L’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN) è un’unione politica ed economica di dieci membri, conta 667 milioni di persone e un territorio di 4,5 milioni di Km2; è attualmente la terza economia più grande dell’Asia-Pacifico e la quinta più grande del mondo. Dal punto di vista economico, il prodotto interno lordo aggregato della regione supera 3.600 miliardidi dollari, trainato da una crescita tra le più elevate, pari a 4,2 per cento nel 2023 e 4,6 per cento nel2024 in base alle stime del Fondo monetario internazionale. Per il 2024, la Comunità economica ASEAN (AEC) prevede un PIL complessivo di 4,2 trilioni di dollari[1].
Focus Cesem
La multipolarità si è definitivamente affacciata, e con la sua forza sta travolgendo quell’ordine costituito che sembrava inattaccabile. É così che l’America Latina e i Caraibi sono passati da essere il cortile di casa degli Stati Uniti a campo di battaglia destinato a cambiare gli equilibri tra Washington, Beijing e Mosca, le tre grandi potenze mondiali in competizione serrata per imporre la propria visione del mondo nella lotta dicotomica unipolarismo – multipolarismo.
Nel 2021, l'Unione Europea rilancia la propria politica estera con la proclamazione dell'ambizioso progetto "Global Gateway". Il piano prevede un massiccio investimento di 300 miliardi di euro destinati a promuovere iniziative sostenibili in tutto il mondo nel periodo 2021-2027. Sebbene il piano europeo si proponga di avere un impatto globale, la metà dei fondi stanziati sono stati specificamente destinati a progetti per il continente africano, il quale figura come maggiore beneficiario del progetto.
Nell’ultimo giorno della conferenza del Dialogo Shangri-La (Singapore, 2-4 giugno 2023), il consigliere di Stato cinese e ministro della Difesa Li Shangfu ha tenuto un discorso sulla nuova iniziativa di sicurezza cinese, sottolineando che “un nuovo percorso verso la sicurezza prevede il dialogo piuttosto che il confronto, la partnership piuttosto che l’alleanza e il vantaggio per tutti rispetto al gioco a somma zero”[1].
Da quell’ormai lontano 2013, il progetto della Belt and Road Initiative (inizialmente noto come One Belt, One Road, “una cintura, una via”) ha preso sempre più forma e, in una decade, ha espanso i propri orizzonti e programmi con il fine di dar vita nuovamente all’antica via della seta; ma, mentre quest’ultima aveva anticamente l’obiettivo principale di connettere l’Est e l’Ovest così che le diverse civiltà sviluppatesi lungo questo asse commerciale potessero comunicare e prosperare con gli scambi reciproci, l’obiettivo della Nuova Via della Seta è quello di dotare la Cina di un supporto che le permetta di aprirsi al mondo esterno. Per poter fare ciò, la Cina ha puntato a facilitare la connettività e l’efficienza delle rotte commerciali, diminuendone i costi per il trasporto delle merci, nonché garantendo la sicurezza delle significative importazioni cinesi e dei flussi di esportazione. Nel 2013, il Presidente Xi Jinping introdusse questo progetto spiegando il doppio volto della Belt and Road Initiative, secondo la quale, con “Belt” si voleva intendere la Silk Road Economic Belt, vale a dire la “zona economica della via della seta”, riferita alle tratte terrestri, mentre per “Road”, il riferimento era alle rotte marittime, dunque alla 21st Century Maritime Silk Road, la “rotta marittima del 21esimo secolo”.
Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, il confronto ideologico mondiale della Guerra Fredda terminò lasciando, di fatto, gli Stati Uniti come vincitori e apparentemente come unica grande potenza, egemone ed imperialista sullo scacchiere politico internazionale; in virtù del nuovo scenario internazionale e poiché l’interesse africano degli Stati Uniti durante la Guerra Fredda era stato principalmente dettato dalle esigenze di dare una risposta al coinvolgimento dell’URSS nel continente, l’Africa perse inevitabilmente il suo posto nelle proiezioni strategiche statunitensi per l’era post-guerra fredda e, conseguentemente, finì ai margini rispetto al palcoscenico illuminato dalla Storia.
L’Italia è l’unico Paese europeo ad avere con la Cina una relazione culturale e storica, che risale a Marco Polo (Venezia, 1254-1324) e Matteo Ricci (Macerata, 1552 – Pechino, 1610) ed è proseguita anche a seguito dell’istituzione della Repubblica Popolare Cinese (1949), grazie a figure politiche di spicco come Pietro Nenni, Amintore Fanfani, Giorgio La Pira ed Enrico Mattei. Nel 1952 Ferruccio Parri fondò il Centro studi per lo sviluppo delle relazioni economiche e culturali con la Cina.
L'Africa è al centro di un nuovo scenario geopolitico nel quale Cina ed Unione Europea si stanno affrontando. Il continente ospita l'8% delle riserve di gas mondiali, il 25% della biodiversità naturale globale e il 30% delle risorse minerarie mondiali, oltre che un potenziale energetico inestimabile e una giovane popolazione che alimenta la forza lavoro del continente. Il crescente interesse europeo e cinese per le risorse africane è dettato dalle nuove richieste dell'Industria 4.0, basata sullo sfruttamento di terre rare ed energia rinnovabile per la costruzione delle nuove tecnologie del secolo. Le nuove necessità dello sviluppo industriale hanno obbligato la Cina e l'Unione Europea a ristabilire le priorità dei propri interessi commerciali, riconoscendo l'Africa come una nuova "Eldorado". Da qui, i due attori internazionali in questione hanno costruito un loro proprio approccio verso i Paesi africani, dei modelli strutturati per poter raggiungere in maniera rapida i propri obiettivi.
Nell’ultimo giorno della conferenza del Dialogo Shangri-La (Singapore, 2-4 giugno 2023), il consigliere di Stato cinese e ministro della Difesa Li Shangfu ha tenuto un discorso sulla nuova iniziativa di sicurezza cinese, sottolineando che “un nuovo percorso verso la sicurezza prevede il dialogo piuttosto che il confronto, la partnership piuttosto che l’alleanza e il vantaggio per tutti rispetto al gioco a somma zero”[1].
I persistenti attacchi condotti dalla milizia yemenita Houthi nel Mar Rosso hanno drasticamente impattato il commercio marittimo tra Asia ed Europa, ponendo seri problemi alla sicurezza delle catene di approvvigionamento via mare. Il Mar Rosso, grazie allo snodo strategico del Canale di Suez, garantisce il 12% del traffico commerciale globale e il 30% del traffico container globale, congiungendo i mercati asiatici ed europei.
Accusato di essere il principale canale di rifornimento di Israele, nel novembre scorso gli Houthi hanno avviato una campagna militare contro le navi commerciali in transito lungo le coste yemenite con l'obiettivo di voler tagliare i collegamenti marittimi di rifornimento e commercio di Israele per costringere lo Stato ebraico a porre fine al conflitto in territorio palestinese.
Tuttavia, sono stati registrati attacchi contro navi legate a più di una dozzina di paesi, rendendo chiara la volontà di tagliare le rotte commerciali israeliane ma portando a dirette conseguenze tutta l'Europa.