7 Agosto 2026

Cina

di Marco Costa Come già si è intuito nei precedenti capitoli, la regione dello Xinjiang per tutto il corso della sua storia ha rappresentato un crocevia multiculturale unico, fatto di migrazioni, conflitti, riappacificazioni tra le popolazioni dell’Asia centrale, ponendosi al centro di due diversi poli culturali e politici, ovvero quello cinese ad oriente e quello turco e arabo ad occidente. Va ricordato che attorno all’anno 840, un gran numero di Uiguri entrò nello Xinjiang per stabilirvisi. Gli Uiguri, originariamente chiamati Uyghur, discendevano dall’antica tribù Teli.1 Furono prima presenti nei bacini dei fiumi Selenga e Orkhon, per poi trasferirsi a nord del fiume Tura. Nel 744, gli Uiguri fondarono un khanato a Mobei e in seguito inviarono ripetutamente le loro truppe a sostegno delle autorità centrali Tang a reprimere la ribellione di An Lushan-Shi Siming. Il khanato uiguro crollò nell’840 per diversi fattori concomitanti, quali disastri naturali, conflitti interni e attacchi subiti dall’antica tribù Jiegasi. Di conseguenza, la maggior parte degli Uiguri emigrò verso ovest. Peraltro, alcuni loro sottogruppi si trasferirono nelle moderne regioni di Jimsar e Turpan, dove fondarono il regno di Gaochang Uighur. Un altro sottogruppo minoritario si trasferì nelle praterie desertiche, vivendo in condizione di semi-nomadismo in diverse aree disseminate nell’Asia centrale a Kashi2, e si unì ai popoli Karluk e Yagma nella fondazione del regno di Karahan. Successivamente, il bacino del Tarim e le aree circostanti caddero sotto il dominio del regno di Gaochang Uighur e del regno di Karahan.3 I residenti locali si amalgamarono con gli Uiguri che si erano trasferiti ad ovest, gettando così le basi per la successiva formazione del gruppo etnico uiguro. Nel 1124, Yollig Taxin, membro della casa regnante della dinastia Liao (916-1125), guidò il suo popolo, la tribù Khitan, verso ovest e conquistò lo Xinjiang, dove stabilì il regno del Liao occidentale. All’inizio del XIII secolo, Gengis Khan avrebbe poi capeggiato una spedizione con il suo esercito verso lo Xinjiang, dove concesse i territori che aveva conquistato ai suoi figli e nipoti. Gli Uiguri, a questo punto, assimilarono ulteriormente una parte delle popolazioni Khitan e dei Mongoli.4 Inoltre le influenze mongole in questo periodo furono ancora più significative, dovute all’influenza degli Oirat (o Zungari); in particolare quelli dell’area di Moxi (l’area a ovest dei vasti deserti dello sterminato altopiano mongolo) durante la dinastia Ming (1368-1644). Oirat che prima vivevano in aree sparse lungo il corso superiore del fiume Yenisaey, diffondendosi gradualmente nel corso medio dei bacini dei fiumi Ertix e Ili. Con l’inizio del XVII secolo si assistette poi all’ascesa delle tribù Junggar, Dorbüt, Huxut e Turgut. Nel 1670, gli Junggar occuparono il bacino del fiume Ili, ponendosi al comando delle quattro tribù, e posero lo Xinjiang meridionale sotto il loro controllo. Dal 1760 in poi, il Governo della dinastia Qing (1644-1911) inviò truppe Manchu, Xibe e Suolun (Daur) dal nord-est della Cina nello Xinjiang per rafforzare la difesa di frontiera della regione, che andarono ulteriormente ad arricchire il panorama etnico dello Xinjiang. Successivamente, anche russi e tartari migrarono nello...
di Marco Costa L’intreccio tra questione etnica, questione religiosa e questione territoriale nella Cina antica è assai complesso. Nell’immaginario collettivo occidentale la Cina è spesso erroneamente percepita come una nazione costituita da un’unica nazionalità – quella Han – del tutto omogenea. In realtà la Repubblica Popolare Cinese sancisce già nel preambolo della propria Costituzione che essa “è uno Stato unitario multietnico alla cui creazione hanno contribuito i popoli di tutte le sue nazionalità”.1 Secondo il quadro normativo vigente, il Governo cinese riconosce ufficialmente 56 nazionalità e tra queste i cinesi Han rappresentano la maggioranza della popolazione e gli Hui (in larghissima maggioranza musulmani) costituiscono la terza grande minoranza nazionale, dopo gli Zhuang e i Manciù, ben prima dell’altra comunità islamica di cui si parla, ovvero quella degli Uiguri. Da un punto di vista antropologico, diversi studiosi si sono occupati del tema delle minoranze etniche in Cina, e possiamo ricordare almeno Dru Gladney, Michael Dillon e Jean Berlie. Questo per ribadire ulteriormente il concetto – purtroppo non scontato – che il territorio dello Xinjiang non è popolato solamente dalla popolazione uigura, la quale non è assolutamente l’unica rappresentante dell’Islam nella Repubblica Popolare Cinese. Occorre quindi compiere un lungo passo indietro nella storia, per risalire alle origini dei primi contatti tra mondo arabo e mondo cinese, che risalgono, alla metà dell’ottavo secolo. È infatti in questo periodo che iniziano i primi scambi commerciali tra il mondo islamico e quello cinese. In particolare dal VII secolo alla metà del XIII si parla nel mondo cinese di arabi e persiani che, in veste di ambasciatori, commercianti e studiosi, giungevano nel “Paese di Mezzo” principalmente percorrendo le due Vie della Seta tradizionali, quella marittima e quella terrestre. Questo primo periodo che va dall’insediamento dei primi mercanti arabi fino all’instaurazione della dinastia Yuan (1271-1368) è caratterizzato da una forte presenza musulmana straniera dedita principalmente alle attività commerciali e raramente coinvolta nelle attività di proselitismo. A partire dalla metà del XIII secolo, grazie alla graduale integrazione degli Hui all’interno della società cinese, possiamo invece iniziare a parlare di musulmani cinesi. Durante la fase di espansione mongola in Asia Centrale le popolazioni di fede islamica furono reclutate dalle truppe mongole e in questo modo riuscirono a raggiungere la Cina Occidentale, dove iniziarono a risiedere stabilmente, coltivando i campi e trasmettendo gli insegnamenti del profeta Maometto. Peraltro, a partire da questo periodo, corrispondente alla tarda epoca Ming, si assistette ad una notevole velocità di propagazione delle dottrine islamiche e alla conseguente assimilazione di elementi propri della scuola confuciana e di quella buddhista. Secondo le teorie dell’antropologo francese Jean Berlie, la religione islamica si è diffusa in Cina nel corso di tre periodi distinti: una prima ondata che va dai primi contatti con i mercanti arabi del VII secolo e fino al XIII secolo, che è costituita dai musulmani che appartengono alla corrente dell’Islam tradizionale (detti laojiao, ossia “vecchi insegnamenti”), la principale scuola islamica in Cina che è caratterizzata da un’organizzazione molto classica in piccole comunità riunite intorno ad...
di Andrea Turi La felicità è il diritto umano più importante.Salvaguardare e migliorare la vita delle persone contribuisceal benessere pubblico, all’armonia e alla stabilità sociale1. Nel novembre del 2016, il Governo della Repubblica Popolare Cinese è stato premiato dall’International Social Security Association (ISSA) per i risultati eccezionali raggiunti nel campo della sicurezza sociale, uno dei maggiori riconoscimenti internazionali per Pechino che, soprattutto a partire dalle politiche di riforma e apertura volute dal Deng Xiaoping nel 1978, ha compiuto ragguardevoli progressi nella sicurezza sociale. Nell’occasione, Errol Franck Stové, presidente di ISSA, ebbe a dichiarare che “la Cina ha compiuto progressi senza precedenti nello sviluppo del suo sistema di sicurezza sociale negli ultimi dieci anni e ha esteso con successo pensione, salute e altre forme di copertura a beneficio della sua popolazione attraverso una combinazione di impegno governativo sostenuto e significative innovazioni amministrative2”. Nel tempo, infatti, la Cina ha teorizzato e istituito un sistema di sicurezza sociale e diritti che è divenuto oggi il più vasto del mondo e si caratterizza per la capacità di rispondere alle sempre maggiori esigenze e bisogni delle persone e delle loro vite; le riforme e le aperture degli ultimi quarant’anni hanno contribuito a liberare e sviluppare le forze produttive sociali permettendo di aprire la via verso il socialismo con caratteristiche cinesi e inaugurando un nuovo capitolo nella Storia – non soltanto cinese – dello sviluppo dei diritti umani. A tal riguardo, Zang Yonghe, professore di Giurisprudenza e, tra le altre cariche, Direttore in carica della Società Cinese per gli Studi sui Diritti Umani, ha scritto: “assistendo al passaggio dalla Cina semi-feudale e semi-coloniale a una Repubblica democratica e libera, il popolo cinese, in particolare la classe operaia, ha acquisito diritti civili e politici effettivi. Questi diritti sono stati affermati dalla Costituzione in modo tale che tutto il potere della Repubblica Popolare Cinese appartenga al popolo. Naturalmente, il percorso che porta a questa democrazia non è stato del tutto agevole ed è stato disseminato di difficoltà il cui superamento ha richiesto grandi sforzi. Tuttavia, seguendo la direzione politica di riforma e apertura, la Cina ha esplorato un percorso di sviluppo dei Diritti Umani adatto alle esigenze nazionali, sforzandosi incessantemente di migliorare i diritti civili e politici. La Cina ha stabilito una serie di leggi rigorose per proteggere il diritto alla sicurezza personale, compreso il diritto civile, il diritto penale e il diritto amministrativo […] e sostiene da tempo la libertà di credo religioso, che salvaguardia i diritti e gli interessi dei cittadini religiosi e degli stranieri e rispetta le loro esigenze e costumi3”. A partire dalle politiche di apertura intraprese da Deng Xiaoping, nel corso delle ultime quattro decadi il Governo Centrale di Pechino si è mosso affinché la protezione, la promozione e il rispetto dei diritti umani si conformassero alle condizioni nazionali e, al contempo, creassero esperienze originali e nuovi orizzonti di progresso nella salvaguardia dei diritti personali e umani più in generale. Si legge nelle pagine del libro bianco Progressi nei diritti umani nel...
di Stefano Vernole Mainstream e realtà Lo scorso 26 marzo le autorità locali della Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang hanno annunciato la pianificazione di investimenti pari ad oltre 240 miliardi di yuan (36,8 miliardi di dollari) per la realizzazione di 350 progetti nel 2021. Secondo Zhang Yongliang, funzionario della pianificazione economica regionale, i progetti nel settore della cultura e del turismo vedranno aumentare gli investimenti di oltre 1,3 volte rispetto allo scorso anno, poiché la regione mira ad attrarre più di 200 milioni di turisti nel 2021 e più di 400 milioni nel 2025. Zhang ha sottolineato anche un aumento significativo del numero di nuovi progetti infrastrutturali rispetto agli anni precedenti e una forte crescita di quelli nei settori emergenti; nel solo 2020, lo Xinjiang ha visto gli investimenti a capitale fisso crescere del 16,2% su base annua nel 2020, 13,6 punti percentuali al di sopra della media nazionale1. Nonostante la pandemia COVID-19, lo Xinjiang ha registrato una crescita del PIL positiva del 3,4% nel 2020, raggiungendo 1379,76 miliardi di RMB (circa 210,5 miliardi di dollari)2. Lo Xinjiang ha avuto 179 Paesi e regioni partner commerciali nel 2020, tra cui il volume delle importazioni e delle esportazioni in Kazakistan ha raggiunto i 10,937 miliardi di dollari (+ 0,3%); in Kirghizistan, 1,47 miliardi di dollari (in calo del 56,8%); alla Russia, 1,75 miliardi di dollari (+ 23,3%); negli Stati Uniti, 961 milioni di dollari (+ 56,6%); in Tagikistan, 599 milioni di dollari (in calo del 39,3%). Alcune condizioni fiscali hanno determinato queste ottime prestazioni. E’ infatti in atto un trattamento favorevole per le imprese a investimento straniero (FIE) impegnate a fare affari nei settori incoraggiati dallo Xinjiang, tra cui: Imposta sul reddito delle società (CIT) ridotta: per le FIE nelle industrie incoraggiate nelle regioni centrale, occidentale e nord-orientale che soddisfano i requisiti, l’aliquota CIT può essere ridotta al 15%; Esenzioni tariffarie sulle attrezzature importate – per i progetti incoraggiati a investimento straniero, l’importazione di attrezzature di autoconsumo entro l’importo totale dell’investimento può essere esentata dai dazi doganali; Accesso a prezzi preferenziali dei terreni e una regolamentazione più flessibile degli usi del suolo: la terra può essere fornita preferenzialmente per progetti finanziati dall’estero con un uso intensivo del suolo. Il prezzo di riserva per il trasferimento di terreni può essere determinato al 70% del prezzo minimo nazionale per lo spostamento di terreni industriali, che tuttavia non deve essere inferiore a quello dei terreni locali. Inoltre, secondo quanto dichiarato dalle autorità locali, l’economia digitale nella Regione Autonoma ha registrato una crescita del 10% nel 2020, contribuendo al 26% del prodotto interno lordo annuo dello Xinjiang3. Un traino importante è arrivato lo scorso anno dalla realizzazione di nuovi progetti infrastrutturali, come lo Xinjiang Software Parke la rapida espansione dell’Internet industriale 5g+. Attualmente sono operative 6.272 stazioni base 5G, con 2,75 milioni di utenti; l’internet industriale nella Regione è stato utilizzato in più di 20 settori chiave come quello delle energie alternative, del petrolio e del gas, dell’elettricità e nella produzione di attrezzature. La...
di Marco Costa Scopo di questi primo capitolo sarà quello di analizzare per tappe e con gradualità un fenomeno di natura storico-religiosa tanto interessante quanto sconosciuto alla maggior parte degli analisti occidentali, ovvero quello della diffusione in terra cinese della religione e della cultura islamici. Questo primo passaggio, infatti, risulterà del tutto preliminare rispetto all’analisi della storia della Regione Autonoma dello Xinjiang, e crediamo che possa contribuire almeno in parte a demistificare molteplici informazioni errate, tendenziose e strumentali che vengono spesso ripetute dai mezzi di informazione nostrani. Intanto vanno chiariti alcuni aspetti, anche a costo di risultare banali. Lo Xinjiang è una Regione autonoma posta nel nordovest della Repubblica Popolare Cinese, di cui un 51% circa dei suoi abitanti è di etnia uigura e di religione musulmana. Essendo la maggioranza relativa dei cittadini presenti in quella regione di etnia turcofona e di una religione non tradizionalmente cinese, vale la pena soffermarsi su come questa religione monoteistica si sia diffusa in Asia orientale ed in particolare nel “Regno di Mezzo”. Risulta anzitutto evidente che lo Xinjiang non sia una regione interamente turcofona o interamente musulmana, per quanto l’etnia uigura sia – ripetiamo – la maggioranza relativa della popolazione di questo territorio. Questo territorio ospita infatti anche numerosi gruppi etnici, tra cui – oltre gli Uiguri – Han, Kazaki, Tibetani, Hui, Tagiki, Kirghizi, Mongoli, Russi e Xibe. In definitiva, per quanto largamente corrispondenti, il territorio dello Xinjiang, la popolazione uigura e la diffusione dell’Islam in Cina sono ampiamente sovrapponibili ma per nulla coincidenti. Fatta questa doverosa premessa, cercheremo di approfondire almeno due aspetti, ovvero quello degli albori della nascita di questa regione e, parallelamente, come e quando questa per la prima volta nella sua storia è entrata in contatto con popolazioni di origine araba o turcofona dal credo islamico. Ma prima di questo passaggio, andando cioè all’antichità quando non al limite della preistoria, è necessario scoprire il periodo precedente all’islamizzazione della regione, periodo tanto ricco quanto sconosciuto.1 Agli albori della storia, la presenza di ceramiche eneolitiche, databile al VI millennio a.C., ovvero nell’età del bronzo, indica stretti legami di questa regione con l’Asia Centrale e il Vicino Oriente. Nell’età del bronzo, attorno al III millennio a.C., le tribù ariane dedite all’allevamento di bovini della cultura Afanasyev penetrarono in questa porzione di territorio da ovest; questi seppellirono i loro antenati in tumuli (conosciuti come mummie di Tarim, oppure come uomo di Cherchen). I loro discendenti divennero noti agli autori antichi come Tocari e ai Cinesi come Yuezhi, edificando le città di Kashgar, Turfan e Khotan. Dopo, l’assalto degli Unni fu respinto e i Tocari aiutarono i Cinesi ad aprire la Grande Via della Seta; entro il I secolo a.C. i Tocari si convertirono al buddhismo; va segnalato che la lingua di questa etnia sarebbe sopravvissuta in alcune oasi fino all’VIII secolo. Inoltre bisogna rammentare che lo Xinjiang è costituito da due sotto-regioni principali distinte geograficamente, storicamente ed etnicamente e conosciute con nomi storici diversi: la Dzungaria a nord dei monti Tianshan e...
di Stefano Vernole Introduzione alla “Nuova Frontiera” Lo Xinjiang è una regione della Cina nordoccidentale tra le più grandi del Paese: si trova tra Mongolia, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Afghanistan, Pakistan, India, la Regione Autonoma del Tibet e le province del Qinghai e del Gansu. Lo Xinjiang, ceduto dal Guomindang all’Esercito Popolare di Liberazione nel 1949, ha acquisito lo status di autonomia nel 1955 per la presenza sul territorio della minoranza uigura, uno dei cinquantasei gruppi etnici riconosciuti da Pechino. I tratti antropometrici simili a quelli delle popolazioni dell’Asia Centrale con le quali condivide anche le tradizioni culturali, la confessione religiosa (Islam sunnita) e la lingua turcofona fanno del gruppo uiguro una delle minoranze etniche cinesi maggiormente distinta dall’etnia maggioritaria del Paese, quella Han. Se la Regione Autonoma dello Xinjiang occupa circa 1/6 del territorio cinese, la minoranza degli Uighuri rappresenta meno dell’1% dell’intera popolazione della Repubblica Popolare: circa 12 milioni su 1,4 miliardi di abitanti del Paese. Si tratta di un territorio immensamente più ricco del Tibet, che ha conosciuto uno sviluppo considerevole a partire dagli anni Cinquanta del XX secolo. Le attività industriali si concentrano principalmente nei centri urbani del nord, attirando mano d’opera specializzata dal resto della Cina; la parte sud, a maggioranza uigura, è ancora relativamente agricola e basata sull’allevamento1. Come conseguenza del decollo economico ha conosciuto l’immigrazione degli Han e di altre etnie cinesi attirati dalle possibilità occupazionali; la capitale, Urumqi, si è notevolmente modernizzata, sono state realizzate diverse linee ad alta velocità ferroviaria, nuovi aeroporti e la popolazione è cresciuta di almeno il 40% tra il 1990 e il 2010. Quello del notevole incremento demografico è uno degli aspetti chiave per smontare le accuse che vengono periodicamente rivolte nei confronti del Governo di Pechino dal mainstream occidentale; al contrario della maggioranza Han, la popolazione uighura non è stata mai obbligata alla “politica del figlio unico” adottata dalla Repubblica Popolare Cinese2. Attualmente si calcola che sugli attuali 24 milioni di abitanti dello Xinjiang, il 46% siano Uiguri e il 39% Han. La lingua ufficiale della regione è l’uiguro, anche se ovviamente i suoi cittadini vengono invitati a studiare anche il cinese mandarino per una migliore integrazione nel Paese; i luoghi di culto islamici e le tradizioni locali sono decisamente rispettati, alla pari degli altri culti riconosciuti: il taoismo, il buddismo, il cattolicesimo e il protestantesimo. Le moschee in Cina sono circa 35.000 e i musulmani Hui dispongono anch’essi di una regione autonoma, il Ningxia (al confine con la Mongolia Interna, è una delle regioni vinicole più attive), dove le donne possono indossare il hjiab se lo desiderano e i ristoranti halal abbondano. Vi è tuttavia una parte minoritaria della popolazione dello Xinjiang, abbastanza localizzata, che ha coltivato l’idea di costituire uno Stato indipendente, il cui nome dovrebbe essere Turkestan orientale. Alcuni partiti indipendentisti si sono quindi formati a tale scopo, tra di essi il più violento è il Partito Islamico del Turkestan (o Movimento Islamico del Turkestan Orientale), divenuto una vera e propria struttura...