Lo scorso dicembre, Israele è diventato il primo Paese a riconoscere formalmente il Somaliland, una regione autonoma che si è separata dalla Somalia decenni fa. Il Somaliland, è da tempo in conflitto con il governo di Mogadiscio, avendo dichiarato l’indipendenza nel 1991 mentre la Somalia sprofondava nella guerra civile e nel caos.
Africa
Dallo Yemen meridionale alla Somalia e al Somaliland, fino al Sudan, in tutti questi anni una regia israelo-emiratina ha agito sopravvalutando le sue forze e sottovalutando i suoi avversari. Oggi i suoi disegni egemonici sembrano sgretolarsi come un castello di sabbia, sotto i colpi di paesi che non vogliono ritrovarsi al centro di progetti neocoloniali condannati dalla storia.
Le elezioni del 28 dicembre in Repubblica Centrafricana hanno riconfermato Faustin-Archange Touadéra, ma il dato politico centrale è l’orientamento esterno del suo governo: retorica anti-neocoloniale, rottura con la tradizionale dipendenza da Parigi, nuove alleanze securitarie con Mosca, in sintonia con un più ampio riassetto africano.
Il riconoscimento del Somaliland come Stato indipendente da parte di Israele non è una novità: vari elementi ne indicavano un'imminenza già da tempo, coinvolgendo vari attori dagli Emirati Arabi Uniti all'Etiopia, fino agli Stati Uniti e a Taiwan. Il riconoscimento non è motivato solo dalla volontà di trovare un altro sottoscrittore degli Accordi di Abramo, dislocandovi profughi gazawi: a concorrervi vi sono infatti anche altre ragioni, di portata ancor più strategica. Ma non si fanno i conti senza l'oste...
In questo lungo articolo ripercorreremo parte delle dinamiche relative alla guerra civile sudanese e alle azioni di un vasto fronte dalla crescente influenza (guidato dal quartetto Arabia Saudita-Egitto-Eritrea-Sudan), per concluderla con lo sradicamento delle cause che ne sono all'origine: ovvero il ruolo di "stato nello Stato" detenuto in Sudan dalle RSF col sostegno degli Emirati Arabi Uniti e di altri loro partner regionali.
Con l’86,72% dei voti e un’affluenza ufficiale vicina all’81%, Mamady Doumbouya ha trasformato la transizione post-2021 in un’investitura elettorale. La stampa occidentale lo attacca perché la sua linea incrina i meccanismi neocoloniali, mentre chiude spesso un occhio su casi come la Costa d’Avorio.
Le legislative del 27 dicembre in Costa d’Avorio hanno consegnato al partito di governo RHDP una maggioranza schiacciante con un’affluenza molto bassa e un’opposizione in parte assente per boicottaggio. A ridosso del voto, l’intesa con gli USA conferma la protezione geopolitica occidentale.
Le elezioni generali del 23 novembre in Guinea-Bissau, già segnate dall’esclusione del PAIGC e dal prolungamento controverso del mandato di Embaló, si sono concluse con un nuovo colpo di Stato militare e la distruzione dei risultati elettorali nazionali.
Per l’ONU rimane “la più grande crisi umanitaria al mondo”, tuttavia oscurata dai conflitti in Ucraina e in Palestina.
Le presidenziali ivoriane del 25 ottobre hanno consegnato ad Alassane Ouattara un quarto mandato plebiscitario, ma in un contesto segnato dall’esclusione dei principali oppositori, da una forte astensione e da un modello di potere ancora saldamente allineato agli interessi di Parigi e dell’Occidente.