14 Ottobre 2026
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Un'analisi dell'accordo di difesa aerea tra Gerusalemme e Atene, delle sue implicazioni per gli equilibri della NATO e delle rotte mediterranee, e della sua proiezione, attraverso il canale d'Otranto, fino alle soglie dell'Adriatico settentrionale.

di Paolo Deganutti per CESEM, Centro Studi Eurasia Mediterraneo

Un’analisi dell’accordo di difesa aerea tra Gerusalemme e Atene, delle sue implicazioni per gli equilibri della NATO e delle rotte mediterranee, e della sua proiezione, attraverso il canale d’Otranto, fino alle soglie dell’Adriatico settentrionale.

Un accordo che ridisegna gli equilibri nell’Egeo

Il 31 agosto 2026 Israele e Grecia hanno firmato a Tel Aviv lo “Scudo di Achille”: 3,1 miliardi di euro per il più imponente contratto di esportazione militare mai concluso da Israele. Non un singolo sistema d’arma, ma un’architettura antimissile multilivello – David’s Sling, Barak MX, SPYDER, un pacchetto anti-drone, radar mobili ELTA e batterie Patriot dislocate sulle isole dell’Egeo, a partire da Karpathos – pensata per intercettare missili balistici e da crociera, sciami di droni e incursioni di caccia di ultima generazione.

Un dettaglio contrattuale dice più di ogni comunicato ufficiale sulla natura reale dell’accordo: Israele fornisce piattaforme e tecnologie, ma non i codici sorgente dei sistemi di comando. Atene gestisce operativamente l’architettura, ma la “chiave” del sistema – la capacità di aggiornarlo, modificarlo, eventualmente spegnerlo – resta a Gerusalemme. Più che una vendita d’armi, un patto di protezione a tempo indeterminato che rende Israele, di fatto, garante militare di un Paese NATO: il ministero della Difesa israeliano lo ha definito senza mezzi termini uno dei più grandi contratti di esportazione militare nella storia dello Stato di Israele. Con questa operazione Israele aumenta la propria profondità strategica, piazzando i propri sensori e le proprie batterie direttamente sulle isole greche dell’Egeo, in prossimità di rotte marittime vitali per la Turchia: un salto di qualità che va ben oltre il valore del contratto in sé.

La dottrina MaviVatan e la posta energetica

Nessuna delle due capitali nasconde contro chi sia diretto lo scudo: è una risposta esplicita alla dottrina turca “Mavi Vatan” (Patria Blu), che rivendica per Ankara il controllo di larga parte dell’Egeo e delle zone economiche esclusive attorno a Creta e Cipro. La minaccia percepita da Atene ha tre facce: la dottrina turca dei droni da combattimento (dai Bayraktar TB2 agli Akıncı), il programma missilistico balistico – di cui il Tayfun, capace di coprire l’intera distanza tra le coste anatoliche e Atene, è il vettore più temuto – e la disputa, più antica, sui confini dello spazio aereo e sulla piattaforma continentale, alimentata da decenni di sconfinamenti sulle isole dell’Egeo orientale.

Dietro le tensioni militari si gioca una posta energetica concreta: i giacimenti di gas del Mar Ionio – il “Blocco 2” e il Fortuna Prospect, al confine con le acque italiane davanti alla Puglia, con riserve stimate tra 280 e 600 miliardi di metri cubi – e soprattutto quelli a sud e sud-ovest di Creta, dove un consorzio guidato da ExxonMobil conduce le trivellazioni esplorative più profonde mai tentate nella regione, puntando al bacino “Asopos” e alle sue riserve stimate fino a 170-200 miliardi di metri cubi di gas. È attorno a Creta che la Turchia contesta con maggiore durezza i confini della zona economica esclusiva greca, sostenendo che le isole non abbiano diritto a una piattaforma continentale piena. Non sorprende che Atene e Ankara siano andate vicine al conflitto aperto più volte – a Cipro nel 1974, a Imia nel 1996 – né che quella rivalità sia tornata a incendiarsi proprio attorno al gas.

Il retroscena energetico: Cipro, Leviathan e l’ombra dell’EastMed

Per capire perché Israele investa un capitale politico così ingente su un Paese di taglia media come la Grecia occorre guardare a ciò che si trova sotto il fondale marino oltre alle isole prossime alle coste turche. Da oltre un decennio Israele, Cipro e Grecia coltivano un “triangolo del gas” costruito attorno al giacimento israeliano di Leviathan, scoperto nel 2010 al largo di Haifa, e ai giacimenti ciprioti di Aphrodite, Cronos e Calypso, il cui gas – atteso sui mercati europei dal 2028 secondo gli accordi trilaterali già siglati da Cipro con Grecia ed Egitto – userebbe proprio il territorio ellenico come corridoio di transito verso l’Europa centrale. Su questo impianto si innesta l’ipotesi, più volte rilanciata e altrettante volte accantonata per gli alti costi tecnici, di un gasdotto sottomarino EastMed capace di collegare direttamente i giacimenti israeliani e ciprioti alla Grecia e all’Italia: un progetto che resta, nell’immaginario strategico regionale, il simbolo di un asse energetico pensato per aggirare la Turchia, esclusa da qualunque tavolo negoziale sulla spartizione delle risorse del Mediterraneo orientale.

Una crepa nella NATO

Qui l’accordo smette di essere una questione bilaterale e diventa un caso politico che attraversa l’intera Alleanza Atlantica. Grecia e Turchia sono entrate nella NATO nello stesso anno, il 1952, e da allora convivono nella stessa alleanza restando avversarie strategiche dichiarate. L’Articolo 5 copre l’aggressione esterna, non i conflitti tra membri: è in questo vuoto che Atene ha scelto di cercare protezione fuori dal Patto Atlantico. Un Paese NATO si arma sistematicamente contro un altro Paese NATO con l’assistenza tecnologica di una potenza estranea all’Alleanza – un fatto inedito nella storia dell’organizzazione.

A Bruxelles la scelta greca viene osservata con un imbarazzo raramente dichiarato in pubblico: certifica l’incapacità dell’industria della difesa europea di offrire in tempi rapidi un’alternativa credibile, e apre la strada a nuovi attori esterni nella sicurezza continentale. È una lezione che altri Stati del fianco sud-orientale dell’Alleanza, a partire da Cipro, osservano con grande attenzione, e che potrebbe in prospettiva aprire la strada ad altri accordi bilaterali dello stesso tipo, ciascuno capace di aggiungere un nuovo attore esterno – Israele, ma non solo – nel tessuto della sicurezza europea. Il paradosso si riflette anche nelle scelte italiane: mentre Atene affida la propria sicurezza aerea a Israele in funzione anti-turca, Roma approfondisce contemporaneamente la cooperazione industriale con Baykar, il colosso turco dei droni – due Paesi europei, entrambi membri di NATO e Unione, che costruiscono nello stesso momento storico relazioni militari opposte con la stessa Turchia: fotografia nitida di un’Europa senza una politica di difesa comune.

Un segnale per chi naviga: dall’Egeo al petrolio di Trieste

La militarizzazione dell’arcipelago non riguarda solo lo spazio aereo: quelle isole fiancheggiano le rotte che dal Levante e da Suez risalgono verso l’Adriatico, e quelle che, attraverso Bosforo e Dardanelli, collegano il Mediterraneo al Mar Nero – grano, fertilizzanti e idrocarburi russi e caucasici. Un ombrello radar-missilistico permanente su queste rotte non è un dettaglio neutro per l’armatoria internazionale: la sola percezione del rischio, come insegna il precedente del Mar Rosso con gli Houthi, è sufficiente a far lievitare i premi assicurativi e a spingere a rivedere le rotte. Anche sotto la superficie la tensione cresce: la posa del cavo elettrico sottomarino Grecia-Cipro richiede che le navi operino in acque dove la Turchia ha già reagito in passato con intercettazioni e proteste.

Le stesse rotte, una volta superati gli stretti turchi, si immettono nell’Egeo prima di proseguire verso l’Adriatico o verso i porti del Mediterraneo occidentale: un Egeo instabile significa, in pratica, un collo di bottiglia aggiuntivo su un sistema di rotte già sotto pressione, dove ogni nuovo fattore di rischio si somma a quelli esistenti anziché sostituirli.

Un caso concreto lega direttamente questa dinamica alla sicurezza energetica dell’Europa centrale. Dal Porto Franco di Trieste parte l’oleodotto TAL, che oggi copre il 100% del fabbisogno petrolifero del sud della Germania, dell’Austria e della Repubblica Ceca. Quasi metà del greggio che lo alimenta è petrolio kazako “CPC Blend”, caricato nel porto russo di Novorossijsk e trasportato via nave attraverso Bosforo, Dardanelli ed Egeo fino a Trieste – le stesse acque dove si concentra oggi il riarmo greco-israeliano. Non è teoria: a luglio 2026 Ankara ha già bloccato senza spiegazioni i permessi di transito nei Dardanelli per le petroliere dirette a Novorossijsk, sottraendo circa 400 mila barili al giorno dal mercato. Chi controlla gli stretti a monte e chi arma l’Egeo a valle tiene in mano lo stesso rubinetto energetico su cui vive l’Europa centrale.

Verso lo scontro Israele-Turchia?

Sul piano retorico lo scontro è già aperto. Erdoğan ha più volte inasprito i toni contro Israele, arrivando a minacciare l’invio di truppe per Gaza e Libano; Tel Aviv lo ha bollato come “dittatore antisemita”. Il ministro della Difesa israeliano Katz, replicando al ministro dell’Interno turco Çiftçi – che rivendicava un ritorno di Gerusalemme sotto influenza turca – ha risposto con toni altrettanto duri: “Non mettetevi contro di noi”, “Gerusalemme è nostra per sempre”, avvertendo Ankara di non fare la fine dell’Iran, colpito dai raid israeliani nella primavera 2026. Le tensioni si sono ulteriormente inasprite in agosto sui bombardamenti israeliani in Siria, dove Israele e Turchia si contendono ormai apertamente le sfere di influenza lasciate libere dalla caduta di Damasco.

Non sono più solo gli analisti a dirlo: anche nomi pesanti della politica israeliana – l’ex premier Naftali Bennett e i ministri Miki Zohar e Amichai Chikli – hanno dichiarato pubblicamente che la Turchia è ormai, subito dopo l’Iran, il rivale numero uno di Israele. Un giudizio confermato dalle prime frizioni emerse attorno a Cipro tra l’asse greco-israeliano e Ankara. Gli osservatori più attenti non prevedono, nel breve periodo, una guerra totale dichiarata, ma uno scontro geopolitico per l’egemonia regionale ormai in fase di maturazione, il cui rischio maggiore resta un incidente capace di sfuggire di mano – un aereo abbattuto, un errore in Siria, un episodio nell’Egeo militarizzato. Non a caso Washington starebbe già lavorando a meccanismi di deconfliction tra le due parti, sul modello di quelli adottati per evitare incidenti diretti tra forze statunitensi e russe in Siria. Alcuni analisti israeliani vicini all’establishment della sicurezza nazionale descrivono ormai la Turchia – e non più l’Iran, almeno nel breve periodo dopo i raid della primavera 2026 – come la prossima grande sfida strategica di Israele nel Mediterraneo orientale.

Il posizionamento di Israele: da garante di Atene ad attore mediterraneo

In questo quadro Israele si posiziona come garante militare di Atene e Nicosia, usando la propria industria della difesa – il settore più maturo della propria economia – come leva di politica estera a tutto campo. Blindare la Grecia significa consolidare il triangolo energetico con Cipro, costruito attorno al giacimento israeliano Leviathan e all’ipotesi, più volte rilanciata, di un gasdotto EastMed verso l’Italia. Indebolire la Turchia per interposta persona significa colpire un rivale regionale senza doverlo affrontare direttamente: un modello di “guerra per procura tecnologica” che Israele ha già sperimentato altrove nella regione, e che gli consente oggi di proiettare la propria influenza ben oltre i propri confini, dentro lo spazio aereo di un Paese membro di NATO e Unione Europea. È un salto di qualità enorme nella proiezione di potenza israeliana: l’industria della difesa, probabilmente il settore più maturo e competitivo dell’intera economia nazionale, diventa lo strumento principale della politica estera verso l’Europa, capace di trasformare ogni grande contratto d’esportazione in un atto geopolitico che ridisegna alleanze regionali.

Da Atene a Sazan: Kushner, Otranto e Trieste

La proiezione non si ferma all’Egeo. All’imboccatura del canale d’Otranto – l’unico varco tra Adriatico e Mediterraneo, pochi chilometri dalla costa albanese e una novantina dal Salento – si trova l’isola di Sazan (Saseno, nel nome italiano storico), il cui controllo è sempre stato conteso: dominio veneziano dal 1389 al 1815, poi britannico e greco, infine annessione all’Albania indipendente; occupata dall’Italia nel 1914 e amministrata da Roma dal 1920 al 1947, che vi costruì bunker e batterie costiere; trasformata infine, sotto il regime comunista di Enver Hoxha, in una delle basi più segrete del blocco sovietico nel Mediterraneo, con 3.600 bunker antiatomici e chilometri di gallerie sotterranee scavate nella roccia. Su questa infrastruttura, mai smantellata, il governo albanese ha concesso alla fine del 2024 lo status di “investitore strategico” ad Affinity Partners, il fondo di Jared Kushner: genero di Donald Trump, inviato speciale statunitense per il Medio Oriente e per l’Ucraina, e legato personalmente e politicamente a Israele e a Netanyahu. Il progetto turistico-immobiliare da 1,4 miliardi di euro (secondo alcune stime fino a 5 miliardi di dollari con i finanziamenti collegati) è finanziato per circa il 99% da capitali sovrani del Golfo – Arabia Saudita, Emirati, Qatar – più strumenti della loro politica estera che investimenti privati in cerca di rendimento. Il legame con Israele, però, è diretto: Affinity detiene quasi il 10% di Phoenix Holdings, il maggiore gruppo assicurativo israeliano, coinvolto anche nel finanziamento degli insediamenti in Cisgiordania; e Kushner è amico personale di Netanyahu da decenni, oltre che architetto riconosciuto del piano statunitense per Gaza.

L’aspetto più delicato riguarda la natura duale dell’infrastruttura che il progetto acquisisce insieme al terreno: più osservatori indipendenti hanno ipotizzato che bunker intatti, piste elicotteristiche naturali e acque profonde per unità navali potrebbero consentire una riconversione da destinazione turistica a base operativa nel giro di poche ore – un’ipotesi non verificabile allo stato, ma che il solo fatto di essere stata formulata da più fonti indipendenti dice molto sul livello di allarme suscitato dall’operazione. Non a caso migliaia di albanesi hanno protestato a Tirana e lungo la costa, con striscioni dal tenore inequivocabile – “Ivanka go home”, “L’Albania non è in vendita”.

Da questo scoglio strategico si controlla, di fatto, l’accesso al canale d’Otranto e le rotte dirette all’Alto Adriatico, fra cui l’autostrada del mare che collega Trieste alla Turchia, su cui transita circa il 70% delle esportazioni turche verso l’Europa continentale -. Chi controlla le due sponde del Canale di Otranto decide, in ultima istanza, chi entra ed esce dall’Adriatico. Un “dual use” civile / militare che Washington ha negato alla Cina sul Porto Franco di Trieste sulla base di fumose ipotesi, e che ora concede, tramite il proprio inviato speciale, a un attore legato a Israele.

Trieste, l’Adriatico e la memoria di un confine marittimo

Per secoli l’Adriatico è stato, prima ancora che un mare, un sistema di relazioni: la Serenissima ne controllava gli accessi meridionali esattamente attraverso basi come Saseno e Corfù, mentre Trieste, porto libero dell’Impero asburgico, ne rappresentava il terminale settentrionale – il punto in cui merci e persone in arrivo dal Levante e dal Mediterraneo orientale entravano nello spazio mitteleuropeo. Quella funzione di cerniera è sopravvissuta a due guerre mondiali e alla Cortina di Ferro. Ma una cerniera funziona solo se chi la tiene in mano controlla entrambi i battenti: per quasi trent’anni l’Italia intese Sazan esattamente in questi termini, come avamposto necessario a garantire che l’accesso meridionale all’Adriatico non cadesse in mani ostili. Che oggi quello stesso avamposto passi, con il consenso implicito di Washington, sotto il controllo di un veicolo finanziario legato a Israele e ai capitali del Golfo, senza una posizione pubblica italiana articolata, segnala quanto quella memoria strategica sia oggi meno presente nei palazzi romani di quanto lo sia negli archivi.

Una destabilizzazione a bassa intensità

Messi in fila, i due dossier – lo Scudo di Achille sull’Egeo e l’operazione Sazan sull’Adriatico – disegnano un unico arco di proiezione israelo-americana, sostenuto da capitali del Golfo, che dall’Egeo raggiunge le porte dell’Adriatico, mentre l’Europa osserva sostanzialmente passiva la ridefinizione degli accessi ai propri mari. È il segno di una destabilizzazione a bassa intensità che va collocata nella più ampia crisi dell’ordine unipolare a guida atlantica: un modello di influenza fondato su industria militare, capitali sovrani e legami personali, non su alleanze condivise o istituzioni multilaterali.Per lo spazio euromediterraneo che il CESEM osserva, la vicenda dello Scudo di Achille e dell’isola di Sazan non è cronaca periferica, ma un caso di scuola: mentre nuovi assetti multipolari si affermano su altri scacchieri – nel Mar Nero, dove Russia e la stessa Turchia negoziano equilibri regionali autonomi da Bruxelles e Washington; nella Via della Seta marittima cinese, che proprio a Trieste aveva cercato un ingresso poi bloccato dalla pressione statunitense – il Mediterraneo orientale e l’Adriatico meridionale diventano il terreno su cui Washington, Gerusalemme e i capitali del Golfo sperimentano un modello alternativo di influenza regionale, fondato su industria militare, capitali sovrani e legami personali più che su alleanze formali e istituzioni condivise. Segnala, in altre parole, come in assenza di un progetto europeo autonomo di sicurezza il destino delle rotte commerciali ed energetiche da cui dipende l’intera fascia costiera mediterranea e adriatica – Italia compresa – venga scritto altrove.

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