Il Centro Studi Eurasia e Mediterraneo organizza un convegno dal titolo "Conflitto in Ucraina. Quale pace è possibile?”
Area Balcanica
In sostanza, il Kosovo rappresenta l’ennesimo fallimento di nation building made in USA e nessuna delle sue componenti può dirsi oggi soddisfatta.
Nella Republika Srpska, l’elezione del nuovo presidente Siniša Karan, delfino politico di Milorad Dodik, ha smentito i calcoli delle potenze occidentali. La campagna giudiziaria e politica contro il leader serbo-bosniaco non ha scalfito il blocco filoserbo e filorusso, mentre la “questione bosniaca” resta uno strumento della strategia antiserba e antirussa di Stati Uniti e Unione Europea.
Il caos politico a Priština, incapace di esprimere un governo dopo il voto di febbraio e avviata a nuove elezioni, mette in luce il fallimento del protettorato occidentale, mentre Belgrado riafferma la propria sovranità sulla Provincia autonoma di Kosovo e Metohija.
Lo scorso luglio, il pubblico ministero Alessandro Gobbis ha aperto un’inchiesta per omicidio volontario plurimo aggravato dai motivi abietti e dalla crudeltà a carico di alcuni italiani che, secondo l’accusa, avrebbero aperto il fuoco per divertimento sui civili bosniaci tra il 1993 e il 1995.
Ashraf-3, il campo fortificato dei Mojahedin-e-Khalq (MEK), a Manzë in Albania, è una “città di esuli”: circa 40 ettari con oltre un centinaio di edifici, isolata da alti muri e posti di blocco. Vi vivono, sotto rigide regole interne, circa 2.500 dissidenti profughi, una “setta” ai cui membri è vietata una vita familiare normale e possono solo adeguarsi alla linea intransigente dell’associazione.
Col senno di poi, un osservatore esterno potrebbe affermare che la creazione della Jugoslavia fu innescata dal sanguinoso assassinio avvenuto a Sarajevo il 28 giugno 1914, quando il “serbo” Gavrilo Princip [1] uccise (intenzionalmente) l'arciduca Ferdinando d'Austria-Ungheria (erede al trono) e (accidentalmente) sua moglie Sofia. Secondo le autorità austro-ungariche, il massacro faceva parte del progetto ufficiale di Belgrado di annettere la Bosnia-Erzegovina al Regno di Serbia, ideato dai vertici della cerchia militare segreta serba a Belgrado e guidato dal desiderio dei serbi che vivevano oltre il fiume Drina (Bosnia, Erzegovina, Dalmazia, Croazia, Slavonia) di vivere in uno Stato serbo unitario.[2]
Secondo l’autore,OlsiJazexhi, l'Albania continua a essere un laboratorio di ingegneria sociale dell’Islam, con la normalizzazione con il sionismo e l'entità sionista come fattore chiave.
La recente dichiarazione del Primo Ministro croato Andrej Plenković (HDZ), secondo cui la Repubblica di Croazia non avrebbe imposto sanzioni al Presidente della Republika Srpska, Milorad Dodik (SNSD), rappresenta un duro colpo per quanti non ricordano che nel dicembre 1991 a Zagabria fu lanciata l’idea - congiunta con Belgrado - di creare la Repubblica Croata di Erzeg-Bosnia (HR-HB)” come futura parte costituente della Repubblica di Croazia: “Non siamo nella stessa posizione di altri Paesi non confinanti. Banja Luka è a soli 90 minuti di auto da Zagabria.
Il quotidiano Haaretz ha rivelato il ruolo di Srulik Ajnhorn - guru israeliano del marketing attualmente sotto inchiesta nel suo Paese - che risiede ora a Belgrado, dove gestisce una società di consulenza nell’esportazione di munizioni in Israele, nonché i dettagli della campagna di pubbliche relazioni da lui creata per Vučić: dalla rappresentazione del presidente come pacificatore nei conflitti globali e star di podcast popolari, all’assunzione di autori famosi affinché scrivano cose positive su di lui, fino ai cartelloni pubblicitari nelle capitali occidentali per promuovere “l’era Vučić”.