di Veronica Vuotto
Robot che corrono mezze maratone, ballano kung fu in TV, scaricano valigie negli aeroporti. Dietro lo spettacolo degli umanoidi cinesi si nasconde una competizione molto più seria con gli Stati Uniti, che si gioca su tre tavoli: il corpo dei robot, il loro cervello e le regole, vale a dire standard, brevetti, terre rare, che decideranno chi scriverà la grammatica delle tecnologie del prossimo decennio. Un viaggio nella “terra dei robot”, tra demografia, chip e la corsa a catturare perfino il modo in cui lavoriamo.
Due immagini a un anno di distanza
Per capire cosa sta succedendo in Cina conviene mettere a confronto due scene separate da appena dodici mesi.
Febbraio 2025, Gala del Capodanno cinese, il programma televisivo più visto al mondo: sedici robot umanoidi Unitree salgono sul palco ed eseguono la danza popolare Yangge rotando fazzoletti, con movimenti sincronizzati ma prudenti (più un balletto programmato che una vera coreografia). Febbraio 2026, stesso palco: oltre una dozzina di umanoidi autonomi eseguono sequenze di arti marziali sofisticate, impugnando spade, bastoni e nunchaku a pochi centimetri da bambini in carne e ossa. La coreografia include il “drunken boxing” (lo stile del kung fu ubriaco, con barcollamenti e cadute controllate), e dimostra per la prima volta capacità di recupero autonomo: un robot che cade si rialza da solo, senza intervento umano.
Tra le due scene si colloca un terzo episodio diventato simbolico. Il 19 aprile 2026, alla mezza maratona della Beijing E-Town, un umanoide costruito da Honor (il marchio di smartphone che fino al 2020 era una sussidiaria di Huawei, ceduta per aggirare le sanzioni americane) ha percorso i 21 chilometri in 50 minuti e 26 secondi, in navigazione completamente autonoma. Un tempo che non solo vinceva la gara tra robot: batteva il record mondiale umano, fermo a 57 minuti e 20 secondi. Un anno prima, alla stessa gara, avevano partecipato venti squadre di robot, e solo sei erano riuscite a tagliare il traguardo nei tempi. Nel 2026 erano oltre trecento.
Questo salto, raccontato dal giornalista Filippo Lubrano sulla newsletter “Il Partito” di Simone Pieranni, è la misura plastica di un fenomeno che i media cinesi hanno già ribattezzato la trasformazione della 礼仪之邦 ciooè la “terra dei riti”, l’epiteto confuciano della Cina, nella 机器人之邦, la “terra dei robot”. Ma dietro lo spettacolo c’è una partita geopolitica molto più seria, che si gioca su tre tavoli distinti: il corpo dei robot, il loro cervello e — il fronte meno visibile e forse più decisivo — le regole che governeranno la prossima generazione di tecnologie.
Il corpo: dove la Cina ha già vinto
Sui numeri non c’è partita. Secondo il Ministero dell’Industria e dell’Information Technology cinese, alla fine del 2025 il Paese contava oltre 140 produttori domestici di umanoidi e più di 330 modelli immessi sul mercato, non prototipi da fiera, ma prodotti spediti ai clienti. Stando ai dati della società di ricerca Omdia, dei circa 13.000 umanoidi consegnati nel mondo nel 2025 le aziende cinesi hanno coperto circa l’80%, con AgiBot e Unitree che da sole hanno spedito oltre 5.000 unità ciascuna. Unitree punta per il 2026 a una capacità produttiva annua di 75.000 unità, una cifra che secondo alcune analisi di settore supererebbe l’intero comparto occidentale messo insieme. Per confronto, i campioni americani, Tesla e Figure AI, hanno spedito ciascuno qualche centinaio di unità o meno.
Il vantaggio nasce dalla manifattura. Grazie alle filiere costruite per smartphone ed auto elettriche, la Cina dispone di una catena di fornitura per batterie, motori, riduttori di precisione, elettronica di potenza e sensoristica che nessun altro Paese riesce oggi a eguagliare. È questo che ha permesso di portare gli umanoidi fuori dai laboratori e trasformarli in beni commerciali: un’unità di fascia base, come l’Unitree R1, può costare attorno ai 4.900 dollari, una cifra che Forbes ha definito tra le più basse oggi disponibili per un robot umanoide bipede funzionante. A quel prezzo, per un’azienda di un Paese a manodopera cara, l’acquisto smette di essere una scelta politica e diventa pura aritmetica.
Lo si vede già sul campo. Il Walker S Lite della società di Shenzhen UBTech lavora al controllo qualità nello stabilimento FAW-Volkswagen di Qingdao, mentre la versione più recente, il Walker S2, è il primo umanoide al mondo capace di cambiarsi autonomamente la batteria in appena tre minuti. E un’analisi pubblicata da Asia Times racconta come, mentre il dibattito pubblico ruota attorno alla “guerra fredda tecnologica” tra Washington e Pechino, negli scali aeroportuali di Tokyo stia andando in scena una “tregua” silenziosa: umanoidi made in China, firmati Unitree e UBTech, in test per il carico bagagli all’aeroporto di Haneda, in un Giappone che invecchia e che, pur impegnato a “de-rischiare” dalla Cina, sceglie il motore di un robot piuttosto che la schiena di un lavoratore.
Perché la motivazione di fondo, in Cina come nel resto dell’Asia avanzata, è demografica prima che tecnologica. La Cina ha oltre 310 milioni di over 60 (il 22% della popolazione) e dal 2022 registra più morti che nascite; il Giappone, secondo le stime della Japan International Cooperation Agency, avrebbe bisogno di quasi 6,7 milioni di lavoratori stranieri entro il 2040 solo per reggere i suoi obiettivi di crescita economica. In questo contesto l’umanoide non è fantascienza ma una risposta a una carenza strutturale di manodopera. Non a caso Morgan Stanley stima che il settore, robot, componenti e servizi collegati, possa valere 5.000 miliardi di dollari nel 2050, anno in cui in Cina dovrebbero essere operativi oltre 300 milioni di umanoidi.
Il cervello: dove si gioca davvero la partita
Se sul corpo la Cina è avanti, la vera frontiera è il cervello: l’intelligenza artificiale “incarnata” (embodied AI) che permette a una macchina di percepire, ragionare e agire nel mondo fisico. E qui la situazione è più sfumata.
Più che la potenza, il problema centrale sono i dati. ChatGPT ha potuto imparare leggendo internet, testi a costo quasi nullo e in quantità sterminata. Un robot, invece, deve imparare a muoversi, afferrare oggetti, aprire porte, piegare vestiti: dati raccolti nel mondo reale, costosi, lenti da generare e scarsi. Wang Xiaogang, cofondatore di SenseTime e presidente della sua controllata robotica Ace Robotics, ha stimato che il settore abbia finora accumulato solo alcune centinaia di migliaia di ore di addestramento, in gran parte da teleoperazione (esseri umani che guidano i robot a distanza): briciole rispetto ai milioni di ore al giorno che la guida autonoma genera via simulazione.a via simulazione.
È la stessa diagnosi che emerge dalle parole di Jensen Huang, numero uno di Nvidia: per addestrare i robot servono dati raccolti dal punto di vista del robot stesso, mentre quasi tutti i video disponibili online sono girati in terza persona. Huang ha definito i dati “il problema più difficile” per la physical AI. Per questo molti osservatori dicono che agli umanoidi manca ancora il loro “momento ChatGPT”, quel punto di svolta che li trasformerebbe da curiosità da laboratorio a strumento di massa. Gli ottimisti, come lo stesso Wang, lo collocano a un paio d’anni di distanza; i pessimisti anche a un decennio.
Qui la Cina ha però un vantaggio strutturale: avendo più robot sul campo di chiunque altro, genera ogni giorno enormi quantità di dati di interazione reale, alimentando un circolo virtuoso che accelera l’addestramento. E i segnali di competitività non mancano. A inizio giugno 2026 la startup di Hangzhou Spirit AI ha annunciato che il suo modello Spirit v1.6 ha superato il Cosmos3-Nano-Policy di Nvidia nella classifica internazionale RoboArena, un benchmark sviluppato dalla stessa Nvidia insieme a Stanford e Berkeley. Un solo benchmark non decreta un vincitore, ma il segnale è che la corsa al cervello dei robot è ormai globale.
Resta un nodo: i chip. Le restrizioni americane all’export dei processori più avanzati colpiscono proprio il “cervello” degli umanoidi. È la logica che spiega un’alleanza altrimenti sorprendente: al Computex di Taipei (giugno 2026) Nvidia ha annunciato, insieme alla cinese Unitree e alla singaporiana Sharpa, un modello di riferimento per umanoidi che combina il corpo H2 Plus di Unitree, le mani tattili di Sharpa e il processore Jetson AGX Thor di Nvidia: un “cervello” americano, un corpo cinese, una mano singaporiana. L’idea dichiarata è replicare per i robot ciò che Android ha fatto per gli smartphone. Ma la triangolazione Santa Clara, Hangzhou e Singapore dice anche un’altra cosa: nonostante la rivalità, Nvidia non vuole uscire dall’ecosistema robotico cinese in pieno boom.
Le regole: la frontiera invisibile
C’è poi il tavolo meno spettacolare e forse più strategico: gli standard. È il terreno su cui la Cina ha imparato la lezione del 5G e non intende ripetere gli errori del passato.
Sul 6G, Pechino si muove con un piano coordinato dal gruppo IMT-2030, istituito nel 2019. La tabella di marcia prevede la fine della ricerca di base, l’avvio della standardizzazione attorno al 2026 e la commercializzazione verso il 2030. Huawei, malgrado le sanzioni, è in testa alla classifica dei brevetti 6G a livello globale, in un settore dove la Cina nel suo complesso detiene circa il 35% dei 38.000 brevetti 6G depositati nel mondo, e al MWC di Shanghai del giugno 2026 la Cina ha mostrato un vantaggio di 12-18 mesi sul 5G-Advanced, con China Mobile in un ruolo guida nei gruppi di standardizzazione 3GPP. Si profilano due visioni alternative: da un lato l’approccio aperto e interoperabile promosso da Stati Uniti, UE, Giappone e Corea (Open RAN); dall’altro l’ecosistema “sovrano” cinese, che privilegia l’autonomia strategica e il controllo. Come per il 5G, Huawei e ZTE da una parte, Ericsson, Nokia e Qualcomm dall’altra, il rischio è una frammentazione che divide il mondo in due infrastrutture digitali incompatibili.
La stessa logica vale per i robot. A fine maggio 2026 la Cina ha lanciato una piattaforma nazionale per assegnare a ogni umanoide un’identità digitale: un codice unico di 29 cifre, una sorta di “passaporto” del robot, per tracciarlo lungo l’intero ciclo di vita, dalla produzione al riciclo. Ufficialmente serve a garantire sicurezza e tracciabilità; di fatto, chi fissa per primo gli standard di un settore nascente ne detta le regole per decenni. L’iniziativa “China Standards 2035” muove proprio in questa direzione: il tentativo di spostare il baricentro strategico del Paese da economia della produzione a economia degli standard.
Sul versante opposto, gli Stati Uniti rispondono con i controlli e con la legislazione. Al Congresso sono stati depositati il Guard Act e l’American Security Robotics Act, pensati per limitare o vietare l’uso di robot cinesi ritenuti un rischio per la sicurezza. E resta in piedi l’intera architettura dei controlli sull’export di chip avanzati, software di progettazione (EDA) e macchinari per i semiconduttori, che colpisce direttamente lo sviluppo del “cervello” dei robot.
L’arma delle terre rare e la “tregua” fragile
A complicare il quadro c’è la leva che Pechino controlla meglio di chiunque: le terre rare. La Cina rappresenta circa il 70% dell’estrazione mondiale di terre rare, ma controlla oltre il 90% della catena del valore a valle, inclusa la separazione, la raffinazione dei metalli e oltre il 94% della produzione di magneti permanenti sinterizzati, componenti essenziali tanto per i robot quanto per l’industria della difesa occidentale.
Dopo l’introduzione della “Affiliates Rule” americana a fine settembre 2025, Pechino ha risposto a ottobre con un regime di licenze sulle terre rare, applicando per la prima volta una regola “a effetto extraterritoriale” simile a quella statunitense. La crisi ha portato a una sospensione concordata di un anno (valida fino a novembre 2026), ma la struttura è rimasta: secondo un’analisi del CSIS, anche con i controlli sospesi la Cina non si è dimostrata un partner di esportazione affidabile nei momenti di tensione, e Washington ha accelerato accordi con Australia e Giappone per costruire filiere alternative. Il 22 giugno 2026, intanto, Pechino ha aggiunto dieci aziende americane, tra cui i produttori di terre rare MP Materials e USA Rare Earth, alla propria lista di controllo dell’export, in risposta all’inserimento di aziende cinesi nella lista del Pentagono: segno che la corsia della sicurezza nazionale resta attiva in entrambe le capitali a prescindere dalle cortesie diplomatiche.
La distillazione delle competenze: l’AI che cattura il know-how
C’è infine un filone che mostra come questa rivoluzione non riguardi solo le fabbriche, ma anche gli uffici e, letteralmente, le persone. In Cina ha preso piede la cosiddetta skill distillation, la “distillazione delle competenze”: software che trasformano il know-how di un dipendente in un agente AI capace di lavorare al suo posto.
Un caso concreto, riportato da Caixin Global, riguarda un’azienda di gaming dello Shandong che ha addestrato un avatar AI utilizzando le chat, i documenti e le abitudini di un ex dipendente, proprio attraverso questa tecnica. Lo strumento tecnico che ha reso popolare l’approccio è COLLEAGUE.SKILL, un progetto open source sviluppato dallo Shanghai Artificial Intelligence Laboratory, capace di trasformare chat, documenti e tracce di interazione di una persona in “competenze” AI portabili e installabili su diversi sistemi. L’obiettivo dichiarato è non perdere l’esperienza accumulata quando un dipendente se ne va; quello implicito è trasformare anni di apprendimento individuale in una risorsa aziendale permanente e replicabile.
Un caso concreto, raccontato dal podcast “We Are the Robots” di Rassegna Cina, riguarda un’azienda di gaming dello Shandong che ha addestrato un avatar AI utilizzando le chat, i documenti e le abitudini di un ex dipendente, proprio attraverso questa tecnica. Lo strumento tecnico che ha reso popolare l’approccio è COLLEAGUE.SKILL, un progetto open source sviluppato dallo Shanghai Artificial Intelligence Research Institute, capace di trasformare chat, documenti e tracce di interazione di una persona in “competenze” AI portabili e installabili su diversi sistemi. L’obiettivo dichiarato è non perdere l’esperienza accumulata quando un dipendente se ne va; quello implicito è trasformare anni di apprendimento individuale in una risorsa aziendale permanente e replicabile..
Il fenomeno non è solo cinese: ad aprile 2026 Meta ha lanciato il “Model Capability Initiative” per raccogliere i dati prodotti dal lavoro dei dipendenti, non i risultati, ma il lavoro stesso, ogni clic, ogni tasto premuto, ogni movimento del mouse, suscitando una petizione interna firmata da oltre 1.500 dipendenti. Il programma è stato sospeso il 22 giugno 2026, ufficialmente per un problema di sicurezza, dopo che dati sensibili dei dipendenti erano rimasti accessibili a tutto il personale dell’azienda.
Conclusione: tre tavoli, una sola partita
Volendo riassumere il tutto, mettendo insieme i vari pezzi, si evince che la competizione tecnologica tra Cina e Stati Uniti non si combatte su un solo fronte ma su tre tavoli interconnessi. Sul corpo (manifattura, hardware, filiere), la Cina ha già un vantaggio difficilmente colmabile, sostenuto da una pressione demografica che rende i robot una necessità più che un lusso. Sul cervello (chip e intelligenza artificiale incarnata) gli Stati Uniti conservano un margine, difeso a colpi di controlli sull’export, ma la distanza si assottiglia man mano che la Cina accumula dati ed esperienza sul campo. Sulle regole (standard di 6G e robotica, identità digitali, terre rare) si decide chi scriverà la grammatica delle tecnologie del prossimo decennio, ed è qui che la partita resta più aperta e più rischiosa, perché un mondo diviso in due ecosistemi incompatibili converrebbe a pochi.
Gli umanoidi che ballano al Capodanno cinese o che corrono una mezza maratona sono la parte visibile e rassicurante di tutto questo. La parte che conta davvero accade altrove: nei laboratori dove si addestrano i “cervelli”, nei comitati dove si negoziano gli standard, nelle miniere di terre rare e, sempre più, negli uffici dove l’esperienza dei lavoratori viene distillata in software. La domanda con cui conviene chiudere non è “quando arriverà il momento ChatGPT dei robot”, ma una più scomoda: man mano che le macchine assorbono il nostro lavoro, le nostre competenze e perfino il nostro modo di pensare, chi deciderà quale parte tenere per noi?