Di Pouia Tajali*
Lo spostamento del raduno dei Mujaheddin del Popolo (MEK) da Parigi a Roma, a seguito della cancellazione dell’evento previsto in Francia, offre l’opportunità di rivalutare le politiche di sicurezza europee in materia di raduni politicamente sensibili.
Tuttavia, un esame comparativo delle condizioni a Parigi e a Roma rivela che l’Italia, a differenza della Francia, non possiede sufficiente esperienza operativa, capacità di polizia paragonabili e un quadro giuridico trasparente per gestire i rischi derivanti da questo evento. Basandosi su precedenti avvertimenti in materia di sicurezza, sulla storia dell’organizzazione nel fomentare tensioni e sulle incertezze istituzionali in Italia, questo articolo sostiene che lo svolgimento di questo raduno non solo rappresenta una seria minaccia per l’ordine pubblico e la sicurezza dei cittadini, ma è anche contrario agli interessi dell’Italia a causa delle implicazioni diplomatiche e di sicurezza transfrontaliere. Di conseguenza, le autorità italiane dovrebbero ispirarsi all’approccio preventivo francese e intervenire per annullare o sospendere l’evento.
La decisione di Parigi: un avvertimento da non ignorare
Le autorità francesi hanno annullato il raduno del MEK previsto per il 30 giugno 2026 dopo che i servizi di sicurezza avevano segnalato un elevato rischio di disordini pubblici. Si prevedeva la partecipazione di un numero di persone compreso tra 12.000 e 15.000, provenienti da circa venti Paesi, attratte, a quanto pare, da pasti gratuiti e dal viaggio a Parigi. Le valutazioni dell’intelligence avevano individuato la possibilità di scontri violenti tra sostenitori, contro-manifestanti e polizia. Gli incidenti che si sono poi verificati nei pressi del luogo dell’evento, degenerati in scontri fisici tra alcuni partecipanti e agenti delle forze dell’ordine, hanno dimostrato che le preoccupazioni di Parigi in materia di sicurezza non erano previsioni esagerate, ma valutazioni del tutto operative e basate sulla realtà. L’esperienza francese dimostra inequivocabilmente che l’organizzazione di eventi di questo tipo, anche in un Paese con una lunga storia di gestione delle manifestazioni di piazza, può rapidamente sfuggire di mano e imporre costi esorbitanti all’ordine pubblico. Pertanto, la decisione di Parigi non è una misura isolata, ma un avvertimento strategico per tutti i Paesi europei che potrebbero ospitare eventi simili in futuro.
Perché l’MEK rimane un punto focale costante delle preoccupazioni per la sicurezza?
Nonostante sia stato rimosso dalla lista delle organizzazioni terroristiche dell’Unione Europea nel 2009 e da quella degli Stati Uniti nel 2012, l’MEK non ha mai completamente dissipato le preoccupazioni per la sicurezza. Le valutazioni di sicurezza europee indicano che l’organizzazione continua a possedere caratteristiche che la rendono un attore ad alto rischio nell’ambito delle manifestazioni pubbliche: una lunga storia di violenza politica, una struttura di comando centralizzata e opaca, attività finanziarie poco trasparenti e comportamenti aggressivi da parte dei suoi sostenitori in eventi passati. I rapporti pubblici degli ultimi dieci anni indicano che le autorità di sicurezza di diversi Paesi europei, tra cui Francia, Germania e Paesi Bassi, hanno continuato a monitorare attentamente le sue attività nonostante il cambiamento del suo status giuridico. Questo monitoraggio continuo testimonia il fatto che “essere rimossi dalla lista delle organizzazioni terroristiche” non significa “diventare innocui” e che un’organizzazione con un simile background comporta costantemente un onere di sicurezza significativo. Di conseguenza, ospitando questo evento, l’Italia si assumerebbe un onere di rischio che altri Paesi europei, pienamente consapevoli della sua portata, si sono rifiutati di accettare.
Il trasferimento non riduce il rischio
Un errore comune nell’analisi degli eventi di sicurezza è l’assunto che un cambiamento di posizione geografica alteri intrinsecamente la natura della minaccia. Tuttavia, un esame dei fattori costanti e variabili in questo caso rivela che i rischi fondamentali rimangono sostanzialmente gli stessi, indipendentemente dal fatto che l’evento si tenga a Parigi o a Roma. La partecipazione internazionale di migliaia di persone provenienti da diversi Paesi, il complesso coordinamento logistico, l’elevata visibilità mediatica e il significativo potenziale di scontro tra sostenitori e oppositori sono tutti fattori che non scompaiono con uno spostamento dei confini geografici. Ciò che cambia è il quadro operativo e la capacità istituzionale del Paese ospitante, ed è proprio qui che l’Italia si trova ad affrontare una seria sfida. La Francia vanta decenni di esperienza nella gestione di crisi di piazza e manifestazioni su larga scala, dotata di strumenti operativi avanzati. L’Italia, tuttavia, in particolare a Roma, che deve fare i conti con le pressioni del turismo di massa e le limitate infrastrutture urbane, potrebbe non disporre dello stesso livello di preparazione e capacità di risposta rapida. Pertanto, spostare l’evento a Roma non solo non riduce il rischio, ma, a causa della maggiore vulnerabilità del contesto ospitante, potrebbe addirittura aggravarlo.
Opzioni politiche per l’Italia: quale serve gli interessi del Paese?
Sulla base della prassi europea, le autorità italiane hanno a disposizione tre opzioni politiche: autorizzazione con misure di sicurezza rafforzate, autorizzazione condizionata e divieto assoluto. Tuttavia, valutando realisticamente i costi e le conseguenze di ciascuna opzione, solo la terza – il divieto – sembra essere in linea con gli interessi nazionali italiani.
L’autorizzazione con misure di sicurezza rafforzate, pur apparendo legalmente l’opzione meno rischiosa, imporrebbe un pesante onere operativo alle forze di polizia e di sicurezza italiane. Il dispiegamento su larga scala di forze dell’ordine, le restrizioni alla circolazione nel centro storico di Roma e il monitoraggio continuo dell’intelligence non solo comportano costi finanziari esorbitanti, ma potrebbero anche generare tensioni con turisti e residenti locali. Inoltre, anche con tutte queste misure in atto, l’esperienza di Parigi ha dimostrato che la probabilità di scontri di strada e di danni a agenti o civili rimane elevata.
Un’autorizzazione condizionata – che preveda il trasferimento in periferia o restrizioni su orari e numero di partecipanti – pur riducendo parzialmente il rischio, difficilmente verrà accettata dagli organizzatori, data la natura performativa e di protesta dell’organizzazione. Probabilmente provocherebbe un’ampia campagna mediatica contro il Governo italiano, il che di per sé costituirebbe una seria sfida diplomatica e di opinione pubblica.
Al contrario, un divieto assoluto, pur richiedendo legalmente una solida giustificazione basata su prove concrete, appare pienamente giustificato e ragionevole alla luce dell’esperienza di Parigi e delle valutazioni di intelligence indipendenti. L’Italia può invocare l’articolo 18 della legge sulla pubblica sicurezza e fare affidamento sugli avvertimenti dell’intelligence nazionale e internazionale per adottare questa decisione, prevenendo così una crisi che non solo imporrebbe enormi costi di sicurezza al Paese, ma danneggerebbe anche la sua reputazione internazionale.
La vulnerabilità dell’Italia: un fattore determinante nell’equazione del rischio
Il quadro di valutazione del rischio tridimensionale – capacità di minaccia, intento della minaccia e vulnerabilità del Paese ospitante – mostra che nel passaggio da Parigi a Roma, le prime due dimensioni – capacità organizzativa e intento – sono rimaste pressoché invariate. Tuttavia, la terza dimensione, la vulnerabilità del Paese ospitante, è significativamente più elevata in Italia che in Francia. Questa maggiore vulnerabilità non è dovuta a un’incapacità intrinseca, bensì a differenze nell’esperienza operativa, alla complessità della gestione urbana di Roma e all’assenza di procedure giudiziarie trasparenti per la gestione di gruppi politici stranieri. Le forze di polizia di Roma, a differenza di quelle di Parigi, non hanno sufficiente esperienza nella gestione simultanea di grandi assembramenti in presenza di manifestanti organizzati, e questa mancanza di esperienza aumenta la probabilità di errori o di un’escalation della violenza. Inoltre, la mancanza di pieno coordinamento tra i servizi di intelligence e gli organi giudiziari italiani in merito a eventi transnazionali può portare a processi decisionali ritardati o inefficienti, fattore che a sua volta aggrava le crisi. In parole semplici, l’Italia non si trova ad affrontare una minaccia maggiore, bensì un livello di preparazione inferiore, e questa disparità da sola costituisce un argomento convincente contro lo svolgimento dell’evento.
Conclusione: è nell’interesse dell’Italia imparare da Parigi
Il trasferimento dell’incontro del MEK da Parigi a Roma non è un semplice cambiamento logistico, bensì il trasferimento di un insieme di rischi per la sicurezza già accertati in un contesto con minori capacità gestionali. L’amara esperienza della Francia – che, pur possedendo capacità di polizia e di intelligence avanzate, è stata costretta ad annullare l’evento – dimostra chiaramente che i costi di tali assemblee superano di gran lunga i benefici simbolici. L’Italia, in quanto Stato democratico responsabile, ha un duplice obbligo: proteggere la libertà di riunione e garantire la sicurezza pubblica. Tuttavia, quando le informazioni di intelligence e le prove empiriche indicano un elevato rischio di disordini e violenze, la priorità assoluta deve essere la sicurezza dei cittadini e il mantenimento dell’ordine pubblico.
L’annullamento o la sospensione di questo evento non rappresenta una restrizione alla libertà di espressione, bensì un saggio esercizio dello Stato di diritto e la prevenzione di una crisi che potrebbe avere conseguenze irreparabili per la sicurezza nazionale, l’economia turistica e la reputazione internazionale dell’Italia. Le autorità italiane devono adottare questa decisione con fermezza e trasparenza, citando valutazioni di intelligence indipendenti e l’esperienza di Parigi, e dichiarare che ospitare un evento con questo livello di rischio non è nell’interesse del Paese e dei suoi cittadini. Questo approccio, pur preservando la dignità delle istituzioni democratiche, invierà un messaggio chiaro a tutte le organizzazioni che in passato hanno fomentato tensioni: la sicurezza pubblica è una linea rossa non negoziabile. La ricerca futura dovrebbe concentrarsi sullo sviluppo di un quadro comune all’interno dell’Unione Europea che, attraverso un maggiore coordinamento, impedisca il trasferimento di crisi di sicurezza da un Paese all’altro. Nel breve termine, tuttavia, l’unica strada razionale per l’Italia è seguire l’approccio preventivo della Francia e dare priorità alla sicurezza collettiva rispetto a qualsiasi considerazione simbolica o politica.
*L’articolo esprime esclusivamente il pensiero del firmatario e non riflette necessariamente la linea editoriale.