Pechino presenta dure rimostranze a Tokyo per le parole della premier Sanae Takaichi su una possibile “situazione di minaccia alla sopravvivenza” legata a Taiwan. La Cina pretende una rettifica formale e avverte: senza ritiro delle affermazioni, la crisi bilaterale potrebbe aggravarsi.
Aree di Crisi
Sorge quindi la domanda sul perché, in primo luogo, i partner regionali della Russia stiano accettando tutto ciò.
Da due anni noi occidentali ci illudiamo di riuscire a mettere in ginocchio la Russia e di fare entrare l’Ucraina nell’Unione Europea e nell’Alleanza Atlantica; nonché di portare in giudizio Vladimir Putin e di farla pagare cara alla Russia. Questo mito deve fare i conti con la realtà: Mosca dispone ormai di armi devastanti, senza eguali in Occidente, che rendono vana ogni speranza di vittoria delle nostre coalizioni. Saremo costretti a riconoscere di aver preso un abbaglio.
Il 20 ottobre 2025, le forze dell'ordine armene hanno attaccato Vardan Ghukasyan, il neoeletto sindaco dell'opposizione di Gyumri (la seconda città più grande dell'Armenia), in un'operazione di alto profilo. Le forze di sicurezza hanno circondato il municipio di Gyumri, si sono scontrate con decine di sostenitori di Ghukasyan e hanno rimosso con la forza il sindaco dall'incarico con l'accusa di corruzione. L'arresto di Ghukasyan ha immediatamente innescato proteste di massa.
Lo scorso 9 ottobre il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione che rischia di condurre il Vecchio Continente verso un conflitto più allargato e diretto con la Federazione Russa.
Nei giorni scorsi si sono verificati durissimi scontri tra Talebani afghani e soldati pakistani nelle aree di confine (tra cui il distretto di Kurram, nel Khyber Pakhtunkhwa) a causa dell’appoggio, semiufficiale, che Kabul avrebbe iniziato a fornire ai movimenti indipendentistici del Belucistan e al gruppo militante dei Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP), più comunemente noti come “Talebani del Pakistan”.
Dopo aver terminato il suo enfatico e teatrale intervento al parlamento israeliano, Trump è ripartito alla volta dell’Egitto, dove Sharm El Sheikh fa da sfondo a un vertice internazionale e alla cerimonia ufficiale di firma della prima fase del suo piano per Gaza. L’incontro, organizzato dal presidente Abdel Fattah al Sissi, punta a “porre fine alla guerra nella Striscia di Gaza, intensificare gli sforzi per raggiungere la pace e la stabilità in Medio Oriente e inaugurare una nuova era di sicurezza regionale”.
Di Stefano Vernole per Strategic Culture Foundation Accogliendo l’invito del Capo di Stato e delle autorità ecclesiastiche del Paese – si legge nel comunicato della sala stampa della Santa Sede di pochi giorni fa -, Papa Leone XIV compirà un viaggio apostolico in Turchia dal 27 al 30 novembre prossimo, recandosi in pellegrinaggio a İznik in occasione del 1700° anniversario del Primo Concilio di Nicea. Del viaggio in Turchia Prevost aveva già parlato con il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I (il “caro fratello”), nell’incontro avuto con lui il 19 maggio scorso, all’indomani della Messa d’inizio del suo Pontificato, confermando la volontà di incontrarsi a Nicea per l’anniversario dello storico Concilio che formulò il Simbolo, “la professione di fede in cui i cristiani di ogni confessione si riconoscono”. Una commemorazione a cui Leone XIV ha dichiarato di voler prendere parte, in quanto non si tratta di “un evento del passato”, come lui stesso aveva sottolineato a giugno durante l’udienza ai partecipanti al simposio “Nicea e la Chiesa del terzo millennio: verso l’unità cattolica-ortodossa”, ma di “una bussola che deve continuare a guidarci verso la piena unità visibile di tutti i cristiani”. Purtroppo, l’annunciata visita papale rischia di far sanguinare ulteriormente la ferita aperta tra gli Ortodossi e di silenziare le numerose questioni in corso tra il Patriarcato di Mosca e quello di Costantinopoli, una fra tutte quella della persecuzione della Chiesa Ortodossa Ucraina. Riepiloghiamo in breve quanto successo negli ultimi anni. Nel 1990 la Chiesa russa elevò l’esarcato ucraino a Chiesa Ortodossa Ucraina, autogovernata con diritti di ampia autonomia ma pur sempre sotto la giurisdizione di Mosca. Il suo primate era il metropolita Filaret Denysenko di Kiev e di tutta l’Ucraina; nel 1991, con la dissoluzione dell’URSS, l’Ucraina divenne uno Stato indipendente e la Chiesa ucraina decise di presentare una richiesta formale di autocefalia al Patriarcato di Mosca, che però non la concesse. La Chiesa russa ridusse Filaret allo stato laicale e nel 1997 lo anatemizzò: questa decisione fu accettata da tuti gli altri patriarcati ortodossi. Nel 2016 il Parlamento ucraino chiese al Patriarcato di Costantinopoli di concedere l’autocefalia alla Chiesa ucraina, richiesta poi reiterata nel 2018 dal Presidente Poroshenko a Bartolomeo I; i primati Maletic e Denysenko, insieme agli altri vescovi della Chiesa Ortodossa Autocefala Ucraina e della Chiesa Ortodossa Ucraina del Patriarcato di Kiev fecero appello al Patriarcato di Costantinopoli perché li facesse entrare nell’ambito canonico. La loro azione è tuttavia da considerarsi anticanonica, in quanto secondo il Pidalion (raccolta di leggi e canoni della Chiesa Ortodossa) non esiste un’autorità superiore al proprio patriarcato cui fare appello: solo un sinodo panortodosso può prendere decisioni su ogni chiesa e patriarcato1. Il sinodo del Patriarcato di Costantinopoli accettò l’11 ottobre 2018 nella comunione tutti i vescovi della Chiesa Ortodossa Autocefala Ucraina e della Chiesa Ortodossa Ucraina del Patriarcato di Kiev, effettuando un riconoscimento retroattivo delle ordinazioni fatte durante lo scisma. Il 15 dicembre 2018 Bartolomeo I convocò un sinodo unionista a Kiev, – a cui non partecipò il Metropolita...
Di Stefano Vernole per Strategic Culture Foundation Le quinte elezioni locali in Kosovo dalla dichiarazione di indipendenza del 2008 sono previste per il 12 ottobre 2025, con il secondo turno previsto per il 2 novembre. Gli elettori di 38 comuni eleggeranno sindaci e membri delle assemblee comunali. L’esito di queste elezioni avrà un impatto decisivo sulla stabilità politica del Kosovo e Metohija, sull’integrazione delle comunità minoritarie e sulla posizione internazionale del Paese. Se il Movimento per l’Autodeterminazione (LVV) dovesse mantenere o espandere il suo controllo sulla maggior parte dei comuni, ciò rafforzerebbe la posizione del Primo Ministro Albin Kurti nei negoziati con gli attori internazionali. Tuttavia, ciò potrebbe ulteriormente aggravare la polarizzazione interna, soprattutto se l’opposizione e la comunità serba percepissero le elezioni come non eque e non trasparenti. D’altro canto, una solida performance dei partiti di opposizione – il Partito Democratico del Kosovo (PDK), la Lega Democratica del Kosovo (LDK) e l’Alleanza per il Futuro del Kosovo (AAK) – potrebbe fungere da catalizzatore per la creazione di una coalizione politica più ampia, in grado di prendere l’iniziativa per stabilizzare la scena politica e rilanciare il dialogo con Belgrado sotto l’egida dell’UE. La comunità internazionale sta monitorando attentamente l’attuazione del Piano europeo per la normalizzazione delle relazioni 2023 e del suo allegato adottati a Ohrid. Le modalità di svolgimento delle elezioni locali serviranno da indicatore dell’impegno del Kosovo a onorare i propri obblighi internazionali, in particolare quelli relativi all’istituzione dell’Associazione dei Comuni a maggioranza serba (ASM) e alla tutela dei diritti delle minoranze. “Obblighi” che naturalmente non sono mai stati rispettati. Almeno 59 istituzioni e servizi serbi sono stati chiusi in tutto il Kosovo e Metohija durante le operazioni condotte dalla polizia albanese nel 2024: dagli organi amministrativi locali ai servizi postali fino ai centri per l’assistenza sociale. Nel corso degli anni, questi corpi sono serviti come rappresentazioni simboliche dell’autorità serba in Kosovo. Nel febbraio 2018, l’allora Ministro della Pubblica amministrazione e dell’autogoverno locale della Serbia, Branko Ružić, dichiarò che 29 organi provvisori contribuivano a mantenere l’ordine costituzionale serbo e garantivano la sicurezza dei serbi in Kosovo. All’inizio del 2025, solo otto di queste entità rimanevano operative. Nel maggio di quest’anno, la polizia di Pristina ha perquisito e sigillato un edificio nel nord del Kosmet, a maggioranza serba, da cui la Serbia avrebbe organizzato un sistema parallelo di gestione dell’acqua, provocando la reazione di Belgrado; secondo la Serbia si trattava di un ufficio della Croce Rossa a Zubin Potok, in cui venivano regolarmente svolti corsi di istruzione e formazione per giovani e ragazzi, addestramento al pronto intervento sanitario e in casi di emergenza, attività sportive e di accoglienza per atleti e turisti. Le chiusure sono iniziate in modo subdolo nel 2022, con l’acquisizione delle proprietà comunali a Strpce; alla metà del 2023 il processo aveva acquisito slancio, con lo smantellamento delle istituzioni municipali nel Kosovo settentrionale. Nel 2024 le chiusure si sono intensificate: banche, uffici del tesoro, direzioni per l’urbanistica, servizi pubblici, uffici postali, distributori di benzina … Nello...
La Palestina è sempre più vicina ai Brics, una mossa strategica per il mondo multipolare. Questo riconoscimento è fondamentale per promuovere la sua causa politica con il sostegno strategico dei Paesi emergenti