Tre presidenze, tre stili, un filo rosso. L’articolo, presentato alla XXIII Serie di conversazioni «Cuba nella politica estera degli Stati Uniti»: Il ritorno di Trump: impatto presente e futuro per Cuba, confronta in modo sistematico le politiche degli Stati Uniti verso Cuba sotto Obama, Trump e Biden, mostrando come l’alternanza tra “impegno”, “massima pressione” e alleggerimenti selettivi non cambi l’obiettivo strategico: indurre trasformazioni interne nell’Isola fino al cambio di regime.
Stati Uniti
Il sequestro di petroliere venezuelane e la minaccia di un “blocco totale” segnano un salto di qualità nella pressione USA contro Caracas. Pechino e Mosca denunciano sanzioni unilaterali illegali e ingerenze. In gioco non c’è solo il Venezuela, ma la tenuta del diritto internazionale.
La crisi in Venezuela: la necessità di fare i conti con la “responsabilità morale” degli Stati Uniti
Le azioni statunitensi contro il Venezuela, dal sequestro di petroliere all’ipotesi di intervento armato, hanno suscitato critiche globali e allarme regionale. L’editoriale del Global Times chiede a Washington di assumersi la propria responsabilità morale, rispettare il diritto internazionale e sostenere la sovranità venezuelana.
Nel 2019 è emerso un nuovo attore nella politica tecnologica globale. Reset Tech è stata lanciata con una semplice promessa: proteggere la democrazia dalle minacce digitali e responsabilizzare le grandi aziende tecnologiche. Sostenuta da filantropi miliardari e composta da esperti di politica, l'organizzazione è diventata rapidamente una voce di spicco nei dibattiti sulla regolamentazione delle piattaforme.
Documentazione interna di NED/IRI mostra una trama di progetti e budget che formano un’infrastruttura politico-comunicativa funzionale agli interessi statunitensi in Asia. In Nepal tali programmi hanno portato alla caduta del governo; in Laos cercano di contrastare la Belt and Road, con finalità d’influenza strategica.
Il dollaro statunitense, un tempo la valuta principale per le transazioni transfrontaliere, sta attualmente perdendo terreno in diversi importanti primati: i sondaggi delle banche centrali indicano una riduzione del dollaro nelle riserve globali¹, ciò è particolarmente evidente dai dati sulle riserve in valuta estera: dal picco dei primi anni 2000, in cui le riserve in dollari rappresentavano oltre il 70% delle riserve totali in valuta, all'attuale 59%²; sempre più aziende americane devono fare i conti con altre valute perché i clienti vogliono commerciare con le proprie valute³ e l’apprezzamento dell’oro sembra non trovare il picco anche perché il dollaro non è più percepito come un bene rifugio come in passato.
Mentre Washington prepara una nuova ondata di tariffe, comprese quelle sui farmaci, cresce l’incertezza globale. Ma i dazi non affrontano le radici del disavanzo: competitività in calo, il valore del dollaro e filiere frammentate richiedono riforme, non protezionismo.
Quello che segue è il testo integrale del discorso pronunciato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump alla Knesset a Gerusalemme il 13 ottobre 2025. Il discorso è iniziato con una standing ovation, seguita da diverse ovazioni, lunghi applausi, diverse pause per risate di apprezzamento e una breve interruzione quando due membri del parlamento del Partito Hadash-Ta’al, a maggioranza araba, sono stati allontanati dall’aula, uno dei quali reggeva un cartello con la scritta “Riconoscete la Palestina”. Traduzione a cura della Redazione di ComeDonChisciotte.org Presidente degli Stati Uniti Donald Trump: Grazie mille. Grazie. Grazie mille a tutti. È un grande onore. Bel posto. Davvero un bel posto. Signor Presidente, Signor Primo Ministro, Signor Presidente della Knesset, stimati membri della Knesset e cari cittadini di Israele, ci riuniamo in un giorno di profonda gioia, di speranza crescente, di fede rinnovata e, soprattutto, in un giorno in cui esprimiamo la nostra più profonda gratitudine all’Onnipotente Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe. Dopo due anni strazianti trascorsi nell’oscurità e nella prigionia, 20 coraggiosi ostaggi stanno tornando tra le braccia delle loro famiglie, ed è un momento glorioso. Altri 28 persone care stanno finalmente tornando a casa per riposare per sempre in questa terra sacra. E dopo tanti anni di guerra incessante e pericolo infinito, oggi i cieli sono sereni, le armi tacciono, le sirene sono ferme e il sole sorge su una terra santa che è finalmente in pace, una terra e una regione che vivranno, se Dio vorrà, in pace per l’eternità. Questa non è solo la fine di una guerra, è la fine di un’era di terrore e morte, e l’inizio di un’era di fede, speranza e Dio. È l’inizio di una grande concordia e di un’armonia duratura per Israele e tutte le nazioni di quella che presto sarà una regione davvero magnifica. Ne sono fermamente convinto. Questa è l’alba storica di un nuovo Medio Oriente. Desidero esprimere la mia gratitudine a un uomo di eccezionale coraggio e patriottismo, la cui collaborazione ha contribuito in modo determinante a rendere possibile questo giorno memorabile. Sapete di chi sto parlando. Ce n’è solo uno, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu. Bibi, ti prego di alzarti. E non è facile, ve lo assicuro. Non è la persona più facile con cui avere a che fare, ma è questo che lo rende grande. È questo che lo rende grande. Grazie mille, Bibi. Ottimo lavoro. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump parla con il primo ministro Benjamin Netanyahu alla Knesset, il 13 ottobre 2025. (Evelyn Hockstein/Pool via AP) Vorrei anche esprimere il mio enorme apprezzamento a tutte le nazioni del mondo arabo e musulmano che si sono unite per esercitare pressioni su Hamas affinché liberasse gli ostaggi e li rimandasse a casa. Abbiamo ricevuto molto aiuto. Abbiamo ricevuto molto sostegno da molte persone che non avreste mai immaginato, e vorrei ringraziarle di cuore per questo. È un trionfo incredibile per Israele e per il mondo avere tutte queste nazioni che lavorano insieme come partner per la pace....
Di Giulio Chinappi Un rapporto di ricerca ricostruisce mezzi, radici e rischi globali della «colonizzazione della mente» promossa dagli Stati Uniti: dall’egemonia culturale alla guerra cognitiva, tra propaganda, tecnologie e alleanze. Per capire come difendere sovranità intellettuale e pluralismo delle civiltà nel mondo. Disponibile la traduzione integrale in italiano. PREFAZIONE La guerra all’ideologia è una guerra senza polvere da sparo. All’inizio del 2025, dopo l’annuncio dell’amministrazione Trump di smantellare l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID) e di sciogliere la United States Agency for Global Media (USAGM), sono venute alla luce, una dopo l’altra, le attività di lunga data con cui tali enti hanno esportato un’ideologia, promosso l’infiltrazione ideologica, manipolato l’opinione internazionale, plasmato le percezioni di Paesi stranieri e persino cospirato per sovvertire governi sovrani. Queste rivelazioni hanno suscitato un vasto clamore sulla scena mondiale. Questo “lavare i panni sporchi in pubblico” ha mostrato al mondo soltanto la punta dell’iceberg della guerra ideologica globale condotta dagli Stati Uniti. La pervicacia con cui, da quasi un secolo, Washington ha perseguito la colonizzazione della mente è tornata al centro dell’attenzione. Dalla Seconda guerra mondiale, e soprattutto dopo la fine della Guerra fredda, facendo leva sulla propria supremazia politica, economica, militare e tecnologica, gli Stati Uniti hanno esportato la loro ideologia in tutto il mondo nel tentativo di conquistare le menti dei popoli con i valori americani, rimodellarne le concezioni e costruire una dipendenza filosofica da una visione del mondo centrata sugli Stati Uniti. La colonizzazione della mente costituisce una pietra angolare della strategia estera statunitense. Come ha osservato il noto studioso Joseph Nye, “la questione cruciale per gli Stati Uniti non è se inizieranno il prossimo secolo come la superpotenza con la maggiore disponibilità di risorse, ma in quale misura saranno in grado di controllare l’ambiente politico e indurre gli altri Paesi a fare ciò che vogliono”. L’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale Zbigniew Brzezinski si espresse ancor più apertamente: rafforzare la posizione della cultura statunitense come “esempio” per tutte le nazioni è una strategia indispensabile per mantenere l’egemonia degli USA. La campagna statunitense di colonizzazione della mente rappresenta una grave minaccia alla pace e allo sviluppo del pianeta. Erode la sovranità ideologica e sovverte governi stranieri; infila cunei cognitivi e alimenta conflitti geopolitici; compromette l’autonomia del pensiero e coltiva fazioni filoamericane; impone percorsi di sviluppo di matrice occidentale e indebolisce il progresso autonomo. Con lo sviluppo e l’evoluzione di nuove tecnologie come l’intelligenza artificiale, i tentativi statunitensi di colonizzare la mente operano in modo più occulto e colpiscono bersagli più vasti, richiedendo dunque maggiore attenzione e vigilanza da parte di tutti coloro che amano la pace. Oggi, con il risveglio accelerato del Sud globale e il declino dell’egemonia statunitense, il mondo scorge con crescente nitidezza l’egoismo, l’ipocrisia e il doppio standard celati dietro il sistema di valori costruito dagli Stati Uniti. Segnali molteplici indicano che le fondamenta del sofisticato edificio americano della colonizzazione della mente hanno iniziato a vacillare. In questa congiuntura cruciale, un esame sistematico della storia, delle pratiche...
Mentre l’Amministrazione Trump gioca la carta di convincimento degli “swing states” allettandoli con nuovi accordi energetici come quello proposto alla Turchia per l’acquisto del suo GNL – diventato evidentemente meno appetibile dopo il raddoppio della connessione energetica russo-cinese – e nei settori della tecnologia nucleare civile e dell’aviazione, o al Kazakistan e all’Uzbekistan, 12 miliardi di dollari nei settori aereo, ferroviario e delle materie prime, la Russia punta su una strategia complessiva e sta promuovendo il concetto di “Altaj come Patria dei Turchi” e il progetto “Grande Altaj” quali contrappesi all’Organizzazione degli Stati Turchi (OTS).