15 Ottobre 2026
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Il Consiglio Internazionale per la Difesa dell’Ordine Canonico Ortodosso del Centro di Studi Geostrategici, in collaborazione con la casa editrice italiana Theosis Editrice e il settimanale greco-ortodosso Orthodoxos Typos, ha organizzato la conferenza internazionale “Ortodossia e processi ecumenici contemporanei: aspetti teologici, canonici e geopolitici” il 20 agosto 2026. La conferenza ha riunito teologi, studiosi, giuristi, giornalisti e analisti geopolitici provenienti da diversi Paesi.

a cura di Centro di Studi Geostrategici

Il Consiglio Internazionale per la Difesa dell’Ordine Canonico Ortodosso del Centro di Studi Geostrategici, in collaborazione con la casa editrice italiana Theosis Editrice e il settimanale greco-ortodosso Orthodoxos Typos, ha organizzato la conferenza internazionale “Ortodossia e processi ecumenici contemporanei: aspetti teologici, canonici e geopolitici” il 20 agosto 2026. La conferenza ha riunito teologi, studiosi, giuristi, giornalisti e analisti geopolitici provenienti da diversi Paesi.

L’obiettivo della conferenza era quello di esaminare, attraverso un approccio accademico e specialistico, i processi ecumenici contemporanei e le sfide che la Chiesa ortodossa si trova ad affrontare, in particolare nel contesto della sempre più marcata intersezione tra questioni teologiche e canoniche e interessi politici e geopolitici. Particolare attenzione è stata dedicata alla preservazione dell’unità ortodossa e dell’ordine canonico, nonché alle conseguenze della strumentalizzazione politica delle questioni ecclesiastiche nelle relazioni internazionali contemporanee.

Il primo relatore a intervenire è stato Georgios Tramboulis, teologo, giornalista e caporedattore del settimanale Orthodoxos Typos, proveniente dalla Grecia. Nella sua presentazione, intitolata “Il Fanar tra primato, vanità e unità ortodossa”, Tramboulis ha esaminato il ruolo contemporaneo del Fanar e il rapporto tra la questione del primato e la preservazione dell’unità della Chiesa ortodossa. Ha sottolineato che l’unità della Chiesa non deriva dalla subordinazione a un unico centro ecclesiastico, bensì dalla comunione nello Spirito Santo, dalla vera fede e dalla conciliarità, e che pertanto i vescovi ortodossi sono uguali tra loro.

Tramboulis ha sostenuto che negli ultimi anni il Fanar ha sviluppato un nuovo concetto ecclesiologico secondo il quale il Patriarca di Costantinopoli non è più semplicemente “primo tra pari”, ma “primo senza pari” (primus sine paribus), attribuendogli così poteri che non trovano fondamento nella tradizione canonica ortodossa. A titolo di esempio, ha citato le pretese del Fanar di concedere unilateralmente l’autocefalia e il diritto di giudicare i ricorsi presentati dal clero appartenente ad altre Chiese locali.

In particolare, ha contestato le interpretazioni del 34° Canone Apostolico e del 28° Canone del IV Concilio Ecumenico che, a suo dire, vengono utilizzate per giustificare diritti giurisdizionali più ampi per Costantinopoli. Secondo Tramboulis, il primato storico di Costantinopoli costituisce un primato d’onore, non un primato di giurisdizione, mentre i tentativi di trasformarlo in autorità su altre Chiese locali rappresentano un allontanamento dalla secolare struttura conciliare della Chiesa ortodossa.

“Quanto più l’Unione Europea si centralizza, tanto più il Fanar si trasforma in un Vaticano e il suo capo in un Papa d’Oriente», è stata una delle principali tesi del suo intervento. Tramboulis ha avvertito che tali rivendicazioni, anziché contribuire all’unità ortodossa, producono il risultato opposto: rivalità, dispute e scismi, citando la questione ecclesiastica russo-ucraina come uno degli esempi più lampanti.

Parlando della posizione geopolitica contemporanea del Fanar, Tramboulis ha sostenuto che nel corso del XX secolo esso si è legato sempre più, sia politicamente che spiritualmente, all’Occidente e alla diplomazia americana, mentre l’ecumenismo è diventato uno dei principali ambiti di attività. In conclusione, ha sottolineato che i fedeli stessi sono i custodi della fede e hanno la responsabilità di difendere l’immutabile Tradizione ortodossa e di testimoniare pubblicamente la propria fede ogniqualvolta l’ordine canonico sia minacciato.

Alexander Azadgan, statunitense, esperto di geopolitica ed economia politica internazionale e consulente geopolitico capo del Center for Geostrategic Studies, ha tenuto una conferenza sul tema “L’Ortodossia in America”. Ha ripercorso lo sviluppo storico dell’Ortodossia negli Stati Uniti, dall’arrivo dei missionari russi in Alaska alla fine del XVIII secolo alle grandi ondate migratorie ortodosse provenienti dall’Europa e dall’Asia occidentale, che hanno portato alla creazione di numerose giurisdizioni etniche ed ecclesiastiche. Ha identificato la frammentazione giurisdizionale come uno dei principali problemi che affliggono l’Ortodossia contemporanea in America, in quanto continua a costituire un ostacolo all’unità ecclesiastica e all’azione coordinata tra le comunità ortodosse.

Azadgan ha inoltre sottolineato la crescente necessità di trovare un equilibrio tra la preservazione della tradizione ortodossa e l’integrazione nel contesto socio-culturale specifico degli Stati Uniti. Ha osservato che l’Ortodossia negli Stati Uniti oggi è in crescita non solo grazie all’immigrazione, ma anche grazie alla conversione di americani alla fede ortodossa, attratti dalla sua tradizione liturgica, dalla continuità con il cristianesimo delle origini e dalla profondità teologica.

Azadgan ha sottolineato in particolare la sfida di preservare l’identità spirituale, teologica e morale ortodossa in un contesto di assimilazione, secolarizzazione e cambiamenti ideologici contemporanei nella società americana. A suo avviso, sebbene l’Ortodossia rimanga relativamente piccola in termini numerici negli Stati Uniti, il suo significato culturale, storico e spirituale supera di gran lunga la sua presenza numerica. Il suo futuro, ha sostenuto, dipenderà dalla sua capacità di preservare il suo antico patrimonio e al contempo rispondere alle sfide del XXI secolo.

Dragana Trifković, direttrice generale del Centro di Studi Geostrategici della Serbia, è intervenuta sul tema “Tra il primato dell’onore e il primato del potere: il ruolo del Fanar nelle divisioni contemporanee all’interno del mondo ortodosso”. Ha sostenuto che il tentativo di trasformare il tradizionale primato d’onore del Patriarca di Costantinopoli in un primato di potere e di più ampia autorità giurisdizionale rappresenta una delle cause principali delle divisioni contemporanee all’interno del mondo ortodosso. Ha sottolineato che l’ecclesiologia ortodossa non riconosce la giurisdizione universale di un singolo vescovo, modellata sul sistema papale, ma si fonda invece sulla conciliarità e sull’uguaglianza delle Chiese ortodosse locali.

Secondo Trifković, le attività del Fanar negli ultimi decenni si sono progressivamente spostate dalla sfera delle questioni teologiche e canoniche, diventando uno strumento di interessi geopolitici. Ha citato l’Ucraina come esempio più eclatante, sostenendo che l’intervento del Patriarcato di Costantinopoli e la concessione del Tomos nel 2018 hanno acuito lo scisma e creato le condizioni per la persecuzione del clero e dei fedeli della Chiesa ortodossa ucraina canonica.

“Ciò che manca al Fanar in termini di legittimità canonica ed ecclesiologica viene compensato dal sostegno geopolitico di centri di potere esterni”, ha affermato Trifković, sottolineando che la difesa dell’ordine canonico non è semplicemente una questione di preservazione della tradizione, ma una difesa della natura stessa della Chiesa ortodossa come comunione di Chiese locali uguali, unite dalla fede e dalla conciliarità, piuttosto che come una gerarchia soggetta a interessi politici esterni.

Georgios Karalis, greco esperto di patristica greca e allievo dell’illustre teologo ortodosso Giovanni Romanides, ha presentato il tema “Dal contesto storico dell’ecumenismo alla distorsione teologica dell’ecclesiologia”. Ha sostenuto che l’ecumenismo non si è limitato a organizzazioni, conferenze e dialoghi interecclesiali, ma, a suo avviso, ha gradualmente portato alla creazione di “una nuova teologia, una nuova ecclesiologia e una nuova concezione di unità, personalità, comunione e primato”. In questo processo, ha sottolineato, anche la tradizionale concezione ortodossa della natura stessa della Chiesa si sta trasformando.

Karalis era particolarmente critico nei confronti dell’ecclesiologia eucaristica contemporanea del primato, secondo la quale l’unità ecclesiale viene sempre più interpretata attraverso l’esistenza di un unico “primo” visibile a ogni livello dell’organizzazione ecclesiastica: il vescovo a livello locale, il metropolita a livello regionale e il Patriarca di Costantinopoli a livello universale, con il Papa di Roma in ultima analisi concepito come detentore del primato universale nel contesto della futura unione con Roma.

Secondo Karalis, il problema di un tale approccio non è semplicemente una questione di organizzazione amministrativa della Chiesa, ma implica una profonda trasformazione dell’ecclesiologia ortodossa. Se l’unità della Chiesa viene resa dipendente dall’esistenza di un unico detentore terreno dell’unità universale, sostiene lo studioso, la struttura conciliare ortodossa si sposta gradualmente verso un modello di primato centralizzato estraneo alla tradizione patristica. In questo modo, la questione del primato cessa di essere una questione di onore e ordine ecclesiastico e assume invece il carattere di autorità e giurisdizione universale.

Karalis ha avvertito in particolare che una simile ecclesiologia potrebbe condurre a una situazione in cui le differenze dogmatiche diventano secondarie rispetto alla realizzazione della comunione ecclesiale. Se l’unità viene intesa principalmente come comunione centrata su un unico “primo”, ciò apre la possibilità di perseguire la piena unità ecclesiale ancor prima che sia stata raggiunta l’autentica unità nella fede. Karalis vede proprio ciò come una delle conseguenze teologiche più gravi dell’ecumenismo contemporaneo.

“La Chiesa è una non perché ha un portatore terreno dell’unità universale, ma perché è il Corpo dell’unico Cristo, vive per l’unico Spirito e professa l’unica fede”, sottolinea. Secondo lo studioso, la vera unità della Chiesa non si crea né per opera di un unico vescovo “primo” né per opera di un centro amministrativo, ma per opera di Cristo, della vera fede e della vita eucaristica, che non possono essere separate dalla confessione di fede ortodossa. Pertanto, conclude, la questione dell’unità ecclesiale non può essere risolta attraverso modelli organizzativi e compromessi che precedono l’unità nella verità.

Olimpia Fronzoni, editrice e direttrice di Theosis Editrice, è intervenuta sul tema “Contaminazione da ecumenismo: il concetto latino di ‘libero arbitrio’ nella teologia ortodossa”. Ha messo in guardia dal pericolo che, nel tentativo di rendere la teologia ortodossa più comprensibile all’Occidente e nel quadro del dialogo ecumenico, le categorie teologiche occidentali vengano introdotte acriticamente nella teologia ortodossa. Secondo la Fronzoni, ciò potrebbe comportare che gli insegnamenti dei Santi Padri non vengano più interpretati all’interno della propria tradizione, ma attraverso una cornice concettuale occidentale ad essa estranea.

Si è soffermata in particolare sull’insegnamento di San Massimo il Confessore e sull’interpretazione occidentale del termine proeresi come “libero arbitrio”. La Fronzoni ha sottolineato come tale interpretazione oscuri la cruciale distinzione patristica tra la volontà umana naturale e il modo in cui una persona esercita tale volontà. Secondo San Massimo, ha sottolineato, la volontà, la libertà e la capacità di agire appartengono alla natura umana, mentre ciò che è proprio della persona è il modo in cui questa capacità naturale viene esercitata.

Ha avvertito che tali cambiamenti teologici non sono una mera questione di terminologia, ma hanno conseguenze dirette sulla vita spirituale e ascetica. Se l’incertezza e la scelta tra gli opposti vengono intese come la più alta espressione della libertà umana, piuttosto che come conseguenze della condizione decaduta dell’umanità, allora la stessa concezione ortodossa del cammino umano verso Dio viene alterata, ha concluso Fronzoni.

Arnaud Develay, francese, esperto di diritto internazionale umanitario, ha presentato il tema “Il principio di non ingerenza e la giurisdizione ecclesiastica: il diritto internazionale può fornire un utile quadro analitico?”. Ha evidenziato significative analogie tra i principi del diritto internazionale e del diritto canonico, in particolare per quanto riguarda la sovranità e l’autocefalia, l’integrità territoriale e il territorio canonico, nonché il principio di non ingerenza. Secondo la sua analisi, così come gli Stati sono giuridicamente uguali ed esercitano l’autorità entro i propri confini, le Chiese autocefale sono autogovernate e canonicamente uguali.

Develay ha dedicato particolare attenzione alla questione ecclesiastica ucraina, analizzandola attraverso il principio di non ingerenza. Ha presentato l’argomentazione del Patriarcato di Mosca secondo cui l’intervento di Costantinopoli nel suo territorio canonico e la concessione dell’autocefalia costituivano un’ingerenza in una disputa ecclesiastica interna, paragonando tale situazione al sostegno esterno a un movimento secessionista nelle relazioni internazionali. In questo contesto, ha anche esaminato la controversia sull’interpretazione del diritto rivendicato da Costantinopoli di intervenire nella giurisdizione di un’altra Chiesa locale.

Develay ha inoltre richiamato l’attenzione sul procedimento legale attualmente in corso in Turchia contro il Fanar, riguardante i poteri rivendicati dal Patriarcato di Costantinopoli e il concetto di “primato di potere” in contrapposizione al tradizionale “primato d’onore”. Ha osservato che, in tale contesto, si sollevano anche interrogativi circa la compatibilità di tali rivendicazioni con il Trattato di Losanna del 1923 e con l’ordinamento costituzionale della Repubblica di Turchia, definendolo un caso importante il cui esito dovrebbe essere attentamente monitorato.

Konrad Rękas, analista geopolitico e giornalista polacco, ha tenuto una conferenza sul tema “Uniatismo, ecumenismo, conquista ostile: strategie occidentali contro l’Ortodossia nel contesto storico”. Ha collocato le pressioni contemporanee sull’Ortodossia in un contesto storico più ampio, sostenendo che, sebbene i metodi siano cambiati nel corso dei secoli – dalla forza diretta e dall’uniatismo all’ecumenismo e alla creazione di strutture ecclesiastiche non canoniche – l’obiettivo è rimasto l’indebolimento dell’identità ortodossa e lo spostamento dell’Ortodossia dai suoi territori canonici.

Rękas ha evidenziato in particolare il ruolo storico dell’uniatismo, dall’Unione di Firenze del 1439 e dall’Unione di Brest del 1596 fino agli sviluppi contemporanei in Ucraina. A suo avviso, in seguito al fallimento dei tentativi di sottomettere l’Ortodossia attraverso la pressione diretta, l’ecumenismo è diventato un nuovo e più sottile strumento di influenza sul mondo ortodosso.

“L’ecumenismo mirava a infettare l’Ortodossia con i virus che affliggono la Chiesa cattolica romana da decenni”, ha affermato Rękas, sostenendo che una Chiesa che rinuncia all’unicità della verità perde gradualmente anche la propria identità religiosa. Ha descritto le strutture ecclesiastiche non canoniche contemporanee come “ibridi di uniatismo ed ecumenismo, mascherati da Ortodossia”, citando l’Ucraina e gli Stati baltici come esempi di un processo più ampio che egli considera un tentativo di “acquisizione ostile” dell’Ortodossia.

In conclusione, ha sottolineato che la risposta a tali processi deve essere la preservazione della fede ortodossa e dell’ordine canonico, nonché la cooperazione con gli ambienti cristiani tradizionali in Occidente che si oppongono alla secolarizzazione e alla trasformazione radicale del patrimonio cristiano, senza compromessi in materia di fede.

Nicolò Ghigi, italiano, dottorando in Studi Antichi presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, specializzato in filologia bizantina e con studi teologici presso l’Accademia Teologica di Mosca, ha presentato il tema “La subordinazione della Chiesa all’opportunismo politico come motivazione dell’ecumenismo”. Ha evidenziato il legame storico tra processi ecumenici e interessi politici, distinguendo tra ecumenismo storico, protestante e cattolico romano. A suo avviso, l’ecumenismo contemporaneo non può essere considerato esclusivamente un fenomeno teologico, poiché in diversi periodi storici è stato strettamente connesso agli interessi dei centri di potere politico.

Come esempi di strumentalizzazione politica di questioni ecclesiastiche, ha citato i rapporti tra Chiesa e Stato nell’Unione Sovietica, l’attività del Patriarcato di Costantinopoli sotto l’influenza politica occidentale, nonché i precedenti tentativi di unione con Roma. Secondo Ghigi, il denominatore comune di questi processi è stato l’anteporre il successo politico e gli interessi secolari alla purezza della fede, e l’accettazione di compromessi dogmatici in nome di obiettivi politici.

Facendo riferimento all’esempio di San Marco di Efeso, Ghigi ha sottolineato che nemmeno il vantaggio politico può giustificare un’unità ecclesiale basata sul compromesso in materia di fede. L’unione, se deve esistere, deve essere fondata sulla verità, non sul compromesso e sulla menzogna, ha affermato, ribadendo come principio fondamentale che gli interessi politici non devono mai essere anteposti alla fede ortodossa.

L’ultimo relatore, Dmitry Belyakov dalla Bielorussia, presidente del Centro per la protezione sistemica dei diritti umani, è intervenuto sul tema “Il ruolo della Gran Bretagna nella questione religiosa in Ucraina e nell’Europa orientale”. Belyakov ha analizzato gli sviluppi religiosi in Ucraina e nella più ampia regione dell’Europa orientale nel contesto degli interessi politici internazionali e della competizione geopolitica, sostenendo che la questione religiosa è diventata un importante strumento di politica estera.

Ha individuato cinque livelli di coinvolgimento britannico nella questione religiosa in Ucraina: istituzionale, diplomatico, parlamentare, informativo e militare. A titolo di esempio, ha citato i regolari contatti tra funzionari britannici e la leadership della Chiesa ortodossa ucraina, le attività presso il Parlamento britannico e in piattaforme di esperti come Chatham House, nonché il coinvolgimento di cappellani militari britannici nella formazione di circa 200 cappellani militari ucraini.

Belyakov ha richiamato l’attenzione in particolare su quello che ha definito un approccio unilaterale nella politica britannica, che sostiene le autorità ucraine e la nuova struttura ecclesiastica, ignorando al contempo la persecuzione della Chiesa ortodossa ucraina canonica, il sequestro di chiese e le restrizioni ai diritti religiosi dei suoi fedeli. A suo avviso, tale approccio mette in discussione l’impegno dichiarato della Gran Bretagna per la libertà religiosa e indica l’uso delle divisioni ecclesiastiche come strumento di pressione geopolitica.

Ha inoltre affrontato il tema delle affermazioni del Servizio di intelligence estera russo riguardanti il ​​sostegno britannico alle attività del Patriarcato di Costantinopoli volte a indebolire l’influenza della Chiesa ortodossa russa in Ucraina, negli Stati baltici e in altre parti dell’Europa orientale. Belyakov ha sottolineato che tali affermazioni richiedono una valutazione critica e ulteriori verifiche, ma ha avvertito che la diffusione del modello ucraino di divisioni ecclesiastiche in altri Paesi potrebbe rappresentare un serio rischio per l’unità canonica dell’Ortodossia.

A seguito delle presentazioni, si è tenuta una discussione con la partecipazione dei relatori e degli ospiti della conferenza. Una delle questioni centrali sollevate è stata come preservare l’unità ortodossa e l’ordine canonico in un contesto in cui le controversie ecclesiastiche si intrecciano sempre più con i conflitti geopolitici.

Nella parte conclusiva della conferenza, è stato sottolineato che le sfide che il mondo ortodosso si trova ad affrontare oggi non possono essere comprese da un’unica prospettiva. Le questioni teologiche sono inseparabili dall’ecclesiologia e dall’ordine canonico, mentre le controversie canoniche contemporanee sono sempre più intrecciate con processi politici e geopolitici. Gli interessi geopolitici, a loro volta, possono avere conseguenze di vasta portata per le relazioni interecclesiali e per l’unità ortodossa.

È stata posta particolare enfasi sul fatto che la preservazione dell’unità ortodossa richiede rispetto per l’ordine canonico, la conciliarità e la legittima autonomia delle Chiese ortodosse locali, nonché la capacità di distinguere le autentiche esigenze della Chiesa dagli interessi politici che cercano di strumentalizzare le questioni religiose per fini geopolitici.

Il Consiglio Internazionale per la Difesa dell’Ordine Canonico Ortodosso del Centro di Studi Geostrategici, insieme ai suoi partner Theosis Editrice e Orthodoxos Typos, ha annunciato la prosecuzione del dialogo e della cooperazione internazionale tra teologi, studiosi, giuristi, giornalisti e altri specialisti impegnati su questioni riguardanti la posizione e il futuro dell’Ortodossia.

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