7 Agosto 2026

Mese: Luglio 2026

burkina
Di Pat Antonini Le recenti dichiarazioni del presidente del Burkina Faso Ibrahim Traoré, secondo cui nel Paese non sarà introdotta la Sharia come sistema giuridico, hanno riportato l’attenzione internazionale su una delle questioni più delicate dell’Africa contemporanea: il rapporto tra religione, Stato e identità nazionale. La dichiarazione, naturalmente, non rappresenta soltanto una presa di posizione sul piano religioso, ma si inserisce in un quadro più ampio, caratterizzato dalla crisi delle istituzioni tradizionali, dall’avanzata dei gruppi jihadisti (molto spesso sostenuti dall’occidente) e dalla ricerca, da parte di diversi governi africani di una nuova autonomia politica che fu preconizzata da Thomas Sankara. Il Burkina Faso diventa così il simbolo di una domanda più grande: quale modello di Stato può nascere in una regione attraversata contemporaneamente da conflitti armati, fragilità economiche e profonde trasformazioni sociali? ll Burkina Faso possiede una storia religiosa e culturale estremamente articolata. La maggioranza musulmana convive con comunità cristiane e con antichissime tradizioni spirituali locali che hanno contribuito alla formazione dell’identità nazionale.Il rifiuto della Sharia come sistema legislativo deve quindi essere interpretato soprattutto come riaffermazione della laicità istituzionale, pertanto dal principio secondo cui lo stato mantiene una propria autonomia rispetto alle autorità religiose. Tuttavia, la questione non riguarda soltanto la separazione tra religione e politica. Nella storia, infatti, il problema non è mai stato semplicemente la presenza della fede nello spazio pubblico, ma ovviamente, cosa banale da dire, il momento in cui una visione religiosa o ideologica viene trasformata in uno strumento di controllo politico. Il Burkina faso e Ibrahim Traorè affrontano in sostanza i temi dostoevskijani raccontati dalle “voci” di Kirillov o Roskolnikov, che consistono nel rimarcare quanto la strategia dell’omicidio, del terrore e del messaggio di forza messo in atto dal terrorismo puntino a far apparire debole l’istituzione, la legittimità della politica e la risoluzione diplomatica, affermando con l’estremismo del proprio gesto un monito verso il popolo che non serve solo ad esacerbare il terrore, bensì anche a convincere dell’inutilità della politica. D’altro canto, anche Hamas, colpendo con la violenza fornisce ad Israele un pretesto per dare una risposta sproporzionata rispetto al danno subito, agli occhi dei palestinesi chi decresce nel consenso è ANP, che appare evanescente e inattiva, mentre Hamas costruisce una reputazione agli occhi dei palestinesi che la vede come l’unica forza disposta a fare qualcosa contro il nemico, il problema, tornando alla situazione del Burkina Faso, è che i gruppi di Al-Qaeda sono sostenuti principalmente dall’occidente. Negli ultimi anni il Burkina Faso è diventato uno dei principali epicentri della crisi del Sahel. Gruppi jihadisti hanno conquistato influenza in vaste aree rurali, sfruttando anche il sostegno di una parte dell’occidente, oltre ovviamente alla povertà e le difficoltà economiche di una popolazione giovane e numerosa. In questo scenario, la scelta del governo burkinabé assume anche un valore simbolico: respingere la Sharia significa dichiarare che il futuro del Paese non sarà definito da chi prevale nell’arena di lotta creata ad arte da potenze esterne, ma dalle istituzioni nazionali. Ibrahim Traoré ha stigmatizzato in modo inequivocabile l’ingerenza...
Nel contesto della costante instabilità in Medio Oriente, nessun altro Stato del Golfo ha tentato di alterare gli equilibri di potere regionali quanto gli Emirati Arabi Uniti. Attraverso una serie di politiche, che vanno dall’intervento attivo nelle guerre civili dei Paesi vicini al rafforzamento dei legami diplomatici con ex avversari, Abu Dhabi cerca di trasformare radicalmente la regione, insediare governi amici in Paesi fragili e consolidare la propria posizione di centro finanziario globale.