13 Ottobre 2026

Africa

Nick Checker, il nuovo “Signor Africa” del Dipartimento di Stato, ha presentato “America First in Africa”, una tabella di marcia che intende riassumere la strategia dell’Amministrazione Trump per il continente. Lo slogan è d'impatto, ma il documento suona vuoto. Riflette sia una tardiva presa di coscienza sia un’ambizione eccessiva, con obiettivi ormai irraggiungibili.
Dopo tre anni di indicibili sofferenze per la popolazione, dopo Zamzam, dopo El-Fasher – nomi che rimarranno nella storia sudanese come quelli di catastrofi che il mondo aveva previsto ma non è riuscito a prevenire – la città di El-Obeid è minacciata dalla stessa sorte. Gli stessi attori sono all’opera: le Forze di Supporto Rapido del generale Hemedti.
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Di Leslie Varenne per Iveris Una grave sconfitta per alcuni, un semplice ripiegamento tattico per altri: dopo la caduta di Kidal e Tessalit, le battute d’arresto delle forze russes in Mali hanno riacceso i dubbi sulle loro capacità e sulla loro strategia. Ma al di là dello shock militare, si è imposta un’altra posta in gioco: la speranza, da parte del JNIM e dei suoi alleati del FLA, di veder riprodursi uno “scenario siriano”, in cui i russi si terrebbero fuori dal conflitto. Un’ipotesi che Mosca ha rapidamente scartato, riaffermando il proprio impegno al fianco di Bamako. Kidal, un simbolo Fin dalla “caduta” o dalla “liberazione” di Kidal — a seconda del campo in cui ci si schiera — gli analisti hanno moltiplicato le letture fortemente critiche della strategia russa in Mali. Sulla scia del Financial Times, in molti hanno presentato la riconquista di questa città da parte dei ribelli del FLA (Fronte di Liberazione dell’Azawad) alleati del JNIM (Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin), gruppo affiliato ad al-Qaeda e guidato da Iyad Ag Ghaly, come un'”umiliazione” per Mosca. Il ritiro dell’Africa Corps, successore dei paramilitari della Wagner, viene così descritto come un duro colpo. Se per alcuni di questi commentatori si tratta di una rivincita simbolica, legata al risentimento verso il potere di Bamako e i suoi partner russi dopo la partenza forzata delle forze francesi dal Sahel, resta il fatto che la perdita di Kidal costituisce effettivamente una catastrofe. La sua portata è commisurata alle manifestazioni e alle numerose celebrazioni che avevano accompagnato la sua riconquista da parte delle autorità maliane e dei loro partner nel novembre 2023. Kidal è più di una città: è il simbolo delle ribellioni tuareg contro lo Stato maliano. La mattina del 25 aprile, la piccola località è caduta come una foglia morta; tutto si è giocato nelle prime ore. I combattimenti sono stati brevi ma intensi. L’Africa Corps non comunica le proprie perdite, tuttavia diverse fonti riferiscono di numerosi morti e feriti tra le sue fila. A questo bilancio si aggiungono le perdite subite durante gli attacchi a Sévaré o a Gao, dove un elicottero pilotato da un equipaggio del Corpo africano è stato abbattuto. Questi elementi smentiscono, di passaggio, le voci secondo cui i russi avrebbero abbandonato il terreno senza combattere. Da parte maliana il conteggio è ancora più pesante, poiché alle numerose vittime si aggiungono centinaia di prigionieri. Nelle ore successive, i negoziati tra l’Africa Corps e il FLA hanno permesso un ritiro in sicurezza delle forze ruse e maliane. Queste trattative sarebbero state facilitate dall’Algeria, anche se Mosca disponeva di canali propri, come dimostra la liberazione, a metà aprile, di due geologi — un russo e un ucraino tenuti in ostaggio dal JNIM per due anni. Ad ogni modo, circa 400 uomini sono stati così evacuati sotto scorta verso altre posizioni. Questo ritiro, ottenuto senza uno scontro diretto, potrebbe fare luce sulla strategia perseguita dal JNIM. Da Kabul a Damasco: capire lo “scenario siriano” In un comunicato diffuso nella serata...