dimenticatoio. Cameron ovviamente lo sa: per tenere a bada gli estremisti bisogna batterli sui temi caldi. E bisogna parlare allo stomaco dei cittadini, muoverli per un vero ideale. Cosa c’è ora di più potente di...
Focus di SACE sulle sanzioni europee alla Russia dal titolo Europa-Russia: una guerra commerciale alle porte? SOMMARIO – L’escalation delle sanzioni reciproche adottate da Stati Uniti e UE e la Russia rischia di determinare un calo delle esportazioni italiane nel paese compreso tra € 1,8 miliardi e € 3 miliardi nel biennio 2014-2015, secondo le stime SACE, in peggioramento rispetto alle previsioni elaborate ad agosto. La meccanica strumentale, principale settore di esportazione Made in Italy verso il paese, sarebbe la più colpita: nel biennio potrebbe registrare un calo di vendite in Russia compreso tra € 650 milioni e € 1,1 miliardi. – Gli impatti delle sanzioni sull’economia italiana potrebbero non essere limitati all’export. Un’eventuale “guerra commerciale” tra Europa e Russia avrebbe un impatto rilevante sull’Italia anche in termini di investimenti di aziende russe nel paese ed entrate da turismo (quest’ultimo si stima che abbia generato introiti nel 2013 per circa € 1,3 miliardi). – La questione energetica resta un ulteriore fattore di incertezza, alla luce dell’imminente stagione invernale. L’Unione Europea infatti importa circa il 35% del proprio fabbisogno di gas dalla Russia, sebbene con dinamiche differenziate tra i vari paesi. Una riduzione delle forniture di gas russo verso l’Europa si tradurrebbe in un aumento della bolletta energetica per famiglie e imprese, con conseguenze negative su consumi e produzione industriale, ancora deboli in Europa. – Nonostante l’attuale fase di incertezza, la Russia resta un mercato ad alto potenziale per le aziende italiane, che hanno registrato una quota di mercato nel paese costantemente al di sopra del 4% negli ultimi anni. Interessanti opportunità sono offerte sia dai grandi settori dell’industria dove la presenza italiana è consolidata (come oil&gas e minerario) sia in settori “minori” con quote di esportazioni relativamente contenute, ma con tassi di crescita dinamici e una penetrazione sempre maggiore nel mercato russo (come cosmetica e farmaceutica). focus-on—europa-russia—una-guerra-commerciale-alle-porte
L’ascesa alla guida del Governo italiano di Matteo Renzi e dei suoi ministri è stata presentata da gran parte della stampa come una ventata di novità e di freschezza in un panorama politico antiquato sia per idee che per età anagrafica. Renzi, invece, ha dimostrato di aver digerito molto in fretta, quasi con irruenza, il manuale del perfetto politico tradizionale: abilissimo nella comunicazione, scaltro, ricettivo e generoso nelle promesse, in grado di giocare su più tavoli, senza perdere la concentrazione. Sarà l’influenza dell’illustre concittadino: la componente machiavellica dell’atteggiamento politico del presidente del Consiglio è evidente. Si aggiunga un pizzico di arroganza e una recente propensione (moderata, per carità) all’autoritarismo, e avremo un quadro abbastanza chiaro di come venga gestito il potere dal fiorentino. La retorica del cambiamento, tuttavia, tende spesso ad offuscare la vera natura delle azioni di governo: il perseguimento forzato, spesso col mezzo del voto di fiducia, di una serie di riforme che sono in parte dettate, di fatto, da Bruxelles e che sono una sorta di “contentino” per i tanti italiani che hanno creduto, sinceramente, nella bontà del Governo attuale. Riforme riguardanti ad esempio il sistema elettorale, la composizione del Senato, l’abolizione delle Province, sono segni di attivismo che non hanno certo un grande impatto sulla vita quotidiana, mentre il “bonus 80 euro” in busta paga è una pura manovra propagandistica, che puzza di fregatura. I tanto pubblicizzati tagli ai costi della macchina burocratica pubblica sono del tutto insufficienti o malriusciti; in più, ci si mette il paraocchi davanti a sprechi enormi, che non si vuole davvero denunciare. Ad esempio la Presidenza della Repubblica, di recente occupata dal nuovo Capo dello Stato Mattarella, costa quasi 230 milioni di euro all’anno: la metà serve per pagare gli stipendi di un personale molto abbondante e caro, più numeroso di quello della Casa Bianca. Eppure tutti sanno che le competenze e i poteri del Presidente italiano sono estremamente limitati rispetto a quelli dell’omologo nordamericano. Descrivere gli sprechi del settore pubblico, tuttavia, è un gioco in cui si cade molto facilmente ma senza ottenere risultati, perché il vero guaio è un altro: la mancanza, nei governanti, di una vera cultura politica, di idee proprie sulla Nazione: di conseguenza, di una visione prospettica futura. L’avvento del renziano cambiamento sembra più una trovata pubblicitaria, uno spot ben congegnato che una vera cesura di stile politico: la si potrebbe definire la “rivoluzione delle facce pulite”, di quarantenni rampanti, in jeans e camicia, di ragazze di bell’aspetto e di lingua sciolta, pronte a snocciolare banalità e autocompiacimento. I vecchi partiti, che pur hanno costruito il castello di carte del debito pubblico e sono stati spesso un circuito di sprechi e di malaffare, avevano almeno il merito di rappresentare delle grandi culture politiche europee, portatrici di idee e visioni nazionali e internazionali, oltre che di amministrare il Paese e le comunità locali. Erano sì infarciti di mediocri politici di professione esperti nell’arte di far quadrare i conti (nelle votazioni parlamentari) e della menzogna atta a...
Charlie Hebdo è divenuto, nel giro di una settimana, il periodico più famoso del mondo. Da quarantacinquemila a sette milioni di esemplari venduti, è presenza fissa nei dibattiti odierni, e una mobilitazione massiccia ha celebrato i suoi redattori e disegnatori, nuovi martiri dell’Occidente e della libertà di espressione: il foglio satirico francese, vittima di un sanguinoso attacco terroristico di matrice (franco)islamica, è oggi simbolo universale del mondo libero e democratico. Così il “giornale irresponsabile”, che ha fatto dell’irriverenza e dello sberleffo verso ogni forma di potere e di settarismo (sia esso politico o religioso) una vera linea editoriale, nonché una forma di reazione al conformismo della stampa dominante, è diventato, suo malgrado, una pistola pronta a sparare in mano proprio ai rappresentanti del potere, un fazzoletto da agitare (vedi Front National) per segnalare ancora la propria presenza e accaparrarsi qualche voto in più. Il pubblico di Charlie Hebdo era ristretto e (forse volontariamente) selezionato, un pubblico, supponiamo, apartitico o quasi, stufo della piattezza di molti quotidiani e voglioso di provocazioni, di umori caustici. Se la linea editoriale rimarrà, molto probabilmente, identica a prima, a modificarsi, e ampliarsi, sarà il corpo acquirenti, in seguito all’esposizione mediatica globale e alle parate di massa. Da periodico di culto a gadget chic, per gli esponenti di spicco dell’Europa che conta: lo vedremo sottobraccio a ministri, dirigenti, cardinali, forse qualche banchiere? Sull’onda irrefrenabile di Twitter, fra hashtag e slogan, prime pagine rilevanti e nuovi conformismi repubblicani da domenica pomeriggio il motto “Je suis Charlie” è ormai il marchio di fabbrica del nostro mondo progredito e tollerante che non compra più i giornali, certo anche a causa della mediocrità degli stessi, ma per Charlie Hebdo ha fatto un’eccezione, ponendolo nel cuore della storia e sull’altare del Buon Cittadino. E che sia giusto o no la metamorfosi del settimanale parigino è già una realtà e chissà per quanto tempo ancora durerà la sua sovraesposizione, chissà per quanto tempo, grazie a lui, si tornerà a parlare di terrorismo, di Crociate, della Fallaci e delle sue tesi “premonitrici”. Nel frattempo l’irresponsabilità di Charlie, pur rivendicata anche nell’ultimo fortunatissimo numero, è in declino, non per colpa dei suoi bravi creatori ma di chi, anche di fronte a una tragedia, non sa contenere il fuoco mercantile e la retorica autocompiaciuta. E per concludere, la grande disgrazia di Charlie Hebdo potrebbe essere non l’assalto omicida dei non-immigrati, i goffi fratelli Kouachi, ma l’esser finito nella bocca onnivora dei comunicatori di partito e nelle case dei benpensanti. Nicola Serafini
In Francia c’è un uomo coraggioso che non ha paura di mostrare la realtà. La realtà dice che la grande Nazione transalpina, patrimonio di cultura politica (e non solo) di fatto ineguagliabile in Europa, oggi appare, agli occhi degli osservatori più acuti e critici, irriconoscibile. Un Paese in declino, come il nostro. Un governo debole, scarsamente rappresentativo e incline agli sbandamenti (la questione fiscale lo dimostra), un preoccupante tasso di disoccupazione (in media di poco inferiore al 10%, ma superiore al 14% in alcuni dipartimenti), un deficit pubblico fra i peggiori del continente (-4,4%) e un peso internazionale in calo. Nonostante l’ottimistico discorso di fine anno del presidente socialista Hollande, che invita i francesi, con pomposa retorica, alla fiducia e all’autostima, promettendo buone novità per il Paese nel 2015, molti record negativi sono stati raggiunti nell’anno appena concluso. Di queste criticità, e di molte altre riguardo alla situazione francese, è ben consapevole François Asselineau, presidente dell’UPR (Union Populaire Républicaine), minuscolo partito d’opposizione allo status quo fondato il 25 marzo 2007, giorno del cinquantesimo anniversario della firma del Trattato di Roma. Di Asselineau si può leggere, nella pagina Wikipedia a lui dedicata, scritta in inglese (non esiste nella sua lingua madre) una breve biografia. Parigino, cinquantasettenne, ex membro del partito gollista di centrodestra RPF (Rassemblement pour la France), studente all’HEC di Parigi e all’Ecole national d’administration, ispettore generale delle finanze, poi consigliere in questioni commerciali ed internazionali di vari ministeri. Un onesto servitore dello Stato, con una forte coscienza civile. E oggi, con una serie di proposte fulminanti, un politico di lotta, snobbato da radio e televisioni, ma molto presente sulla Rete. L’UPR, nel suo programma, propone principalmente l’uscita della Francia dall’Unione Europea (e, di conseguenza, dall’Eurozona), facendo riferimento all’articolo 50 del Trattato dell’Unione Europea che consente a ogni Stato membro l’uscita dall’Unione, e dalla NATO. Unico corpo politico attualmente attivo in Francia schiettamente sovranista e patriottico, polemico nei confronti dell’europeismo dissidente ed ipocrita del Front National (vincitore delle elezioni europee dello scorso anno), l’UPR e il suo sobrio fondatore vogliono rinverdire la tradizione gollista e il repubblicanesimo nazionale, senza estremismi ma andando incontro a un sentimento popolare di scoramento e disillusione, consapevole del fallimentare progetto di costruzione europea nato nei suoi tratti fondamentali proprio nel 1957 col Trattato di Roma e perfezionatosi fra 1991 e 1992 a Maastricht. Tacciato di “cospirazionismo”, il movimento, forte di 6762 aderenti, è incentrato su un’interpretazione negativa dell’influenza statunitense sull’Europa, attuata proprio dalle gerarchie filo-atlantiste che dominano l’UE: organo di potere, questo, fortemente desiderato e controllato, secondo le congetture di Asselineau, soprattutto dagli USA, dopo la Seconda Guerra Mondiale. Tramite l’Unione e l’Alleanza Atlantica, le élites nordamericane hanno messo e mettono costantemente il naso negli affari europei, direttamente e indirettamente; fanno pressione affinchè alcune riforme (sui contratti di lavoro, il ruolo dello Stato nell’economia, ecc…) vengano introdotte nei Paesi membri per favorire gli interessi dei grandi gruppi industriali e finanziari, e affinchè l’Unione si allarghi verso est, inglobando paesi ex-comunisti (cosa puntualmente avvenuta), fino...
Un anziano signore, vestito elegantemente, con postura curata e voce posata da perfetto borghese, si rivolge al numeroso pubblico presente nella sala conferenze dell’Archiginnasio di Bologna, scrigno di memorie del glorioso passato dell’Università cittadina. La sala reca sui muri gli stemmi di centinaia, forse migliaia di ex-studenti provenienti da ogni parte d’Europa e d’Italia, venuti a frequentare l’Ateneo più prestigioso. Secoli prima di Harvard, rivaleggiava, la piccola Bologna, con Parigi, Oxford, Londra, oggi pare un miraggio. L’anziano signore è lo scrittore Alberto Arbasino, classe 1930, uno degli ultimi rappresentanti viventi di una grande stagione culturale e letteraria che il nostro Paese, in un sussulto di fierezza, indipendenza e vivacità, stritolato da tensioni e violenza, seppe offrire al mondo nella seconda metà del secolo passato. Arbasino conosce, e ha conosciuto, tutti i maggiori esponenti di quel periodo della nostra storia nazionale, non politica: artisti, scrittori, critici, registi. Ne racconta, con un pizzico di malinconia, nel suo ultimo libro. Imbarazzato, poi, si trova a dover tracciare un breve quadro della situazione attuale, almeno per quanto riguarda il suo campo prediletto, l’humanitas. Non usa mezzi termini, Arbasino: dice che la vecchia generazione non verrà sostituita, che mancano veri intellettuali con mordente, e che gli scrittori di oggi sono omologati, mediocri, privi di personalità. Lo stesso discorso si potrebbe estendere ad altri campi, ad esempio quello musicale: chi non è appassionato, in balia delle mode, delle radio e delle televisioni finisce per sorbirsi ore e ore di terrificanti “hits” d’importazione, strimpellatori, e insopportabili talent show, cioè, tecnicamente, spettacoli di talenti, dove i talenti non ci sono o meglio si esprimono attraverso gli stilemi e i gusti della musica commerciale anglosassone che il nostro Paese ha cooptato in modo acritico. Che fine ha fatto, poi, il grande cinema italiano? Non basterà certo la minestrina riscaldata felliniana di Sorrentino (pur buona) a tirarci su. Ora, se è evidente che un discorso così demolitore deve comprendere anche un certo margine di errore, e ammettere l’esistenza di qualche mela buona insieme alle tante mele marce, a chi s’interessa, come il sottoscritto, di queste “futilità”, sembra proprio che la condizione delle arti, in Italia, sia ormai, fondamentalmente, di basso profilo. Se bisogna abbandonarsi al recupero di dischi impolverati e di vecchie pellicole, per ascoltare e vedere qualcosa di significativo proveniente dai nostri confini, lo sconforto per la nostra triste post-modernità mondializzata, che i confini vorrebbe proprio abolire, per lasciare spazio a un improponibile, astorico, finto “villaggio globale”, si acuisce e si mescola alla malinconia e anche, un poco, all’orgoglio. L’orgoglio di chi prova godimento della sua ignoranza curiosa che scava nel ventre dei decenni e dei secoli e cerca la bellezza volgendo la testa all’indietro, l’orgoglio del passatista che non si adegua ai tempi. L’orgoglio del vero scrittore che davanti a una platea calda e viva, sebbene non più giovane, ma a lui coetanea o quasi, si trova a dover difendere senza remore “i vecchi tempi”, i tempi di Pasolini, Gadda, Longhi, Benedetti Michelangelo, e a rappresentare una...
Non è una novità che all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso sia stata proprio la Francia di François Mitterand, anziché la Germania di Helmut Kohl, a premere perché si arrivasse all’introduzione della moneta unica europea (ossia l’euro). “Obiettivo primario” della Francia non era certo quello di conseguire l’egemonia monetaria sul vecchio Continente, come sostengono alcuni “esperti” che evidentemente non riescono (per limiti ideologici e/o culturali) a liberarsi di rozzi schemi concettuali “economicistici”, bensì quello di risolvere una volta per tutte la “questione tedesca”, diventata di nuovo attuale dopo il crollo del Muro di Berlino. E che fosse una questione tutt’altro che marginale (non solo per la Francia) è facile capirlo, purché si tenga presente la storia europea, almeno dalla guerra franco-prussiana del 1870 fino alla Seconda guerra mondiale compresa. Eventi che conteranno poco per gli “esperti del villaggio globale” o per i complottisti d’ogni risma e “colore”, ma che senza dubbio alcuno non possono non considerarsi decisivi per “noi mortali”. Del resto, nel contesto in cui si pervenne al trattato di Maastricht, che appunto prevedeva la creazione dell’Unione economica e monetaria europea, rilevava non poco pure il progetto di una struttura di difesa europea, sia pure nell’ambito della NATO, ma incentrata ovviamente sul cosiddetto asse “Parigi-Berlino”. La potenziale sfida che tali decisioni politiche rappresentavano per gli Stati Uniti e in generale per quelli che si possono definire i centri di potere atlantisti, è palese dacché di fatto erano messi in discussione tanto l’egemonia del dollaro quanto il ruolo della NATO, ovvero i due pilastri fondamentali del “polo geopolitico” atlantico, rimasto allora l’unico vero “polo geopolitico” a causa della scomparsa dell’Unione Sovietica e dello stesso Patto di Varsavia. D’altro canto, saldare definitivamente la Germania all’Atlantico era un “imperativo geopolitico” anche per i circoli atlantisti che non potevano permettere che il “vuoto” generatosi con la fine dell’Urss venisse colmato da una Germania di nuovo unita, ma “’sganciata” dall’Europa occidentale e non più allineata agli interessi d’oltreoceano. In ogni caso, i francesi approvando il trattato di Maastricht (20 settembre 1992), benché di strettissima misura, spianarono la strada che avrebbe portato all’introduzione dell’euro, entrato ufficialmente in circolazione nel 2002 sia pure solo in 12 Paesi europei. Una scelta tanto più significativa quella della Francia, se si considera che era stata l’Assemblea nazionale francese nell’agosto del 1954, quando la Francia era ancora traumatizzata per la notizia della caduta di Dien Bien Phu, a votare contro la CED, ossia la Comunità di Difesa Europea che doveva comprendere anche la Germania. Il fallimento della CED dipese sia dal fatto che allora in Francia era ancora forte il timore di una rinascita della potenza militare ed economica tedesca, sia dal fatto che molti francesi non vedevano di buon occhio la nascita di una struttura militare (e quindi inevitabilmente anche politica) sovranazionale. Sicché, mentre il successo della CECA (Comunità Economica Europea del Carbone e dell’Acciaio) favorì la nascita del Mercato Comune Europeo (il trattato istituente il MEC venne firmato dai “Sei” a Roma nel marzo del 1957)...
Il sogno dell’Europa unita, il sogno idealista, di Spinelli e amici, è finito. Ciò che rimane e che va avanti, trattato dopo trattato, è un processo di trasformazione giuridica ed economico-finanziaria voluto e guidato dall’alto essenzialmente nell’interesse del capitale finanziario. D’altronde, quand’anche realizzata, un’Unione Europea federale non avrebbe prospettive vitali, poiché, storicamente, nessun paese composto da popoli molto diversi per storia, abitudini, sistemi socio-economici, ha avuto successo. Già in passato ci si era accorti che la principale attività dell’UE, ossia la politica agricola comune, che assorbe l’80% del bilancio, era fallimentare almeno per molti paesi, ma ciò non aveva suscitato dubbi generali sulla opportunità dell’Unione Europea in sé. E’ solo oggi che si diffonde l’aspirazione o all’uscita dalla costruzione europea o a una sua ristrutturazione, poiché ci si accorge sempre più chiaramente e dolorosamente che l’Euro, Maastricht, le ricette finanziarie hanno prodotto il contrario di ciò per cui erano stati decisi dall’alto, non senza consenso dal basso: hanno cioè arrecato insicurezza anziché stabilità, recessione diffusa anziché crescita stabile, disoccupazione e miseria per decine di milioni di europei, divergenza delle economie e, altresì, degli interessi tra euroforti ed eurodeboli, anziché convergenza. Eppure si insiste su quella via. Vuol dire che chi ha il potere reale da essa trae profitto. Vediamo all’opera gli egoismi nazionali anziché la solidarietà. Ma anche gerarchia di potenza interna all’UE: la Germania è il paese creditore, quindi ha l’iniziativa politica, tutto dipende dai suoi sì e dai suoi no, ha il potere di commissariare i paesi debitori. Bella unione! Questo potere le viene dalla sua maggior efficienza competitiva rispetto a paesi come l’Italia, dalle migliori infrastrutture, tecnologie etc., dalle maggiori dimensioni, ma anche dal fatto che l’Euro, essendo (non una moneta ma) un blocco dei fisiologici aggiustamenti dei cambi valutari tra i paesi aderenti, favorisce le esportazioni tedesche, soprattutto intracomunitarie, e ostacola quelle dei paesi che si rilanciavano mediante la svalutazione competitiva, Italia innanzi tutti. In tal modo la Germania ha accumulato un enorme attivo commerciale verso l’Italia e altri paesi eurodeboli. Colma di capitali immigrati, e gestendo nazionalisticamente, fuori dalla sorveglianza della BCE, gran parte del proprio sistema creditizio, essa può assicurare alla propria economia credito abbondante e a tassi frazionari rispetto a quelli italiani, il che le consente di essere ancora più competitiva sull’Italia e di aumentare progressivamente il distacco da essa. Per contro, i paesi eurodeboli vengono costretti dalla Germania a perseverare in un rigore contabile controproducente, che sta peggiorando strutturalmente il rapporto pil/debito pubblico. A perseverare anche dopo che si è visto che esso è controproducente e causa grave recessione e disoccupazione. Non è che la pratica dell’austerità ci aiuti ad avvicinarci alla Germania – ce lo rende impossibile, sempre di più. Rende il distacco incolmabile. Molti credevano che l’avvento di Hollande all’Eliseo e la partecipazione della SPD al nuovo governo Merkel avrebbe portato a un allentamento del rigore, ma così non è stato: la Germania, che impone agli altri regole diverse da quelle che applica al suo proprio interno, ora è...