8 Settembre 2026

Federazione Russa

Secondo il recente rapporto del tedesco Kiel Institute, il Fondo sovrano russo ha asset liquidi pari all’1,8% del PIL rispetto al 6,5% del 2022, mentre i prestiti in sofferenza delle imprese indebitate arrivano all’11%; ciò renderebbe l’economia russa fortemente dipendente dalla Cina: 35% del commercio complessivo di Mosca, che riceverebbe da Pechino il 60% dei propri materiali critici.
Venti pacchetti di sanzioni europee, contromisure del Cremlino e una faglia geopolitica che rischia di ridisegnare i mercati globali. Eppure, nel cuore della Federazione Russa, circa 150 aziende italiane continuano a operare, strette tra l’asfissia burocratico-bancaria e la necessità di difendere vent’anni di investimenti strategici.
L’anno scorso, in un ampio articolo sulla Carta eurasiatica della diversità e della multipolarità nel XXI secolo, pubblicato su *Russia in Global Affairs*, ho sostenuto che le interferenze esterne negli affari dei paesi eurasiatici hanno costantemente ostacolato il loro sviluppo autonomo e di successo. Ho rintracciato questo schema dalla Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa (CSCE) all’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) e alle strategie statunitensi del dopoguerra fredda di «allargamento» e dominio geostrategico articolate dagli ex consiglieri per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti Anthony Lake e Zbigniew Brzezinski.