21 Luglio 2026
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Intervista a Michele Marsiglia, presidente di Federpetroli: “Il mondo del petrolio evolve velocemente, mentre si abbandonano diplomazia e diritto internazionale”.

a cura di Filippo Pederzini

Intervista a Michele Marsiglia, presidente di Federpetroli: “Il mondo del petrolio evolve velocemente, mentre si abbandonano diplomazia e diritto internazionale”.

“Una guerra? È sufficiente qualche instabilità geopolitica momentanea per portare l’Europa e l’Italia in un default energetico immediato…” Ma anche: “Stiamo uscendo da quello che è uno scenario competitivo globale energetico e non solo…” E ancora: “Il mondo del petrolio va avanti e si evolve velocemente, non riusciamo a capire da quale parte vogliamo stare, abbandonando completamente quell’arte antica della Diplomazia e del Diritto Internazionale.”

Michele Marsiglia, Presidente di FederPetroli Italia

Non è pessimismo, ma realismo puro quello di Michele Marsiglia, presidente di Federpetroli Italia. Attento e critico di fronte all’evolversi dello scenario internazionale, alla luce delle crisi energetiche innescate dal conflitto russo-ucraino prima e vicino orientale poi, dopo l’aggressione israelo-statunitense contro l’Iran. Che ha investito il mondo, ma il cui conto salato è arrivato prima di tutto all’U.E. ed in particolare all’Italia. “Un grande controsenso strategico secondo Marsiglia, quello che stiamo vivendo, attraversando ma anche subendo, “che non porta da nessun parte. Cerchiamo sempre di curare un’energia malata senza essere determinati nella giusta cura.”

Presidente Marsiglia, da mesi il conflitto in Medio Oriente ha coinvolto direttamente lo Stretto di Hormuz o le infrastrutture saudite ed emiratine senza contare quelle iraniane. Qual’è, secondo lei, il vero grado di vulnerabilità delle forniture energetiche verso Italia e Unione Europea come pure verso altri Paesi che dipendono dalle forniture del Golfo Persico oggi, e quanto i nostri giacimenti strategici nazionali potrebbero coprirci in caso di blocco prolungato?

“Il grado di vulnerabilità si chiama 90%, ovvero l’energia che l’Italia importa dall’estero.  Come ho sempre detto, essere dipendenti da fonti di approvvigionamento esterne, parlo di un mix energetico, quindi di diverse fonti di energia, espone un Paese ad un grande rischio. Non c’è bisogno di una guerra, basta una sommossa, una rivolta, qualche instabilità momentanea che specialmente in Medio Oriente ed Africa sono all’ordine del giorno, per portare l’Europa ed in particolare l’Italia in un default energetico immediato. Oggi si chiama Hormuz, qualche anno fa l’abbiamo visto su Libia, Suez o meglio sul conflitto russo-ucraino. Quindi da pozzi e giacimenti Onshore ed Offshore italiani poco è sfruttato e prodotto. L’indotto energetico italiano è un tema che si preferisce abbandonare nella dialettica quotidiana della politica, non consapevoli che un Paese deve vivere della propria energia e di parte, di quella estera. In Italia manca una Strategia Energetica Nazionale e l’Europa è priva di una Politica Energetica e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Sfruttando i nostri giacimenti e tutte le energie disponibili in Italia potremmo in pochi anni soddisfare oltre il 42% del fabbisogno energetico nazionale con grandi risparmi sulla bolletta energetica di famiglie ed imprese.”

Guardando alla geoeconomia degli approvvigionamenti, quali Paesi stanno finora guadagnando da questa crisi in termini di quote di mercato verso l’Europa? E quali, invece, sono i principali perdenti in questa ridefinizione forzata dei flussi di petrolio e gas?

“Stiamo ritirando gran parte di GNL dagli Stati Uniti d’America, mentre ancora si parla di flotte ombra battente bandiera della Russia: quindi la fotografia è già in parte delineata. L’Algeria è stata fondamentale, la Libia potrebbe dare di più ed il Congo e Mozambico oggi sono i nostri cavalli di battaglia. È da tempo che il mercato petrolifero internazionale spingeva verso una ridistribuzione delle quote di mercato, specialmente per i Paesi produttori membri dell’OPEC. Questi conflitti quindi, ridisegnano inevitabilmente una nuova scena del greggio mondiale, generando per forza di cose un nuovo approvvigionamento che condiziona tutti. Tutti, da un momento all’altro hanno meno prodotto e quindi si innesca una sorta di race aggressiva per approvvigionarsi di petrolio e gas da chi ne ha o può avere una piccola quota da vendere, il problema in queste situazioni è che si acquista senza badare al prezzo, ma solo alla quantità di prodotto, generando poi, innalzamenti nel medio periodo sui costi generali dei consumi nazionali di energia di diversi Stati. Il Medio Oriente è ancora il baricentro del petrolio mondiale ma oggi anche l’Africa, specialmente per l’Italia, ricopre un ruolo fondamentale nelle politiche energetiche presenti e dei prossimi decenni. Abbiamo ancora diverse zone inesplorate in gran parte del continente africano ricche di idrocarburi sia a terra che in mare e gran parte di investimenti delle nostre aziende sono focalizzati li. Tutti sanno che da anni il sottoscritto e FederPetroli Italia hanno sempre portato avanti i rapporti con la Russia invitando più volte a rivedere diverse posizioni politiche ed economiche che l’Italia e l’Europa ha intrapreso.”

L’Italia ha sostenuto attivamente il piano REPowerEU per uscire dal gas russo, ma ora anche il conflitto in Medio Oriente, dopo quello russo-ucraino rischia di spostare la dipendenza da un’area instabile a un’altra. Possiamo davvero parlare di “diversificazione riuscita” o stiamo solo cambiando il nome del fornitore critico come più in generale della situazione?

“Don Chisciotte della Mancia combatteva contro i mulini a vento, un cavaliere errante che non accettava consigli. L’Europa ha deciso di combattere contro un ideologismo privo di coerenza basato su una ideologia green o falsamente green che sta portando un bellissimo continente a diventare un Paese terzo nel mondo. Siamo uno dei pochi continenti nella storia ad aver imposto delle sanzioni ed averci perso più del Paese sanzionato. Non siamo usciti dal gas russo, stiamo uscendo da quello che è uno scenario competitivo globale energetico e non solo.”

Dal punto di vista dei prezzi e dei mercati, le compagnie petrolifere europee e italiane stanno registrando margini elevati. Ma c’è un rischio concreto che questa volatilità prolungata finisca per danneggiare la competitività industriale dell’UE – soprattutto PMI – spingendo le manifatture verso aree a minor costo energetico come USA o Cina? Dove sta l’ago della bilancia per il nostro sistema produttivo?

“Non abbiamo realizzato margini elevati o come erroneamente spesso denominati extraprofitti ma bensì fatturati più elevati. Non esiste ‘l’extraprofitto’ in una economia aziendale. I fatturati in crescita sono dovuti, come in tutte le aziende, al prezzo dei prodotti più alti, si compra più alto, si vende più alto ma se vengono esaminati i bilanci di gran parte delle oil companies di riferimento, si può vedere che il margine netto è minore. Sicuramente vendendo petrolio o meglio energia e, dati i volumi di consumi su scala mondiale, ci sono grandi numeri. In questi ultimi anni, specialmente l’Italia e grazie ad ENI si è dovuta, sotto il profilo energetico strutturare alla meglio per sostenere i consumi del Paese, contribuendo anche a quel meccanismo di solidarietà con l’Europa specialmente per il Gas. La volatilità e la speculazione sono le madri e le leggi principali di un mercato, specialmente di quello di Borsa, senza queste ultime, l’economia degli scambi è morta. Ma c’è anche il lato più negativo, le grandi aziende resistono, le piccole muoiono e dal covid ad oggi la lista di queste ultime è lunga. Bisogna cambiare la metodologia della domanda/offerta riservata agli operatori di fascia media, senza alcuna riforma su questo livello, la competitività va sempre più a vantaggio di Paesi terzi con influenze di mercato costruite su una determinazione aziendale ed economica diretta, più efficace e che si riesce ad adattare ai mutamenti dei mercati in poco tempo.”

Se l’Amministrazione americana decidesse di usare le proprie esportazioni di GNL come arma geopolitica condizionando i flussi verso l’Europa a scelte diplomatiche su Israele e Iran, quanto sarebbe vulnerabile l’Italia? E quale spazio di manovra ci resta senza una politica energetica comune davvero operativa in UE?

“L’U.E. a seguito degli accordi in Scozia del Luglio 2025 si è impegnata nei confronti degli U.S.A. ad acquistare nel triennio 2026/28, petrolio, GNL, nucleare e diverse altre forme di energia per un valore di 750 miliardi di dollari oltre a miliardi di investimenti strategici nei territori americani. Questo accordo ha reso gli Stati Uniti d’America il maggior fornitore di gas dell’Europa sostituendosi, ancora prima della crisi di Hormuz e del capitolo Iran a diversi altri Paesi fornitori dell’Italia e dell’Europa del Medio Oriente, Africa e terzi Paesi dell’area asiatica con nostri investimenti strategici. Vuol, dire che se prima abbiamo parlato di una assenza di politica e strategia energetica italiana ed europea, con questo tipo di accordi (stretta di mano in Scozia tra Trump e Von Der Leyen), altri Paesi decidono la nostra politica energetica. Tutto questo a prezzi cinque/sei volte le normali condizioni economiche di mercato che vengono a loro volta condizionate da variabili di tipo logistico.”

Un’ultima domanda sulle rotte alternative: molti osservatori indicano nel corridoio Iraq-Turchia (attraverso l’oleodotto Kirkuk–Ceyhan) e nel potenziamento dei rigassificatori italiani una risposta tattica. Ma strategicamente, quali Paesi emergenti potrebbero approfittare di questo caos per diventare hub energetici regionali a scapito degli attori tradizionali? Turchia? Emirati? Arabia Saudita? Qualche Paese dell’Africa?

“Come spesso sto ripetendo in questi delicati mesi, dobbiamo pensare al fattore tempo che, in queste situazioni è quello dominante e determinante. Le soluzioni alternative dell’energia ci sono e si possono intraprendere ma devono essere su binari paralleli con i tempi degli investimenti che abbiamo fatto e su quelli che ci vogliono nella realizzazione delle infrastrutture. L’energia non è un argomento facile, parlo nelle fasi di individuazione delle risorse minerarie, nella produzione e specialmente come dicevo poco fa nella fase logistica e di trasporto. Bene i rigassificatori ma in rapporto alle altre infrastrutture di un Paese. Vogliamo petrolio grezzo ma stiamo chiudendo o riconvertendo le raffinerie in Italia ed Europa, attendiamo anni per l’autorizzazione ad un rigassificatore ma siamo ‘disperati’ in giro per il mondo alla ricerca di gas. Un grande controsenso strategico che non porta da nessuna parte. Cerchiamo sempre di curare un’energia malata senza essere determinati nella giusta cura. Oggi il mondo energetico è cambiato e, per me che lo conosco da oltre 25 anni sta cambiando velocemente il Medio Oriente. Gli Emirati, sulla linea del Qatar hanno abbandonato l’OPEC scegliendo una propria strategia commerciale ed energetica e superando quella linea religiosa che in parte è stata ago della bilancia dei territori mediorientali, alleandosi apertamente con un Israele commerciale. Nuovi gasdotti ed oleodotti stanno nascendo e proprio la Turchia sta diventando sempre più un hub strategico mediterraneo, in considerazione anche dell’area a largo di Gaza e di Israele denominata Leviathan. Il mondo del petrolio va avanti e si evolve velocemente, non riusciamo a capire da quale parte vogliamo stare, abbandonando completamente quell’arte antica della Diplomazia e del Diritto Internazionale.  L’Europa è ferma, sicuramente oggi più di prima è giusto chiamarsi ‘Vecchio Continente’.”

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