5 Settembre 2026

Marco Ghisetti

di Marco Ghisetti – Il Vaso Di Pandora Mentre l’offensiva ucraina si esaurisce sulle difese russe e il vertice della NATO a Vilnius conferma la strategia dell’attrito e della massima pressione contro la Russia, Sergej Karaganov, presidente onorario del Presidium del Consiglio per la Politica Estera e la Difesa della Federazione Russa nonché mente grigia del Ministero degli Esteri russo, ha pubblicato un articolo in cui condivide le riflessioni venute alla luce in quella che definisce “una delle riunioni più importanti dei 31 anni di storia” del Consiglio per la Politica Estera e la Difesa di cui è presidente onorario.
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FONTE ARTICOLO: https://geostrategy.rs/en/geopolitics/1316-vienna-security-round-table-security-policy-challenges-for-europe-2023 Il 30 marzo 2023 a Vienna si è tenuta la tavola rotonda internazionale “Le sfide della politica di sicurezza per l’Europa, 2023” in collaborazione con l’Associazione accademica di Vienna e il Centro di studi geostrategici e a cui hanno partecipato politici ed esperti provenienti da Germania, Italia, Francia, Serbia, Polonia, Siria e Austria. L’interessante discussione sul conflitto ucraino, sulla migrazione di massa, sull’approvvigionamento energetico e sull’attualità è stata presieduta da Patrick Poppel, esperto del Centro di studi geostrategici e analista politico austriaco. Nello stesso giorno, al Parlamento austriaco il Partito della Libertà ha manifestato il proprio disappunto per il discorso di Vladimir Zelenski – avvenuto con collegamento video in remoto – abbandonando la sessione parlamentare, poiché ritengono che ciò costituisca una violazione evidente della neutralità austriaca. Il presidente del Partito della Libertà austriaco Herberg Kickl ha dichiarato: “L’Austria, Paese neutrale, concede la parola al presidente di un Paese in guerra, che, potremmo dire, sta diffondendo la propaganda ucraina, della NATO e americana”. I partecipanti alla tavola rotonda “Le sfide della politica di sicurezza per l’Europa nel 2023” hanno appoggiato la posizione dei politici austriaci del Partito della Libertà. Christian Zeitz, direttore dell’Istituto di Economia Politica Applicata e membro dell’Associazione degli Accademici di Vienna, ha dato il benvenuto agli ospiti della conferenza e ha espresso il suo punto di vista e le sue preoccupazioni sull’attuale situazione politica in Europa. Andreas Molzer, ex membro dell’Unione Europea tramite il Partito della Libertà austriaco, ha aperto la tavola rotonda delineando il tema della sicurezza europea. Ha parlato di temi geopolitici, di sicurezza europea, di crisi dei migranti e di UE. Ha deplorato il fatto che l’Europa non abbia alcuna alternativa, cioè un’opzione diversa dall’integrazione europea, soprattutto dopo la Prima e la Seconda guerra mondiale. Dopo la fine del mondo bipolare, l’Europa ha iniziato a emanciparsi, ma questo processo si è ora definitivamente arenato. Abbiamo perso l’occasione offerta dal conflitto russo-ucraino per cambiare la nostra posizione o per tornare alle vecchie posizioni. L’attuale conflitto in Ucraina ha dimostrato che l’UE non ha ambizioni geopolitiche. L’UE aiuta militarmente l’Ucraina e l’Austria è uno degli ultimi Paesi rimasti neutrali. Il problema in Europa è che le strutture politiche non sono unificate, ad esempio l’Alternativa per la Germania, la Lega e la Meloni che rappresenta gli interessi euro-atlantici invece di essere orientata a destra. Il Partito della Libertà austriaco è l’unico partito che ha criticato l’apparizione e il discorso di Vladimir Zelensky in Parlamento. L’UE si è lasciata emarginare dalle grandi potenze. Molzer ha parlato anche dei problemi legati alle migrazioni di massa che in Europa si sono verificate negli ultimi anni. Egli ritiene che i sistemi sociali e sanitari europei non siano in grado di sostenere i costi dell’immigrazione di massa. Il politicamente corretto non sarà d’aiuto a nessuno, meno che meno a noi. Un errore in termini di sicurezza è stato commesso dai sistemi di sicurezza tedesco e nostro. C’è ancora però la possibilità di contenere i danni. La Gran Bretagna, ad...
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a cura de Il Vaso di Pandora In questi giorni, commentando la distruzione del Nord Stream, il ministro degli esteri russo ha affermato che “La Germania non è stata semplicemente umiliata, è stata messa al suo posto, nel posto del satellite degli Stati Uniti, che decide se la Germania possa svilupparsi economicamente e soddisfare i bisogni sociali dei suoi cittadini… lo scopo del sabotaggio è stato il fatto che l’amicizia russo-tedesca è diventata un problema perché minacciava la loro egemonia nel mondo”. Lo stesso Putin pochi giorni fa aveva detto che le truppe americane dislocate in Germania sono ufficialmente delle truppe di occupazione ma che non ha dubbi sul fatto che la sovranità verrà restituita all’Europa, anche se ci vorrà un po’ di tempo. Per quale ragione il ministro degli Esteri Lavrov utilizza dei termini così duri nei confronti dell’Europa? La politica estera russa nei confronti dell’Europa e della multipolarità. Nella Germania che, insieme agli altri Stati continentali europei è sempre più isolata, vi è un filo rosso nell’Europa centrale che collega le guerre mondiali del XX secolo. Ospite oggi in trasmissione MARCO GHISETTI Redattore di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, responsabile dell’ “Area anglosassone” presso il “Centro Studi Eurasia e Mediterraneo” e direttore della collana “I classici della geopolitica” presso Anteo Edizioni.
Mentre la Rand Corporation, centro studi vicinissimo al Pentagono, afferma che un “armistizio” o un “compromesso politico” con la Russia è “la massima priorità” perché la vittoria sul campo è “altamente improbabile” e per gli Stati Uniti “le conseguenze negative di una guerra lunga saranno gravi”, il vicepresidente del consiglio di sicurezza della Russia ed ex presidente Medvedev afferma che in Ucraina non ci sarà nessun armistizio o compromesso. Proprio oggi si registra una dichiarazione estremamente interessante: il capo della repubblica cecena Ramzan Kadyrov, uno dei principali falchi russi, afferma che “la missione militare speciale finirà prima della fine dell’anno. I paesi europei dovranno ammettere di aver sbagliato, l’Occidente si inginocchierà e, come sempre, i paesi europei dovranno cooperare con la Federazione Russia in tutte le sfere. Non dovrebbe esserci e non ci sarà mai un’alternativa a questo”, mentre Putin i giorni scorsi ha dichiarato che “: in un modo o nell’altro la sovranità verrà restituita all’Europa. A quanto pare ci vuole un po’ di tempo”. Nelle nuove frontiere intereuropee, ovvero nei due blocchi est-ovest che si sono creati in Europa e nella situazione di vera e propria guerra, la Russia ha voltato le spalle all’Europa o vuole paradossalmente ancora integrarsi con l’Europa? Che cosa accadrebbe all’Europa se non partecipasse ai progetti di integrazione eurasiatica? Ne parliamo in questa intervista a MARCO GHISETTI Redattore di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, responsabile dell’ “Area anglosassone” presso il “Centro Studi Eurasia e Mediterraneo” e direttore della collana “I classici della geopolitica” presso Anteo Edizioni, dove tra l’altro è stato appena tradotto e pubblicato per la prima volta in italiano questo testo della geopolitica tedesca: “Il blocco continentale. Mitteleuropa – Eurasia – Giappone”. Conduce CARLO SAVEGNAGO
A cura di Readovka Negli ultimi anni molti dei soci commerciali dell’Italia sono stati o distrutti (Jugoslavia, Libia, Iraq) o posti sotto regime sanzionatorio (Russia, Iran, Siria), danneggiando ulteriormente l’economia italiana. Marco Ghisetti, redattore della rivista di studi geopolitici “Eurasia”, editore di “Anteo Edizioni” e collaboratore del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo, ha espresso le seguenti osservazioni ad un giornalista dell’agenzia giornalistica russa Readovka. https://readovka.world/news/105637 Come sta reagendo alla crisi ucraina la società italiana? Ci sono persone in Italia che si oppongono all’invio di armi all’esercito ucraino? Innanzitutto, bisogna tener presente che il popolo italiano generalmente si interessa poco di politica, in particolare modo quella straniera. Fatta questa precisazione, inizialmente gli italiani furono colti di sorpresa dall’inizio dell’intervento militare russo in Ucraina e speravano che una soluzione pacifica potesse essere trovata il prima possibile. Ciò non significa che tifassero per l’uno o per l’altro schieramento, ma semplicemente che speravano che Russi e Ucraini si sedessero al tavolo delle trattative e stipulassero un accordo che, sebbene magri non definitivo, potesse per lo meno metter fine allo spargimento di sangue. Tuttavia, mano a mano che i combattimenti continuavano, e mano a mano che sia l’Unione Europea che il governo italiano fecero scelte politiche con l’obbiettivo non già di aiutare a cercare una soluzione pacifica, bensì di prolungare la guerra e favorire una parte specifica dello schieramento, la società italiana ha generalmente preso le distanze dall’operato del governo. Infatti, all’inizio si sperava che l’Italia potesse ricoprire il luogo del terzo super partes, in maniera piuttosto simile a quanto fatto dalla Turchia. È per questa ragione che la società italiana è, complessivamente, contro l’invio di armi. Un buon esempio di ciò è fornito dai lavoratori dell’aeroporto internazionale di Pisa, i quali, lo scorso marzo, smisero di lavorare allorquando scoprirono che ciò che stavano caricando sugli aerei consisteva in materiale bellico, non già in materiale non militare volto all’aiuto della popolazione civile. La medesima cosa vale per le sanzioni, le quali, oltre a danneggiare il ruolo dell’Italia nel mondo, danneggiando direttamente l’economia italiana e il benessere economico degli italiani. La guerra delle sanzioni ha delle ripercussioni sui cittadini italiani? Indubbiamente. E ciò perché le piccole e medie imprese italiane, che costituiscono l’ossatura dell’economia italiana, ne sono direttamente colpite. L’economia italiana è un’economia di trasformazione: compra risorse naturali e le trasforma in qualcos’altro. Le imprese italiane, non potendo più comprare le economiche risorse naturali russe, faticano a rimanere competitive sul mercato. Inoltre, negli ultimi anni innumerevoli soci commerciali dell’Italia sono stati o distrutti (Jugoslavia, Libia, Iraq) o posti sotto regime sanzionatorio (Russia, Iran, Siria), danneggiando ulteriormente l’economia italiana. Ciò mette a rischio la vera e propria sopravvivenza di queste aziende, favorendo però allo stesso tempo le grandi multinazionali e le grandi corporazioni straniere che intendono assorbire le fette di mercato che le morenti piccole e medie imprese abbandonano. Si può presumere che, quando le risorse naturali già stoccate finiranno (più o meno nel periodo autunnale), il peso delle sanzioni si farà sentire ancora di più:...
Il Pakistan è ritenuto il vero vincitore del rocambolesco ritiro statunitense dall’Afghanistan, vittoria che si aggiunge al sempre più solido legame di Islamabad con la Cina e all’aperto sostegno fornito alla Russia nei riguardi della guerra in Ucraina, oltre alla collocazione geograficamente strategica tra Medio ed Estremo Oriente e al fatto di essere l’unico Paese islamico dotato di armamento nucleare. È forse per questa ragione che si spiega la ragione dell’attuale crisi politica pakistana, con la quale sembra sia in corso un tentativo di cambio di regime (e quindi di rotta) all’interno della Terra dei puri. Ne parliamo con Daniele Perra, brillante e prolifico studioso di geopolitica che recentemente ha dato alle stampe il libro “La terra dei puri. Geopolitica ed ideologia del Pakistan” (scopri come acquistare il volume con il 20% di sconto), col quale fornisce un importante contributo alla comprensione di un Paese fin troppo ignorato e mal compreso nel panorama italiano. Il dott. Perra darà anche una lezione proprio sul Pakistan nel nostro corso l’Asia vista da Mosca e Pechino. Dottor Perra, il primo ministro pakistano Imran Khan ha recentemente denunciato quello che ritiene essere un tentativo di cambio di regime da parte di forze estere. Per quanto per ora Khan sia rimasto al potere, vi sono segni di forte tensioni interne, fomentate anche dai numerosi interessi che le grandi potenze nutrono nei confronti di questo Paese strategico. Come si stanno muovendo gli Stati mondiali nei confronti del Pakistan, e chi potrebbe essere interessato ad attuare un cambio di regime? Innanzitutto è bene chiarire che la situazione è ancora in evoluzione. Imran Khan è riuscito inizialmente ad evitare il voto di sfiducia grazie ad una prima dichiarazione di incostituzionalità da parte del Presidente dell’Assemblea, ma, in un secondo momento, è stato messo in minoranza dal parlamento. Oggi, il nuovo Primo Ministro pakistano è il politico e uomo d’affari Shehbaz Sharif, fratello del più noto Nawaz Sharif, e presidente del Pakistan Muslim League (Nawaz): Partito fondato dallo stesso Nawaz nel 1993 dopo la dissoluzione dell’Islamic Democratic Alliance. Dunque, in qualche modo (per mezzo di una manovra parlamentare di compravendita di seggi, qualcosa a cui siamo abituati anche in Italia), il cambio di regime si è già concretizzato. A questo proposito, si rende necessaria un breve digressione per meglio capire il panorama politico pakistano. Ad oggi, sono tre i principali Partiti politici in Pakistan: il già citato PML(N), il Partito del Popolo Pakistano (PPP), facente riferimento alla famiglia Bhutto-Zardari, ed il Pakistan Tehreek-e-Insaf (il Movimento pakistano per la giustizia legato alla figura dell’ex campione di cricket Imran Khan). I primi due Partiti hanno in qualche modo segnato la storia politica del Pakistan degli ultimi cinquanta anni, alternandosi al potere con periodi di dittatura militare. Il PPP venne fondato da Zulfiqar Ali Bhutto (padre di Benazir) sul finire degli anni ’60 del secolo scorso. Questo, inizialmente, aveva un orientamento di tipo socialista-nazionale. Bhutto nazionalizzò l’industria dell’acciaio pakistana e cercò di attuare una politica di bilanciamento tra Stati Uniti ed...
Articolo Originale:  https://mundo.sputniknews.com/20211108/occidente-no-aceptara-canjear-deuda-por-acciones-climaticas-1117987164.html?modal=feedback I negoziati tra i vari membri del G20 sono stati difficili. In particolare, il Ministro degli Esteri russo Lavrov ha definito come offensivo ed irrispettoso il tentativo dell’Occidente di imporre il 2050 come termine entro il quale va raggiunta la neutralità carbonica. Come può caratterizzare la posizione dell’Occidente e, in particolare, dei paesi anglosassoni al riguardo? Lavrov ha definito irrispettosa la proposta dei Paesi occidentali, ed in particolare dei Paesi anglosassoni, poiché il termine del 2050 era stato fissato anticipatamente dal Gruppo dei Sette (dove i Paesi anglosassoni rivestono il peso maggiore), che durante il G20 ha richiesto agli altri Paesi di accettare quanto da loro deciso autonomamente. Per la Russia una simile scadenza, fissata senza che fosse interpellata, non può che essere problematica, poiché la vendita di risorse naturali riveste una enorme importanza nell’economia e nella statura geopolitica della Russia. Inoltre, Mosca sta cercando di sviluppare una propria e forte indipendenza tecnologica, anche per quanto concerne la transizione energetica, rendendosi più autonoma dalle tecnologie straniere. È un progetto delicato che richiede tempo. Lo sviluppo della sovranità tecnologica sarà infatti una delle più importanti componenti nella competizione tra le potenze nel futuro prossimo: l’Occidente, e in particolare il mondo anglosassone, gode di un notevole vantaggio rispetto alla Russia in questo settore, per quanto la Russia stia recuperando il vantaggio in certi settori. I Paesi che godono di vantaggio tecnologico hanno chiaramente l’interesse ad imporre le proprie scadenze agli altri Stati. Inoltre, i Paesi anglosassoni hanno l’interesse a staccare l’Europa occidentale dalla Russia, sia in campo energetico che in quello tecnologico. Imporre agli stessi Paesi dell’Europa occidentale la cosiddetta transizione verde, impedendo così all’Europa di comprare le risorse energetiche russe o di sviluppare con lei una sorta di sinergia tecnologica, è funzionale al loro progetto di impedire che si formi una forte collaborazione tra i due estremi del continente europeo. Il primo ministro Mario Draghi ha parlato di trilioni di dollari che il settore privato sarebbe disposto ad investire nella transizione ecologica a livello globale. Come valuta le capacità del G20 e, in particolare, dell’Occidente di gestire queste risorse al fine di combattere i cambiamenti climatici? Il leitmotiv del cambiamento climatico è uno degli strumenti con cui l’Occidente, ovvero il mondo all’interno dell’orbita d’influenza statunitense, giustifica la propria corsa verso la quarta rivoluzione industriale. L’obiettivo della transizione verde non è, a contrario di quanto il suo nome dà ad intendere, combattere il cambiamento climatico, quanto quello di far affossare la medio-piccola impresa nazionale trasferendo gli impianti produttivi alle grandi multinazionali transnazionali, che sono private e che cercano di imporre questa quarta rivoluzione industriale. È perciò naturale che Mario Draghi sostenga che saranno i privati ad investire e mettere sul banco le risorse necessarie alla transizione. Un altro grande tema è stata la lotta contro la pandemia. La dichiarazione finale riconosce l’importanza di elaborare standard comuni riguardo ai certificati di vaccinazione. Ciononostante, i vaccini russi e cinesi non sono riconosciuti in Occidenti (e viceversa). Potrebbe valutare la componente...