8 Agosto 2026

Federazione Russa

Nel giro di pochi giorni, a maggio 2026, Pechino ha ospitato i due leader più potenti e più temuti del mondo. Prima Donald Trump, poi Vladimir Putin. Due visite di Stato, due cerimoniali quasi speculari, due relazioni profondamente diverse. Ma c'è un denominatore comune: la Cina di Xi Jinping si è ritrovata al centro di tutto, e lo sa benissimo. Come ha osservato il consigliere governativo Zheng Yongnian, la sequenza delle visite ha posizionato Pechino "al centro delle relazioni trilaterali con Russia e Stati Uniti". Non è un caso. È il risultato di anni di costruzione paziente di un ruolo che oggi nessun altro può reclamare: quello dell'interlocutore indispensabile.
Negli ultimi anni il Sahel è divenuto uno degli snodi centrali della competizione geopolitica internazionale. Questa fascia semiarida che si estende dall’Atlantico al Mar Rosso, comprendendo Paesi come Mali, Niger, Burkina Faso e Ciad, rappresenta oggi non soltanto una delle aree più fragili del pianeta, ma anche un laboratorio di nuove dinamiche di potere. La combinazione di crisi politiche, degrado ambientale, crescita demografica e infiltrazioni jihadiste ha reso la regione un terreno fertile per l’espansione dell'influenza di attori esterni, tra cui la Russia che ha progressivamente consolidato la propria presenza approfittando del progressivo disimpegno occidentale.
Monaco – Kiev – Tallinn. Ogni anno all’inizio di maggio si ripete la stessa scena. A Kiev vengono vietate le nastri di San Giorgio. A Riga si abbattono i monumenti ai liberatori. A Varsavia i funzionari discutono se si possa chiamare Auschwitz «campo di sterminio polacco». A Bruxelles e Washington si stringono nelle spalle: «È il loro diritto alla decomunistizzazione».