16 Luglio 2026

Dedollarizzazione

di Sylvain Takoué Traduzione dal francese per il Centro Studi Eurasia e Mediterraneo di Carolina Angelica Fava. Se il Presidente della Francia, Emmanuel Macron, ha convocato a Parigi un “Vertice per un nuovo patto finanziario globale”, al quale hanno preso parte, dal 22 al 24 giugno 2023, una quarantina di capi di Stato e di governo, oltre a rappresentanti delle istituzioni internazionali istituzioni finanziarie, nonché attori del settore privato e della società civile, nulla ci impedisce di essere convinti che si tratti solo di un esercizio di routine rinnovato in questo settore.
di Mikhail Gamandiy-Egorov FONTE ARTICOLO: https://observateurcontinental.fr/?module=articles&action=view&id=4972 L’Occidente è preoccupato per l’ascesa della Cina e il ritorno sulla scena internazionale della Russia come superpotenza, scrive il quotidiano libanese Al Binaa. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è la questione dell’espansione dei BRICS e sul fatto che è su questa base che si costruirà un nuovo mondo che sorgerà sulle rovine dell’egemonia statunitense.
FONTE ARTICOLO: https://www.azerbaycan24.com/en/end-of-us-dollar-dominance-approaching-top-russian-banker/ Il CEO della banca statale russa VTB Andrey Kostin, in una intervista, ha sottolineato anche l’inevitabile aumento dello yuan cinese. L’egemonia del dollaro USA è seriamente messa in discussione dall’ascesa dello yuan cinese e dal tentativo fallito di Washington di distruggere l’economia russa utilizzando come arma il biglietto verde; così si è espresso rispondendo alle domande dei giornalisti di Reuters Andrey Kostin, capo della banca russa VTB. L’importante figura bancaria russa ha affermato che nelle attuali circostanze geopolitiche sempre più nazioni si stanno allontanando dagli accordi commerciali in dollari ed euro, mentre la Cina si sta muovendo verso la rimozione delle rigide proprie politiche valutarie. “La lunga era storica caratterizzata dal dominio del dollaro americano sta volgendo al termine”, ha detto Kostin all’agenzia di stampa Reuters. “Penso anche che sia giunto il momento in cui la Cina rimuoverà gradualmente le proprie restrizioni valutarie“. Secondo Kostin, la banca VTB di cui è a capo ha discusso dell’utilizzo della valuta nazionale cinese negli accordi con paesi terzi. “La Cina capisce che non diventerà la prima potenza economica mondiale se manterrà il suo yuan come valuta non convertibile“, ha spiegato, aggiungendo che, inoltre, era pericoloso per la Repubblica Popolare mantenere riserve investite in titoli del Tesoro USA. Dopo essere riuscito a incorporare la sterlina britannica, il dollaro USA ha goduto dello status di valuta di riserva mondiale per più di un secolo . All’inizio di questo mese, gli analisti di JPMorgan Chase hanno affermato che l’economia globale sta mostrando segni dell’emergere della de-dollarizzazione, in un contesto di crescenti sforzi da parte delle economie asiatiche per sfidare l’egemonia della valuta americana. Lo status di lunga data del biglietto verde come valuta dominante del mondo è stato costantemente eroso negli ultimi anni a causa delle crescenti preoccupazioni circa l’impennata del debito degli Stati Uniti e a causa delle sanzioni ampiamente implementate utilizzando la valuta statunitense come leva.
di Andrea Puccio FONTE ARTICOLO: https://www.occhisulmondo.info/2023/06/05/la-dedollarizzazione-prosegue-inarrestabile/ Si è conclusa a Città del Capo, in Sud Africa, la riunione dei paesi aderenti ai BRICS, Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa, e sarà ricordata come il momento in cui la dedollarizzazione è diventata adulta. Infatti la tendenza è quella di abbandonare progressivamente l’uso del dollaro statunitense nelle transazioni commerciali internazionali e passare all’uso delle proprie monete nei commerci bilaterali. Sono oramai molti i paesi che stanno iniziando ad usare le proprie monete nei commerci bilaterali e che stanno uscendo dal monopolio del dollaro. Vediamo alcuni esempi: Cina e Brasile regolano gli scambi in Yuan e Real, la Francia ha concluso alcune transazioni in Yuan, India e Malesia aumentano l’uso della Rupia nel commercio bilaterale. Pechino e Mosca commerciano stabilmente in Yuan e Rubli da tempo per eludere le sanzioni applicate alla Russia dopo l’inizio della guerra in Ucraina, mentre i 10 Paesi dell’ASEAN spingono per il commercio regionale e investimenti in valute locali, non in dollari. L’Indonesia, la più grande economia dell’ASEAN, sta lavorando con la Corea del Sud per aumentare le transazioni in Rupie e Won. Il Pakistan sta cercando di iniziare a pagare la Russia in Yuan per le importazioni di petrolio e gli Emirati Arabi Uniti stanno parlando con l’India per fare più commercio non-oil in Rupie. La dedollarizzazione persisterà e crescerà; non è più una questione di se, ma di quando.
di Peter Ford FONTE ARTICOLO: https://21stcenturywire.com/2023/05/19/never-mind-who-lost-syria-who-the-hell-lost-saudi-arabia/ La Siria che torna nell’ovile della Lega Araba è un’immagine che la banda del “cambio di regime” di stanza a Washington non avrebbe mai voluto che il mondo vedesse. Più precisamente: mentre il Regno inizia ad essere rivolto verso est, l’impero degli Stati Uniti sta perdendo una delle sue più grandi risorse nel mantenere il suo impero globale. È difficile sopravvalutare il significato della riammissione della Siria nella Lega araba e della partecipazione del presidente Assad al vertice arabo di Jeddah. Il significato va ben oltre la Siria stessa. Andiamo dritti al punto: si tratta di un duro colpo per gli Stati Uniti e i suoi alleati e non c’è da stupirsi che i commenti dei think tank di Washington e delle pubblicazioni come il Financial Times siano così aspri in merito. Non è solo che l’odiato Assad stia uscendo dall’isolamento imposto dagli Stati Uniti e che al mondo viene ricordato il fallimento della politica statunitense in Siria. Ancora più importante, assolutamente sbalorditivo, è il fatto che un importante cliente statunitense, precedentemente completamente allineato alle posizioni di Washington, l’Arabia Saudita, abbia preso l’iniziativa nel farsi beffe del desiderio statunitense di mantenere isolata la Siria. Perché è stata proprio l’Arabia Saudita, fresca di mostrare il dito agli Stati Uniti, ad arrivare ad un accordo per ridurre la tensione con l’ Iran, per di più sponsorizzato dalla Cina con l’Iran, e, in seguito a spingere altri membri della Lega Araba ad accettare il ritorno della Siria. Ciò è avvenuto dopo che l’Arabia Saudita si è rifiutata di pompare più petrolio per aiutare Biden a tenere prezzi del gas più bassi negli Stati Uniti. Alcuni a Washington cercano di consolarsi con il pensiero che una maggiore influenza saudita a Damasco contribuirà a diminuire la presunta presa dell’Iran sulla Siria. Così, però, mancano il punto poiché con la pace tra l’Arabia Saudita e l’Iran, l’Arabia Saudita non ha motivo di temere l’influenza iraniana in Siria. Sembra che l’Arabia Saudita si sia resa conto del fatto che gli unici vincitori della tensione tra sé stessa e l’Iran sono stati gli Stati Uniti e Israele. Il momento del risveglio potrebbe effettivamente essere arrivato nel 2019 – ma all’epoca è passato inosservato – quando, secondo i rapporti, l’Iran ha diretto massicci attacchi di droni contro la raffineria di Abqaiq nella provincia orientale dell’Arabia Saudita, rimanendo impunito. L’Iran stava inviando un messaggio agli Stati Uniti: mettete il naso nelle nostre esportazioni di petrolio (cosa che la marina americana stava effettivamente facendo) e colpiremo il vostro rappresentante locale. Gli Stati Uniti hanno certamente recepito il messaggio: si sono tranquillamente ritirati. Ma anche il rappresentante locale, l’Arabia Saudita, ha ricevuto il messaggio. «Ehi, pensavo di pagare per avere protezione. E invece sono colpita per colpa vostra!”. Le conseguenze dell’assassinio di Khashoggi e la conseguente temporanea debolezza del principe Mohammed Bin Salman hanno probabilmente ritardato l’elaborazione della debacle navale del Golfo. Ma l’isolamento di Mohammed Bin Salman potrebbe aver aumentato i suoi sentimenti di...
di Andrea Puccio FONTE ARTICOLO: https://www.occhisulmondo.info/2023/05/24/sono-25-i-paesi-interessati-ad-aderire-ai-brics/ I BRICS diventano sempre più attrattivi, infatti sale a 25 il numero dei Paesi interessati ad aderirvi e ad una moneta comune. Secondo alcuni documenti interni del Segretariato BRICS i Paesi che hanno avanzato la candidatura all’ingresso nel gruppo sono almeno 25.  Nello specifico si tratta di Afghanistan, Arabia Saudita, Algeria, Argentina, Bahrein, Bangladesh, Bielorussia, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Indonesia, Iran, Kazakistan, Messico, Nicaragua, Nigeria, Pakistan, Senegal, Sudan, Siria, Thailandia, Tunisia, Turchia, Uruguay, Venezuela e Zimbabwe. Come visto tra i paesi interessati ad aderire ai BRICS vi è anche l’Arabia Saudita. Il paese si prepara a unirsi ai BRICS, e c’è molto da considerare in termini di impatto sull’economia del paese. Oltre che una semplice mossa geopolitica, l’adesione potrebbe avere implicazioni economiche significative per la regione e il mondo nel suo complesso. Iscriviti alla newsletter del CeSE-M [tnp_form id=”1″] Un vantaggio dell’adesione dell’Arabia Saudita ai BRICS è l’aumento delle opportunità commerciali: con le sue grandi risorse di petrolio e gas naturale, l’Arabia Saudita potrebbe diventare un attore chiave nel commercio di energia all’interno del blocco, che già domina il consumo globale di petrolio e gas con una quota rispettivamente del 30% e del 22%. Inoltre, come membro dei BRICS, l’Arabia Saudita avrebbe l’opportunità di diversificare le sue relazioni commerciali andando oltre i suoi partner tradizionali in Occidente, accedendo a nuovi mercati con una maggiore stabilità economica. (Istituto Italia BRICS)