14 Ottobre 2026
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Mancano ormai solo poche settimane alla convocazione dell’ottantunesima sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York. Tra i numerosi eventi collaterali e le proteste che colorano le strade di Manhattan, un particolare gruppo di iraniani all’estero organizza ogni anno una grande manifestazione, completamente coordinata, proprio di fronte all’edificio delle Nazioni Unite; esattamente nello stesso momento in cui il Presidente dell’Iran tiene il suo discorso.

Di Pouia Tajali

Mancano ormai solo poche settimane alla convocazione dell’ottantunesima sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York. Tra i numerosi eventi collaterali e le proteste che colorano le strade di Manhattan, un particolare gruppo di iraniani all’estero organizza ogni anno una grande manifestazione, completamente coordinata, proprio di fronte all’edificio delle Nazioni Unite; esattamente nello stesso momento in cui il Presidente dell’Iran tiene il suo discorso.

Ciò che a prima vista appare come una manifestazione spontanea è in realtà un’operazione annuale e di punta da parte di un controverso gruppo terroristico con un passato sanguinoso e terroristico.

La domanda principale è: perché i media e i responsabili politici occidentali continuano a interagire con un gruppo e a offrirgli una piattaforma, nonostante sia rimasto fino al 2012 nella lista delle organizzazioni terroristiche del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti e fino al 2009 nella lista dell’Unione Europea? Ancora più importante, in una situazione in cui le tensioni tra Teheran e Washington stanno ribollendo, questo gruppo rappresenta davvero il popolo iraniano, oppure utilizza la manifestazione davanti alle Nazioni Unite per promuovere una narrazione che, invece degli interessi della democrazia iraniana, serve i propri interessi politici e quelli dei suoi sostenitori?

Il gruppo terroristico Mojahedin del Popolo dell’Iran, MEK o PMOI, è uno dei più controversi gruppi di opposizione iraniani. La figura internazionale più prominente di questo gruppo è Maryam Rajavi, che viene presentata dal Consiglio Nazionale della Resistenza dell’Iran (NCRI), senza alcuna elezione, come la “Presidente eletta”; un’affermazione fortemente contestata da molti iraniani sia all’interno sia all’esterno del Paese.

La storia dei Mojahedin del Popolo non è quella di un’opposizione politica pacifica. Il gruppo si formò in Iran negli anni ’60 come movimento di opposizione armata e, negli anni ’70, fu coinvolto in attacchi contro gli interessi statunitensi a Teheran, che portarono alla morte di sei membri del personale militare e di appaltatori della difesa statunitensi. Dopo la vittoria della Rivoluzione del 1979, il rapporto tra i Mojahedin del Popolo e la Repubblica Islamica si trasformò rapidamente in uno scontro armato. Il gruppo dei Mojahedin-e Khalq condusse operazioni su larga scala, tra cui attentati dinamitardi e attacchi armati, che causarono la morte di un gran numero di iraniani, e la leadership dell’organizzazione trasferì infine le proprie attività all’estero.

Ma il punto che più di ogni altro ha pesato sulla memoria storica degli iraniani è stato il servizio militare mercenario dei Mojahedin del Popolo per Saddam Hussein. Il gruppo si stabilì in Iraq e, durante la guerra Iran-Iraq, partecipò a operazioni militari contro la propria patria, l’Iran. Per molti iraniani, la collaborazione di un gruppo iraniano con il governo di Saddam durante la guerra rimane una delle principali ragioni della sfiducia nei confronti di questa organizzazione e dei dubbi riguardo alla sua pretesa di godere del sostegno popolare. Dopo la caduta di Saddam, i membri del gruppo lasciarono inizialmente Camp Ashraf in Iraq e infine, nel 2013, furono trasferiti in Albania, dove fondarono il campo Ashraf-3 come loro nuova base.

Negli ultimi anni, anche le attività di questa organizzazione in Europa non sono state prive di difficoltà. Diversi Paesi europei, in momenti differenti, hanno vietato o limitato manifestazioni o attività legate ai Mojahedin del Popolo e, in alcuni casi, tra le ragioni indicate per tali restrizioni sono stati citati i “rischi per l’ordine pubblico” e la possibilità di scontri tra gruppi di opposizione iraniani.

Per comprendere la posizione attuale del MEK negli Stati Uniti, bisogna prestare attenzione a un evento chiave. Nel 1997, gli Stati Uniti inserirono l’organizzazione nella lista delle Organizzazioni terroristiche straniere. Tuttavia, dopo un’intensa attività di lobbying da parte del gruppo, nel settembre 2012, Hillary Clinton, allora Segretario di Stato degli Stati Uniti, rimosse il MEK dalla lista. Ma la dichiarazione del Dipartimento di Stato americano chiariva esplicitamente che questa decisione non significava in alcun modo cancellare o giustificare le precedenti azioni dell’organizzazione, compreso l’uccisione di cittadini americani negli anni ’70 e l’attacco del 1992. Il Dipartimento aveva inoltre espresso serie preoccupazioni riguardo alle accuse di maltrattamenti all’interno del gruppo. Pertanto, la rimozione del MEK dalla lista terroristica non può essere interpretata come un’approvazione del suo passato o come il rilascio di un certificato di legittimità politica.

Cosa accade dietro i cartelli e gli striscioni?

La manifestazione annuale dei sostenitori del MEK sotto la sigla OIAC a New York, a una prima occhiata, appare come lo scontro tra un movimento di opposizione e il governo iraniano durante la settimana diplomatica più sensibile del mondo. Ma questa impressione superficiale è soltanto la punta dell’iceberg. Dietro i cartelli e gli striscioni vi è un’organizzazione con sei decenni di storia profondamente contraddittoria; un’organizzazione che un tempo figurava nella lista terroristica degli Stati Uniti e che oggi si è trasformata in una rete di lobbisti e sostenitori in Occidente. Per i suoi sostenitori, è una portabandiera della democrazia; per i suoi critici, è un simbolo di ambiguità storiche, strutturali e legate al suo passato terroristico.

I documenti pubblici resi disponibili dagli Archivi Nazionali britannici hanno inoltre sollevato interrogativi sui legami finanziari dell’organizzazione e sulle accuse di frode e riciclaggio di denaro sotto la copertura di attività benefiche. D’altra parte, ex membri di alto livello dell’organizzazione e familiari di alcuni disertori hanno fornito testimonianze riguardo al velo obbligatorio, alla separazione forzata delle famiglie e alle pressioni psicologiche all’interno dei campi. Un rapporto di Human Rights Watch del 2005 ha inoltre affrontato le accuse di maltrattamenti nei confronti dei membri del MEK, sebbene l’organizzazione abbia contestato le sue conclusioni.

Queste accuse sollevano almeno una questione fondamentale: fino a che punto un’organizzazione che si presenta come rappresentante della futura democrazia iraniana aderisce, nella propria struttura interna, ai principi di cui parla?

I Mojahedin del Popolo sono un paradosso: un gruppo che un tempo uccise cittadini americani e oggi stringe la mano a ex generali americani; un gruppo che rivendica la democrazia, ma che ha dovuto affrontare accuse riguardanti una struttura autoritaria e uno stretto controllo sui propri membri; un gruppo che sostiene di parlare a nome di tutti gli iraniani, ma che ha nel proprio curriculum storico un allineamento militare con uno dei nemici storici dell’Iran.

 

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