15 Ottobre 2026
output (4)
Il Caucaso è tornato a essere uno dei banchi di prova più caldi della geopolitica globale, e al centro di questa trasformazione c’è l’Armenia. Tra scossoni politici interni, un drastico riposizionamento strategico e il trauma ancora vivo della perdita del Nagorno-Karabakh, Yerevan sta faticosamente ridisegnando la propria identità internazionale. Sotto la guida del premier NikolPashinyan, il Paese ha scelto di accelerare la sua spinta verso l’Occidente. La strada verso il cambiamento è però tutt'altro che unanime: tra dipendenze economiche, legami energetici e un’opposizione che continua a guardare verso Mosca, in molti si chiedono se l’Armenia possa davvero recidere il cordone ombelicale russo senza sprofondare nell’isolamento. Una scommessa complessa e rischiosa, che ridefinisce non solo i confini della politica armena, ma l’intero equilibrio di potere nella regione.

di Loris Pirozzi

Il Caucaso è tornato a essere uno dei banchi di prova più caldi della geopolitica globale, e al centro di questa trasformazione c’è l’Armenia. Tra scossoni politici interni, un drastico riposizionamento strategico e il trauma ancora vivo della perdita del Nagorno-Karabakh, Yerevan sta faticosamente ridisegnando la propria identità internazionale. Sotto la guida del premier NikolPashinyan, il Paese ha scelto di accelerare la sua spinta verso l’Occidente. La strada verso il cambiamento è però tutt’altro che unanime: tra dipendenze economiche, legami energetici e un’opposizione che continua a guardare verso Mosca, in molti si chiedono se l’Armenia possa davvero recidere il cordone ombelicale russo senza sprofondare nell’isolamento. Una scommessa complessa e rischiosa, che ridefinisce non solo i confini della politica armena, ma l’intero equilibrio di potere nella regione.

La scommessa di Pashinyan: il voto e la nuova rotta occidentale

L’Armenia sta vivendo in questi anni una svolta storica importante, e per comprenderla bisogna partire dal suo timoniere: Nikol Pashinyan. Primo ministro dal 2018, anno in cui la “Rivoluzione di velluto” – la massiccia ondata di proteste pacifiche e di disobbedienza civile scoppiata contro la nomina a un terzo mandato di Serzh Sargsyan – lo ha portato al potere sull’onda di una massiccia mobilitazione popolare contro la vecchia nomenclatura. Nonostante le pesanti turbolenze geopolitiche e le enormi pressioni seguite alle sconfitte militari nel Nagorno-Karabakh, culminate con la perdita definitiva del territorio e l’esodo della popolazione armena, Pashinyan è riuscito a vincere le ultime elezioni parlamentari nel 2026. La vittoria arrivata con il 49% dei consensi, ha consentito a Pashinyan di formare un nuovo governo, sebbene non disponga della maggioranza costituzionale. Il Premier armeno può comunque proseguire la sua coraggiosa lotta politica adottata negli ultimi anni che prevede una progressiva riduzione del legame con Mosca e un avvicinamento all’Unione Europea e un dialogo più stretto con gli Stati Uniti. I rapporti con Bruxelles hanno conosciuto una grande accelerazione negli ultimi anni culminata con il Summit UE-Armenia che si è svolto a Yerevan il 4 e 5 maggio del 2026. Un traguardo reso possibile anche dalla legge adottata dal Parlamento armeno per avviare formalmente il processo di adesione all’Unione Europea. 

Il legame storico con Mosca

Dopo il crollo dell’URSS, nonostante la ex Repubblica Socialista Sovietica d’Armenia contasse appena l’1,84% di residenti etnicamente russi, Mosca ha potuto continuare a fare leva sull’uso diffuso della lingua russa e sulla comune memoria sovietica. A questi si aggiungeva il prevalente orientamento verso la Russia dei flussi economici e migratori locali, nonché la costante presenza militare sul territorio: le truppe di Mosca vi stazionano infatti da circa un trentennio, in particolare presso la 102ª base militare di Gyumri (sebbene il Presidente Vladimir Putin abbia recentemente dichiarato la disponibilità a ritirare il contingente qualora Yerevan lo ritenesse opportuno). L’evoluzione dell’Armenia dal 1991 è stata fortemente condizionata dal lascito sovietico sia a livello politico sia per quanto riguarda rapporti reciproci. La Russia ha rappresentato per molto tempo il perno fondamentale per la sicurezza armena nel confronto con i propri vicini ostili, oltre all’Azerbaijan, con cui Yerevan è stata a lungo in conflitto per il controllo del Nagorno-Karabakh, l’Armenia confina a ovest con la Turchia, erede dell’Impero Ottomano che annientò nel 1915 la popolazione armena, evento storicamente riconosciuto come il Genocidio Armeno, che però ancora oggi Ankara continua a negare. Proprio con la Turchia — storico alleato di Baku che mantiene i confini sigillati con Yerevan dal 1993 — l’Armenia ha avviato lo scorso anno un parallelo processo di normalizzazione con l’obiettivo di riaprire le frontiere commerciali, spezzare il proprio isolamento geografico ed entrare nei corridoi strategici eurasiatici. Per questi motivi, nonostante la vittoria di Pashinyan, nel Paese resta solida un’opposizione che alle ultime elezioni ha raccolto circa il 35% dei consensi. Il voto antigovernativo si è concentrato attorno a tre principali formazioni che, pur divise tra loro, concordano sull’urgenza di rinsaldare i legami con Mosca e di rivedere i termini del processo di riconciliazione con Baku. Tuttavia, sebbene tra Yerevan e Mosca esista un legame storico strutturale, l’influenza russa nel Caucaso ha subito negli ultimi anni un netto ridimensionamento. Tutti i tre Paesi del Caucaso hanno iniziato a rivalutare i rapporti con Mosca, che non rappresenta più un garante di sicurezza credibile per l’Armenia, non rappresenta un deterrente convincente per l’Azerbaijan, e di fatto non viene descritta come una minaccia dall’attuale governo di Tbilisi. La crepa nei rapporti tra Armenia e Federazione Russa si è aperta nel 2020, a causa del mancato intervento di Mosca a sostegno della popolazione locale della Repubblica dell’Artsakh[1] (il nome Artsakh è stato adottato dalla popolazione armena locale con un referendum nel 2017. Il Referendum ha portato al cambiamento ufficiale da Repubblica da Repubblica del Nagorno-Karaback a Repubblica dell’Artsakh) durante la Seconda guerra del Nagorno-Karabak. Yerevan contava sull’assistenza russa nell’ipotesi di un’escalation con l’Azerbaigian; tuttavia, la dirigenza armena aveva già iniziato a comprendere come le garanzie difensive stipulate con la Russia non coprissero direttamente il territorio del Karabakh. Mosca ha infatti giustificato il proprio disimpegno evidenziando che l’attacco azero colpiva la Repubblica dell’Artsakh — entità autoproclamatasi indipendente ma mai riconosciuta dalla Russia (né dalla Comunità Internazionale). Un altro segnale di disinteresse da parte della Russia è avvenuto nel 2022, quando alcuni sedicenti ambientalisti azeri, con il sostegno del Governo di Baku, bloccarono il corridoio di Lachin, l’unica strada che collegava l’Armenia al Nagorno-Karabakh, creando una forte crisi umanitaria nella regione. In quell’occasione le Forze russe non sono intervenute per ripristinare il transito, anche a causa del profondo assorbimento di risorse ed energie di Mosca nel conflitto in Ucraina. La frattura è diventata definitiva nel settembre 2023 con la fulminea offensiva militare azera nel Nagorno-Karabakh, che ha portato al totale disarmo delle forze armate dell’Artsakh e alla conseguente dissoluzione della Repubblica autoproclamata. Oggi, bisogna sottolineare che nonostante l’avvicinamento a Bruxelles, il formale congelamento della partecipazione alla CSTO (Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva) – alleanza militare nata nel 1992 che comprende oltre ad Armenia e Russia, anche Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan – e la rimozione sello status di “alleato strategico”, l’Armenia non ha intenzione di uscire bruscamente dal mercato economico russo. Mosca rimane infatti il principale mercato di sbocco per le esportazioni armene, oltre ad assicurarne quasi interamente il fabbisogno energetico e di gas a prezzi agevolati. Per questo motivo, pur perseguendo una diversificazione strategica e diplomatica verso l’Occidente per ridurre le proprie vulnerabilità, Yerevan mantiene tuttora relazioni pragmatiche ed economicamente imprescindibili con la Federazione Russa. 

Yerevan – Baku e il conflitto del Nagorno-Karabakh

Uno degli obbiettivi principali del Governo di Nikol Pashinyan riguarda il processo di normalizzazione delle relazioni e di pace con Baku. La disputa contemporanea per il controllo del Nagorno-Karabakh (o Repubblica dell’Artsakh) ha affondato le sue radici nella fase di disgregazione dell’Unione Sovietica, a partire dal febbraio 1988. In precedenza, la regione — storicamente parte della Grande Armenia antica — era stata incorporata nell’Impero russo all’inizio dell’Ottocento. Dopo la Rivoluzione d’Ottobre del 1917 e la breve parentesi della Repubblica Federale Democratica Transcaucasica, il territorio rimase acutamente conteso tra le neonate repubbliche d’Armenia e d’Azerbaigian tra il 1918 e il 1920. Nel 1920 l’esercito bolscevico conquistò la regione, e il Nagorno Karabakh entrò a far parte dell’Unione Sovietica. Nonostante la popolazione della regione fosse composta da più del 90% da armeni, nel 1921 Stalin decise di dare vita all’Oblast’ Autonomo del Nagorno Karabakh, all’interno della Repubblica Socialista Sovietica Azera. Con il crollo dell’URSS, la popolazione armena della regione, con il supporto del vicino Stato armeno, rivendicò la propria indipendenza dall’Azerbaigian. Nel dicembre 1991 la popolazione armena si espresse a favore dell’indipendenza e venne così proclamata la nascita della Repubblica dell’Artsakh, nome che divenne ufficiale con un referendum nel 2017. L’indipendenza della regione non è mai stata riconosciuta dalla Comunità Internazionale e dall’Azerbaigian, e questo ha portato nel 1992 alla guerra del Nagorno Karabakh, tra la Repubblica dell’Artsakh e l’Azerbaigian, che si concluse con il Nagorno Karabak che si consolidò come Repubblica de facto sotto la protezione di Yerevan. La guerra costò la vita a circa 30 mila persone (molte di queste furono civili azeri uccisi da parte dell’esercito armeno) e aggravò la già difficile condizione economica della regione. Dopo la guerra iniziarono i negoziati tra i due Paesi che però non portarono molti risultati. Forte del costante riarmo e della modernizzazione delle proprie Forze Armate, Baku ha infine rotto lo status quo con la forza: dapprima con la breve «Guerra dei quattro giorni» nel 2016, poi con la Seconda guerra del Nagorno-Karabakh nell’autunno del 2020. Il capitolo definitivo è stato scritto il 19 settembre del 2023 quando l’Azerbaigian ha lanciato un’offensiva militare e ha ottenuto una schiacciante vittoria che ha portato la resa definitiva e la fine della Repubblica dell’Artsakh. La sconfitta ha provocato l’esodo di migliaia di armeni verso la vicina Armenia. A ottobre 2023 l’unione Europea ha accusato l’Azerbaigian di aver condotto una “pulizia etnica” contro gli armeni della Repubblica dell’Atsahk.  A fronte di questa svolta traumatica, il dialogo tra il Premier armeno Nikol Pashinyan e il Presidente azero Ilham Aliyev è proseguito tra crescenti difficoltà. I due leader politici sono riusciti ad avere un confronto nell’agosto del 2025. L’incontro si è tenuto a Washington, con la mediazione della Casa Bianca, per stringere un accordo di pace. Tra i nodi geopolitici più complessi figurano la definizione del tracciato di confine, il ripristino delle vie di comunicazione regionali — su tutte la creazione del conteso «Corridoio di Zangezur» verso l’exclave azera del Nakhchivan — e le garanzie difensive per le popolazioni di frontiera. L’incontro sebbene ancora in assenza di un trattato complessivo, ha inaugurato una fase inedita nei rapporti tra i due Paesi dopo oltre un trentennio di ostilità, incentrata sulla Rotta di Trump per la pace e la prosperità internazionale. Dietro le vesti di mediatore neutrale, tuttavia, l’attivismo di Washington nel Caucaso risponde a precisi calcoli di realpolitik: l’obbiettivo prioritario degli Stati Uniti è l’inserimento permanente in un hub strategico per arginare la storica influenza della Russia nella regione e isolare l’Iran, tagliando fuori i due rivali delle rotte commerciali euroasiatiche. L’ostacolo di natura politico-costituzionale rimane tuttavia il più insidioso: Baku esige infatti la rimozione formale, dal preambolo della Costituzione armena, di qualsiasi richiamo alla Dichiarazione d’Indipendenza del 1990 e all’unificazione con il Nagorno-Karabakh. Per Yerevan si tratta di una riforma estremamente delicata, che richiederebbe una maggioranza qualificata dei due terzi in Parlamento e l’approvazione tramite referendum popolare. Nel Paese la frattura sociale è profonda: sondaggi condotti a metà 2025 indicano che circa il 40% degli armeni si oppone fermamente ai termini delle concessioni richieste da Baku, mentre l’opinione pubblica resta segnata dall’impatto dell’esodo del 2023. Non solo la popolazione armena non è fiduciosa e a favore delle richieste fatte da Baku, ma in Azerbaijan i cittadini temono che i futuri governi armeni possano invocare quel preambolo, che fa riferimento alla Dichiarazione d’indipendenza del 1990 e che quindi potrebbe riportare i due Paesi in guerra. A complicare ulteriormente la situazione vi è la posizione di Samvel Šahramanyan, ultimo Presidente della Repubblica dell’Artsakh: rifugiatosi a Yerevan, Šahramanyan ha successivamente tentato di invalidare il decreto di scioglimento firmato nel settembre 2023, mantenendo attiva in territorio armeno una struttura di governo in esilio.

Il futuro dell’Armenia tra Mosca e Bruxelles

L’Armenia sta vivendo un importante periodo di cambiamenti. Il percorso intrapreso da Yerevan non punta a un brusco ribaltamento delle alleanze, bensì a una complessa ed estremamente delicata strategia di diversificazione. Consapevole di non potersi permettere una rottura totale con la Russia, da cui dipende in maniera quasi strutturale sul piano energetico, economico e delle esportazioni, l’Armenia di Nikol Pashinyan cerca di costruire un’architettura di sicurezza e diplomazia a doppio binario. L’apertura verso l’Unione Europea e gli Stati Uniti non rappresenta dunque la volontà di recidere ogni legame con il Cremlino, ma il tentativo di ridurre le proprie vulnerabilità individuali, creando un’alternativa. L’Armenia si trova così a percorrere una delicata strada geopolitica, se da un lato la ‘rotta occidentale’ offre nuove garanzie istituzionali e uno sbocco di ammodernamento democratico, dall’altro le relazioni Mosca rimangono un pilastro irrinunciabile per l’economia del Paese. Il successo della politica estera di Yerevan dipenderà proprio dalla capacità della dirigenza armena di gestire questo doppio canale: rinegoziare la propria autonomia senza provocare la reazione distruttiva di Mosca e, al tempo stesso, giungere a una pace duratura e reale con l’Azerbaigian senza compromettere la propria sovranità interna.

Bibliografia

A. Ferrari, Storia del Caucaso. Una frontiera eurasiatica dall’antichità a oggi, Carocci Editore, Roma, 2026.

E. Aliprandi, La guerra per il Nagorno Karabakh. Armenia, Azerbaigian e un popola alla ricerca della pace, Archivio Storia, 2023.


[1] Nel linguaggio mediatico internazionale le due definizioni (Nagorno Karabakh e Artsakh) sono state usate in modo intercambiabile fino alla dissoluzione dell’entità de facto.

Iscriviti alla nostra Newsletter
Enter your email to receive a weekly round-up of our best posts. Learn more!
icon