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Cina
di Andrea Turi In questo articolo, l’ultimo del focus, si chiude il cerchio andando a trattare il tema relativo a come le vicende dello Xinjiang vengono trattate dai media occidentali e cercando di capire quali sono le fonti di questo racconto distorto, con particolare attenzione al lavoro di documentazione – propaganda svolto dalle organizzazioni non governative occidentali. “Alla fine, la verità semplicemente non importerà. La narrazione popolare, controfattuale oppure no, un giorno vincerà”. Queste le parole introduttive di un articolo a firma Milton Bearden, pubblicato da National Interest1, in cui viene declinata un’analisi dell’information warfare facendo un confronto tra la guerra fredda ed i giorni nostri e che fornisce il framing ideale per la comprensione delle dinamiche che governano il flusso info-comunicativo nelle relazioni internazionali. Il Cornerstones of Information Warfare dell’United States Air Force (USAF) fa confluire in questa tipologia di attività di guerra “qualsiasi azione volta a negare, sfruttare, corrompere o distruggere le informazioni del nemico e le sue funzioni, proteggendo noi stessi contro quelle azioni e sfruttando le nostre stesse forze armate con funzioni informative2”. La guerra dell’informazione non è certo qualcosa di nuovo, tanto che gli studiosi militari fanno risalire l’uso delle informazioni come strumento nelle operazioni di guerra e di guerriglia al libro “Arte delle Guerra” dello stratega militare cinese del V secolo a.C. Sun Tzu e alla sua enfasi sull’importanza di dotarsi di una intelligence accurata, funzionale alla superiorità decisionale su un nemico più potente. Questi antichi strateghi hanno contribuito a gettare le basi per quella guerra dell’informazione che si è sviluppata nei tempi attuali. Avendo luogo al di sotto del livello di un conflitto armato, la guerra dell’informazione comprende tutta la vasta gamma di operazioni militari e governative atte a proteggere e sfruttare le informazioni a proprio favore, spettro di possibilità in cui ricadono anche le campagne di disinformazione, uno dei tasselli di cui si compone l’ampio campo dell’information warfare. Franco Iacch dalle pagine online de “Il Giornale”scrive che sarebbe opportuno rilevare come “l’Information Warfare non è un’attività limitata al tempo di guerra. La guerra informativa-psicologica (che si discosta da quella prettamente informatica utilizzata in tempo di guerra) è costantemente in corso a prescindere dallo stato di relazioni con l’avversario. È quindi una forma di guerra globale con l’obiettivo di trafugare, interdire, manipolare, distorcere o distruggere le informazioni tramite tutti i canali e i metodi disponibili. L’Information Warfare è il punto di partenza di ogni guerra ibrida in cui si fa ampio utilizzo dei mass media e delle reti informatiche globali, la maggior parte dei civili non è preparata psicologicamente ad operare in un clima di Information Warfare e fake news […]. L’essere umano crea modelli mentali e formula idee in base alla sua percezione della realtà, disinformazione e fake news possono influenzare il modo in cui gli individui interpretano gli sviluppi quotidiani. Quando da sporadiche e disordinate queste attività si trasformano in organizzate e sistematiche, diventano vere campagne di disinformazione potenzialmente in grado di sconvolgere governance di interi Paesi3”. È quello che...
di Giulio Chinappi ARTICOLO ORIGINALE Il 13 gennaio, Pechino ha ospitato la 67ma Conferenza sulle questioni relative allo Xinjiang, organizzata dalle autorità della Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang. Questo ciclo di conferenze si è reso necessario per rispondere alle falsità propagandate da alcuni mass media e governi occidentali, in particolare negli Stati Uniti, che in questo modo tentano di denigrare tanto il governo regionale quanto quello centrale della Repubblica Popolare Cinese. L’evento, come da tradizione, è stato aperto da Xu Guixiang, portavoce del governo della Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang. Nella sua presentazione, Xu ha fatto riferimento ad una legge approvata lo scorso 23 dicembre negli USA, denominata Uygur Forced Labor Prevention Act. Questa legge rappresenta un precedente molto pericoloso e viola ogni principio del diritto internazionale, in quanto si tratta di una legge riguardante la politica interna di un Paese terzo. Secondo Xu, la legge “ignora i fatti, diffama le condizioni dei diritti umani nello Xinjiang” e soprattutto è volta a “rovinare lo sviluppo” della regione, attraverso le sanzioni imposte alle imprese locali. Ancora, la legge “interferisce bruscamente negli affari interni della Cina elaborando schemi per contenere lo sviluppo della Cina attraverso questioni legate allo Xinjiang. Incontra una forte condanna da parte del popolo cinese e di coloro nella comunità internazionale che cercano di difendere la giustizia”. “Gli Stati Uniti mirano a creare “disoccupazione forzata” e “povertà forzata”, violare i diritti umani di tutti i gruppi etnici compresi gli uiguri e minare la buona situazione di stabilità e armonia sociale, pace e contentezza del suo popolo nello Xinjiang piuttosto che salvaguardare i benefici di cui godono gli uiguri”, ha proseguito il portavoce. “L’accusa che ci sia il cosiddetto “lavoro forzato” nello Xinjiang è semplicemente una pseudo-affermazione. Lo Xinjiang sostiene una filosofia incentrata sulle persone, tiene alta la bandiera dello stato di diritto socialista, si attiene rigorosamente alla Costituzione cinese, alle leggi e ai regolamenti e implementa attivamente gli standard internazionali del lavoro per garantire pienamente i diritti del lavoro delle persone di tutti i gruppi etnici”, ha aggiunto. Questa volta, la conferenza ha visto la partecipazione anche di illustri ospiti provenienti da altri Paesi, che hanno potuto portare la propria testimonianza. Il primo a prendere la parola è stato Ali el-Hefny, ex viceministro degli Esteri dell’Egitto ed ex ambasciatore dell’Egitto in Cina, intervenuto in collegamento video. El-Hefny è anche noto nell’ambiente accademico egiziano come uno dei massimi esperti sulla Cina. “Nessun altro Paese ha affrontato tante sfide e difficoltà come la Cina. Con un quinto della popolazione mondiale, la Cina possiede un vasto territorio e confina con 10 Paesi diversi fra loro”, ha esordito il diplomatico nordafricano. “Dobbiamo riconoscere che dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese nel 1949, diverse generazioni dei suoi leader hanno ottenuto grandi risultati che la maggior parte dei Paesi del mondo non ha ottenuto, il che è un miracolo”. “Il Partito Comunista Cinese è stato molto preoccupato per le situazioni delle aree di confine occidentali della Cina, in particolare dello Xinjiang, perché infiltrato da alcune organizzazioni straniere e da alcuni...
di Stefano Vernole Lo Xinjiang è una regione multietnica e l’unità della popolazione è stata fondamentale per preservare l’unificazione nazionale a lungo termine e la convivenza. A parte le eccezioni rappresentate dalle infiltrazioni esterne, tutti i gruppi etnici comunicano regolarmente e difendono la frontiera e lo Stato in generale, condividono le risorse e rendono complementari i rispettivi vantaggi. Gli scambi culturali all’interno dell’XPCC hanno aumentato la comprensione reciproca tra persone di diversi gruppi etnici, facilitato lo sviluppo di una cultura avanzata nello Xinjiang e rafforzato la coesione della nazione nelle aree di confine della Cina. La difesa interna Lo Xinjiang ha un lungo confine e la sua salvaguardia è responsabilità che lo Stato cinese ha affidato allo Xinjiang Production and Construction Corps (XPCC). Forza paramilitare altamente organizzata sin dalla sua fondazione, l’XPCC ha per molti anni assunto sia compiti di produzione che di sicurezza, ogni membro assumendo il duplice ruolo di soldato e lavoratore. L’XPCC possiede una robusta milizia e forze di polizia armate i cui membri sono in grado sia di combattere che di lavorare. Insieme ai gruppi dell’esercito, alle forze di polizia e ai residenti locali di vari gruppi etnici dello Xinjiang, il Corpo ha costruito un forte sistema di difesa congiunto alle frontiere. Esso ha inoltre svolto un ruolo speciale nel salvaguardare l’unificazione del Paese e la stabilità sociale dello Xinjiang e nel reprimere i crimini terroristici violenti. Le fattorie reggimentali di frontiera sono forze importanti per la sicurezza dei confini e si prendono cura di intere aree; mentre le aziende si occupano di sottozone, le singole milizie sono responsabili dei propri lotti. L’XPCC ha istituito anche il sistema di difesa comune “quattro in uno”, in cui truppe di stanza, polizia armata, milizie locali e milizie in servizio del Corpo lavorano insieme per salvaguardare la sicurezza delle frontiere cinesi. L’XPCC ha quindi costantemente rafforzato le fattorie reggimentali di frontiera in conformità con lo spiegamento strategico della Cina. Dal 2000 il Corpo ha portato avanti il ”Progetto Jinbian”, che si concentra sul miglioramento dell’acqua potabile, dei trasporti, dei servizi medici, delle reti di trasmissione, dell’ambiente e dei servizi igienico-sanitari, della promozione della cultura e della ristrutturazione di case fatiscenti. Ha sfruttato appieno i vantaggi geografici per aprire le zone di confine e promuovere il commercio estero e gli scambi culturali. Ha anche migliorato le condizioni di lavoro e di vita dei residenti locali e ha aumentato la solidarietà, l’attrattività e la forza complessiva delle fattorie reggimentali di confine1. Il compito cruciale dell’XPCC nel mantenere la stabilità dello Xinjiang è anche una necessità concreta per realizzare una pace e una stabilità durature. Dagli anni Ottanta è cresciuta la minaccia delle “tre forze” – separatisti, estremisti religiosi e terroristi – alla stabilità sociale dello Xinjiang. Per far loro fronte, divisioni, reggimenti, compagnie, imprese e istituzioni pubbliche sotto l’XPCC hanno istituito battaglioni, compagnie e plotoni di milizia di emergenza che gli consentono di rispondere rapidamente alle esplosioni di attività particolarmente violente. L’XPCC ha svolto ruoli cruciali nella lotta al terrorismo...
di Marco Costa Nello Xinjiang l’Islam esercita un’influenza notevole nella vita sociale e culturale locale. Attualmente nelle varie parti della regione esistono 23 mila fra moschee e altri centri dediti ad attività religiose, quali templi lamaisti e chiese, in grado di soddisfare le esigenze dei fedeli. La popolazione uigura della Regione è raddoppiata da 5,55 milioni a oltre 12 milioni negli ultimi 40 anni e le persone di tutti i gruppi etnici godono di vari diritti garantiti alle autonomie secondo la legge. Possiamo perciò affermare che nello Xinjiang si stia realizzando – certamente con le difficoltà del caso legate al territorio, ai sabotaggi terroristici, alle interferenze straniere – quel processo di “unità nella molteplicità” sancito costituzionalmente nella Cina odierna, in cui convivono, lavorano e collaborano ben 12 comunità etniche differenti (Han, Uiguri, Kazaki, Hui, Kirghizi, Mongoli, Russi, Xibe, Tagichi, Uzbechi, Tartari e Mancesi) e differenti culti religiosi. L’istituzione della Regione autonoma dello Xinjiang nel 1955 avvenne come naturale conclusione della fondazione della Repubblica Popolare Cinese il 1° ottobre del 1949, a seguito della vittoria nella regione delle forze comuniste su quelle nazionaliste il 12 ottobre dello stesso anno. Vittoria peraltro pacifica, ottenuta a seguito della resa del 25 settembre del generale nazionalista Tao Zhiyue e di Burhan Shahidi, altro leader politico del Kuomintang a Dihua, i quali annunciarono la resa formale delle forze nazionaliste nello Xinjiang ed il riconoscimento della RPC. Quando il fatidico 12 ottobre l’Esercito Popolare di Liberazione entrò nella regione, molti altri generali del Kuomintang come il generale musulmano Han Youwen1 si unirono alla defezione nazionalista e si unirono alle truppe comuniste, continuando in seguito a servire l’EPL come ufficiali nello Xinjiang. Alcuni leader del Kuomintang che non accettarono il nuovo corso politico e istituzionale fuggirono a Taiwan o in Turchia: Ma Chengxiang scappò attraverso l’India a Taiwan; Muhammad Amin Bughra e Isa Yusuf Alptekin fuggirono in Turchia. Masud Sabri fu invece arrestato dai comunisti cinesi e morì in carcere nel 1952. Si parla di Liberazione Pacifica dello Xinjiang essenzialmente perché il passaggio alla nuova autorità comunista venne ottenuta essenzialmente con passaggi politici, visto il quadro più complessivo che dal ’45 in poi andava assumendo la guerra civile cinese tra nazionalisti e comunisti, con questi ultimi ormai lanciati vittoriosamente nel compimento del processo rivoluzionario. Infatti, oltre all’avanzata comunista nelle varie roccaforti nazionaliste, ci fu anche l’occupazione sovietica della Manciuria a seguito degli accordi di Yalta del 1945, con la definitiva resa delle forze imperialiste occupanti giapponesi. Nonostante in un primo momento i nazionalisti parevano meglio addestrati ed equipaggiati rispetto ai comunisti, a partire dal 1947 le truppe di Mao avevano già riconquistato le regioni chiave dello Shandong e dello Shaanxi, rifornitisi delle armi strappate ai giapponesi dopo il “sacco” della Manciuria, di quelle americane sottratte ai nazionalisti e in parte anche di quelle fornitegli dai sovietici. Le truppe maoiste, fortemente motivate dalla spinta ideale marxista e da quella concreta fornitagli dalle masse contadine speranzose di una riforma complessiva del mondo agricolo – che si arruolarono massicciamente...
Articolo Originale Pechino ha ospitato tre nuove conferenze sulle questioni della Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang, che hanno avuto luogo il 17 novembre, il 30 novembre e il 6 dicembre. Proseguono senza sosta le conferenze sulle questioni della Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang, organizzate a Pechino per rispondere alle accuse infondate della propaganda anticinese ai danni del governo della Repubblica Popolare Cinese e di quello regionale. Il 17 novembre, la capitale cinese ha ospitato la 60ma conferenza sul tema, seguita dalla 61ma conferenza il 30 novembre e dalla 62ma il 6 dicembre. Xu Guixiang, portavoce del governo regionale dello Xinjiang e oramai abituale moderatore delle conferenze, ha sferrato diversi attacchi nei confronti del sedicente ricercatore Adrian Zenz, uno dei principali punti di riferimento della propaganda anticinese sulla questione dello Xinjiang. Noi stessi ci eravamo occupati di questo losco figuro in un precedente articolo, nel quale abbiamo rilevato l’infondatezza delle pubblicazioni di Zenz, grazie anche ad alcune testimonianze di suoi ex collaboratori che hanno messo a nudo il metodo di lavoro antiscientifico utilizzato. “Di recente, abbiamo notato che Adrian Zenz sta pubblicando di nuovo fallacie relative allo Xinjiang”, ha dichiarato Xu Guixiang in occasione della 61ma conferenza. “Innanzitutto, la situazione nello Xinjiang non è affatto quella descritta da Adrian Zenz. In passato, nello Xinjiang si sono verificate frequentemente attività violente e terroristiche. I diritti umani fondamentali delle persone di tutti i gruppi etnici, compresa la vita, la salute e la sicurezza, sono stati gravemente violati. Lo Xinjiang è stato in grado di evitare attacchi violenti e terroristici per cinque anni consecutivi combattendo risolutamente contro il terrorismo e l’estremismo. La situazione delle frequenti attività violente e terroristiche in passato è stata capovolta. L’attuale situazione di stabilità sociale e sviluppo economico nello Xinjiang ha fortemente dimostrato la legalità, la necessità e la correttezza di queste politiche e misure adottate nello Xinjiang. La comunità internazionale ha visto chiaramente tutto questo e le persone di tutti i gruppi etnici nello Xinjiang sostengono sinceramente queste misure prese dal governo”. Il portavoce del governo regionale ha accusato le persone come Zenz di essere “cieche di fronte ai fatti dello Xinjiang”. Secondo Xu, costoro “diffondono molte bugie e errori nella comunità internazionale, che vanno contro i fatti nello Xinjiang e le aspirazioni delle persone di tutti i gruppi etnici nello Xinjiang, così come le opinioni di molte persone perspicaci della comunità internazionale che hanno visitato lo Xinjiang”. In particolare, “Adrian Zenz ha agito come portavoce, strumento e fantoccio delle forze anti-cinesi negli Stati Uniti e in Occidente per il proprio ulteriore scopo politico”. Xu ha puntato il dito contro Zenz anche in occasione della 62ma conferenza, rispondendo alle accuse di costui, secondo il quale il governo cinese avrebbe commesso un genocidio della popolazione uigura nella regione dello Xinjiang: “Adrian Zenz, il cosiddetto ‘esperto’, era una ‘canaglia accademica’. È appassionato di fabbricare voci relative allo Xinjiang e di calunniare la Cina. I rapporti che ha pubblicato si basano su informazioni false, con logiche errate e conclusioni assurde. Si può dire che non ha credibilità accademica,...
di Andrea Turi Il seguente articolo fa da raccordo con il precedente incentrato sulla lotta al terrorismo nello Xinjiang e comincia a sviluppare la narrazione del “genocidio” che verrà eviscerata soprattutto nell’ultimo articolo, quello dedicato ai media e ONG. In questo breve saggio si parla delle accuse di genocidio degli uiguri rivolte dalle forze anti-cinesi al Governo di Pechino introducendo il concetto di macrocausa ed analizzando le motivazioni per le quali è stato introdotto il concetto di genocidio, utilizzato come strumento di politica estera e pressione verso la Repubblica Popolare senza che siano fornite prove concrete di tali accuse. Shaun Rein, fondatore e amministratore delegato del China Market Research Group, la principale società di intelligence di mercato strategica al mondo focalizzata sulla Cina, ha recentemente contribuito al libro La Via Cinese. Sfida per un futuro condiviso del professor Fabio Massimo Parenti scrivendone il capitolo introduttivo, un piccolo saggio dato alle stampe con l’inequivocabile titolo di Gli stereotipi occidentali sulla Cina1. Un elaborato breve, schietto, onesto ed estremamente chiaro: “Vivo in Cina dalla metà degli anni Novanta, da quando, adolescente, mi sono trasferito per la prima volta a Tianjin per studiare all’Università di Nankai. Nei quasi 25 anni in cui sono stato in Cina ho visto la società cinese esperire cambiamenti drastici. Quando sono arrivato per la prima volta, la Cina era così povera e la disperazione così diffusa che è difficile persino da descrivere. […] Venticinque anni dopo, la Cina è pronta a eclissare l’America e a diventare la più grande economia mondiale entro la fine del decennio. A dire il vero, la Cina ha già sostituito l’America diventando il principale partner commerciale di circa 130 Paesi. […] Sfortunatamente, insieme all’ascesa della Cina, le percezioni occidentali di questo Paese sono diventate sempre più antagonistiche, soprattutto durante gli anni dell’amministrazione Trump e in seguito all’avvento del Covid19. Troppi media occidentali, dall’Economist al New York Times passando per il Wall Street Journal, descrivono il Governo e il popolo cinese sotto una luce negativa, parziale e sensazionalistica. Anche i social media come Twitter e Facebook contribuiscono alla diffusione di disinformazione e falsità”. Per quel che riguarda la Cina, “studiosi, Governi ed organi di stampa occidentali – in particolare negli Stati Uniti e nell’anglosfera – interpretano la Cina in modo costantemente errato. Tutto ciò porta a devastanti doppi standard, nonché ad errori che diventano “fatti” in un ciclo di notizie internazionali che prospera sulla disinformazione. […] Dal mio punto di vista, ci sono tre cliché chiave, in merito a dove e come l’Occidente sta sbagliando quando si occupa di Cina”. Sono quelle che possiamo definire macrocause o ragioni superiori e incontestabili che vengono create laddove è necessario un intervento urgente in aree in cui si manifestano interessi contrapposti – in questo caso – a quelli occidentali; la macrocausa o ragione incontestabile è, quindi, funzionale a valutare in modo interessato un’azione compiuta da chi si vuole svalutare influenzando l’opinione pubblica e orientandone il giudizio verso l’aspetto negativo, tutto ciò è volto a coprire i...
di Stefano Vernole La povertà estrema è stata sradicata, nonostante nell’era contemporanea fattori storici e naturali abbiano portato lo Xinjiang a essere a lungo sottosviluppato, con una grande fetta di popolazione economicamente disagiata. Le misure adottate dal Governo centrale, in collaborazione con le Autorità locali, si sono dimostrate efficaci e hanno ottenuto i risultati sperati. Dal 1955 al 2020, il PIL dello Xinjiang è salito da 1,2 miliardi di RMB a 1,4 trilioni di RMB e il suo PIL pro capite è passato da 241 RMB a 53.593 RMB, un notevole aumento rispettivamente di circa 160 e 30 volte. Dal 1978 al 2020, il reddito disponibile pro capite dei residenti urbani è passato da 319 RMB a 34.838 RMB e quello dei residenti rurali da 119 RMB a 14.056 RMB, entrambi con una crescita di oltre 100 volte1. Le prefetture di Hotan, Kashgar e Aksu e la prefettura autonoma di Kizilsu Kirgiz nel sud dello Xinjiang soffrivano di condizioni ambientali difficili, di basi economiche deboli e di opportunità di lavoro seriamente inadeguate. Classificate dallo Stato come aree gravemente povere, hanno ricevuto supporto dal Governo centrale e dai partner della regione nel programma nazionale di assistenza; lo Xinjiang ha quindi adottato misure di riduzione della povertà, come lo sviluppo di imprese, la creazione di opportunità di lavoro, il miglioramento dell’istruzione e della sanità, la ristrutturazione di case rurali fatiscenti e il trasferimento dei poveri da zone inospitali. Alla fine del 2020, più di 2,7 milioni di residenti rurali dello Xinjiang che vivevano al di sotto dell’attuale soglia di povertà sono usciti dall’indigenza e 3.666 villaggi e 32 contee non vengono più classificati come poveri; questi cittadini hanno conosciuto una rapida crescita sia dei redditi che della spesa per i consumi. Il loro reddito disponibile pro capite era di 13.052 RMB nel 2020, un aumento medio annuo del 10,8 per cento dal 2012; la loro spesa per consumo pro capite è stata di 9.007 RMB nel 2020, un aumento medio annuo del 9% dal 2013. I diritti alla sussistenza e allo sviluppo della popolazione povera sono stati perciò garantiti. Nel corso del XIII Piano quinquennale (2016-2020) sono stati completati complessivamente 1,2 milioni di abitazioni rurali per famiglie a basso reddito ed è iniziata la costruzione di 1,3 milioni di unità abitative urbane a prezzi accessibili, a beneficio di milioni di persone. Tutti i villaggi hanno accesso a strade asfaltate e cementate, servizi di autobus, alimentazione trifase e servizi a banda larga. Le superstrade e le ferrovie ad alta velocità sono state costruite da zero e le prime coprono tutte le prefetture e le città. Sono stati completati e aperti 22 aeroporti civili, il numero più alto tra tutte le unità amministrative di livello provinciale in Cina. I veicoli moderni e gli strumenti di comunicazione sono diventati comuni nelle famiglie sia urbane che rurali, aumentando gli sforzi per garantire la fornitura di servizi di consegna espressa in ogni villaggio. Il governo locale ha intensificato gli sforzi nella formazione professionale. Per aumentare l’occupabilità...
di Andrea Turi Alla memoria di André Vltchek La chiusa del precedente I Diritti Umani e lo Xinjiang: il cavallo di Troia occidentale per destabilizzare la Repubblica Popolare Cinese richiamava lo stralcio di un articolo redatto dal giornalista Shane Quinn in cui si affermava che “la scala dell’influenza americana negli affari interni della Cina è stata limitata nella migliore delle ipotesi, ma continua comunque a ritmo sostenuto. Washington ha attuato una serie di politiche nella speranza di destabilizzare e frammentare la Cina. Le strategie del Pentagono nei confronti della Cina hanno in qualche modo rispecchiato quelle che hanno diretto contro l’URSS: utilizzo di gruppi per procura, estremisti e minoranze etniche, insieme a Stati clienti1”. La conferma di quanto riportato nell’incipit di questo lungo articolo è nelle parole del ex diplomatico statunitense Charles “Chas” W. Freeman, Jr. (uno dei pochi che non condannò l’azione del Governo di Pechino nei fatti di Tienanmen) che nel corso di una trasmissione radio ha ricordato “che la Central Intelligence Agency, con l’assistenza di alcuni vicini della Cina, ha investito 30 milioni di dollari nella destabilizzazione del Tibet e sostanzialmente ha finanziato e addestrato i partecipanti alla ribellione di Khampa e alla fine ha cercato di rimuovere il Dalai Lama dal Tibet, cosa che fecero. Lo scortarono fuori dal Tibet a Dharamsala. Ci sono stati sforzi simili fatti con gli Uiguri durante la Guerra Fredda che non sono mai veramente decollati. In entrambi i casi ha fatto sventolare la religione come vessillo a sostegno di un desiderio di indipendenza o autonomia che, ovviamente, è un anatema per qualsiasi Stato2”. Come sosteneva già nel 1987 Edward S. Herman, ordinario di scienze finanziarie alla Wharton School dell’Università della Pennsylvania, all’iniziodell’articolo U.S. Sponsorship of International Terrorism: An Overview, “per il cittadino dell’Occidente, l’idea che gli Stati Uniti possano essere uno sponsor del terrorismo internazionale – figuriamoci lo sponsor dominante – apparirebbe completamente incomprensibile. […] I media occidentali, comunque, non si riferiranno mai agli Stati Uniti o al Sudafrica come “Stati terroristi” anche se entrambi hanno ucciso un numero di persone di gran lunga maggiore di Gheddafi in Libia o delle Brigate Rosse in Italia. […] La ragione per la percezione distorta occidentale è che il più forte definisce il terrorismo, e i media occidentali fedelmente seguono l’agenda dei loro propri leaders. Il più potente naturalmente definisce il terrorismo in modo da escludere le sue azioni e quelle dei suoi amici e clienti. […] Con i mass media compiacenti, specialmente negli Stati Uniti ma anche tra i Paesi clienti, il terrore è ciò che il potente Governo statunitense dichiara che sia terrore3”. È così che succede che le gesta di chiara matrice terroristica compiute dai gruppi operanti sul territorio dello Xinjiang vengano raccontate come sporadici4 atti necessari alla conquista di un’indipendenza dal Governo centrale di Pechino piuttosto che presentati al pubblico mediatico per quello che nella realtà sono: atti terroristici in piena regola volti a destabilizzare la politica interna della Repubblica Popolare Cinese. D’altronde, non fu il Presidente Repubblicano...
di Andrea Turi Il concetto di diritti umani riguarda l’ordine del mondo, è una proposta per strutturarlo ed esprime una particolare concezione relazionale sia tra lo Stato e l’individuo che, in una prospettiva più allargata, tra gli Stati: “come le grandi potenze precedenti, noi, gli Stati Uniti, possiamo identificare il presunto dovere dei ricchi e dei potenti di aiutare gli altri con le nostre convinzioni su come un mondo migliore dovrebbe essere. L’Inghilterra ha affermato di portare il fardello dell’uomo bianco, la Francia parlava della sua missione moralizzatrice. Con spirito simile, noi diciamo che agiamo per fare e mantenere l’ordine mondiale. Per i Paesi al vertice, questo è un comportamento prevedibile”1. Nel 1986, gli studiosi Edward, Henkin e Nathan pubblicarono un lavoro dal titolo Human Rights in Contemporary China nel quale sentenziarono che “i diritti umani sono l’idea del nostro tempo, l’idea politica più magnetica della contemporaneità”per dirla, invece, con Brzezinski. Da quei giorni, si è registrato un rafforzamento delle forze egemoniche della globalizzazione e la teoria e la pratica dei diritti umani hanno cominciato ad acquisire sempre maggiore rilevanza nei risvolti più o meno palesi della politica internazionale, soprattutto quando si fa riferimento ai concetti di intervento e interferenza negli affari interni di uno Stato sovrano; atti, questi, perpetrati quasi esclusivamente da un Occidente sempre più alle dipendenze degli interessi di Washington, che nel corso degli anni non si è fatta scrupoli nell’utilizzare la politica e la retorica – ma anche la pratica – dei diritti umani per alimentare la propria ambizione al dominio globale e consolidare le basi del proprio imperialismo. Non è in discussione il fatto che gli Stati Uniti utilizzino i diritti umani come mezzo di politica estera, pressione internazionale e leva di promozione di interessi, propri e di quelli delle forze del Capitalismo che rappresenta. Le politiche sui diritti umani furono adottare per la prima volta nel 1977 dal Presidente democratico Jimmy Carter; egli vi vedeva un tema che avrebbe permesso al Paese di restaurare il senso nazionale della missione che gli Stati Uniti si sentivano assegnati da un Destino manifesto e che gli spettri della guerra in Vietnam e gli scandali interni legati al Watergate rischiavano di interrompere. Lo scrittore cinese Gu Yan vide nell’utilizzo presidenziale dei diritti umani un mezzo atto a compensare la carenza nella forza militare – dovuta alla debacle vietnamita – con la forza morale. I diritti umani divennero, così, un cardine dell’azione estera statunitense. Nel 1982, in un discorso tenuto davanti al Parlamento inglese, Ronald Reagan vestì la sua retorica anticomunista con abiti umanitari (o viceversa) e lanciò “una campagna per la libertà”che avrebbe lasciato “il marxismo-leninismo su un mucchio di cenere della Storia così come ha lasciato altre tirannie che soffocano la libertà e mettono la museruola all’auto-espressione del popolo”2. Joe Biden, ultimo degli eletti alla Casa Bianca, ha rilanciato tramite il Segretario di Stato Antony Blinken l’idea che i diritti umani saranno una delle pietre angolari della politica estera statunitense del prossimo quadriennio: “dobbiamo partire con...