di Leslie Varenne
Nick Checker, il nuovo “Signor Africa” del Dipartimento di Stato, ha presentato “America First in Africa”, una tabella di marcia che intende riassumere la strategia dell’Amministrazione Trump per il continente. Lo slogan è d’impatto, ma il documento suona vuoto. Riflette sia una tardiva presa di coscienza sia un’ambizione eccessiva, con obiettivi ormai irraggiungibili.
Articolo originale: https://iveris.eu/america-first-in-africa-les-derniers-seront-ils-les-premiers/
La fine della moralità, un ritorno all’interesse personale
Per decenni, la Cina ha investito massicciamente nel Continente africano. Pechino è il suo principale partner commerciale. Immaginare oggi che gli Stati Uniti possano invertire questa dinamica e superarla, o anche solo contenerla, è pura illusione. Nel frattempo, anche altri attori hanno consolidato la propria presenza: Russia, Turchia, India e gli Stati del Golfo. In questo contesto, proclamare “America First in Africa” è più un’invocazione che una strategia.
Ciononostante, il testo segna una rottura significativa, una rottura che questi concorrenti del Sud del mondo avevano, per inciso, compreso da tempo. Sono finiti i tempi delle moralizzazioni, delle lezioni di governo e di altre teorie simili. Washington sta ora adottando un approccio freddo e pragmatico. Nick Checker lo riassume così: “Il successo in diplomazia significa incontrare i Paesi alle loro condizioni e rispettare le differenze culturali, storiche e di governo al fine di promuovere priorità comuni. Questa realtà implica che dobbiamo interagire con i governi per come sono, non per come Washington vorrebbe che fossero”. Su questo punto, almeno, gli Stati Uniti hanno recepito il messaggio dell’opinione pubblica africana, che non vuole più codici di condotta, ma partner. Solo che il rovescio della medaglia è il seguente: “Ci impegniamo a rispettare le scelte di tutti, purché i Paesi agiscano nel nostro interesse”. Quando Washington non è contrariata, tutto va bene …
Gli aiuti sono un esempio lampante. Dal 2025, nell’ambito della strategia sanitaria globale “America First”, una ventina di Paesi africani hanno firmato accordi bilaterali in materia di salute con Washington, che includono clausole per il cofinanziamento e la condivisione di dati sanitari. Questi accordi prevedono in particolare la trasmissione di dati sanitari e campioni di agenti patogeni. Ufficialmente in nome della sicurezza sanitaria, in realtà questi accordi vengono conclusi unicamente a beneficio dell’industria farmaceutica americana. L’esempio dello Zambia è emblematico. Al Paese sono stati offerti oltre un miliardo di dollari in aiuti in cinque anni, in cambio di: un cofinanziamento significativo, un maggiore accesso ai dati sanitari e una maggiore cooperazione sulle risorse minerarie. Niente di meno … Di fronte a queste richieste esorbitanti, Lusaka si è rifiutata di firmare nella sua forma attuale. Gli aiuti appaiono quindi per quello che sono: una leva di pressione, le cui condizioni diversi Stati stanno iniziando a contestare.
Garantire le risorse: una strategia deliberata
“Tutto ciò che facciamo è guidato dalla Strategia di Sicurezza Nazionale 2025”, afferma Nick Checker. Questo riferimento è sorprendente, poiché in questo documento l’Africa è relegata a poche righe in fondo, a dimostrazione che rappresenta la priorità più bassa per Washington.
In realtà, “America First in Africa” colma una lacuna. L’Africa è effettivamente di interesse per gli Stati Uniti. In quanto tale, il documento è esplicito: mira a “sfruttare le abbondanti risorse naturali dell’Africa e il suo potenziale economico latente per garantire le nostre catene di approvvigionamento”.
In un articolo intitolato “Donald Trump e la questione del tantalio”, l’autore di queste righe ha analizzato la politica estera americana alla luce della grave carenza di minerali strategici e della sua dipendenza strutturale dalla Cina. Questi materiali sono essenziali per la difesa e per la reindustrializzazione promossa da Donald Trump fin dal suo primo mandato. In questo contesto, l’Africa occupa una posizione centrale. L’Africa non è semplicemente un mercato o un partner, ma un serbatoio di materie prime essenziali per la competizione globale. La strategia è dunque chiara: diversificare le forniture assicurandosi l’accesso diretto alle risorse, anche a costo di ridefinire le relazioni diplomatiche.
Minerali critici, cobalto, rame, terre rare: Washington sta scoprendo che il continente è diventato indispensabile nella competizione industriale globale. Ma è troppo tardi; il gioco è già iniziato. Molti attori si sono già posizionati, alcuni da decenni. Le concessioni minerarie sono state ampiamente concesse, soprattutto a società cinesi. Gli Stati Uniti stanno entrando in uno spazio occupato dove il margine di manovra è limitato. In queste condizioni, “America First in Africa” appare come un disperato tentativo di recuperare terreno.
Una cortina fumogena
Il resto della roadmap è solo una facciata. Tuttavia, la sezione più rivelatrice è quella dedicata alla gestione del conflitto. Il divario tra retorica e realtà è abissale. Il documento ritrae Donald Trump come un “presidente della pace” a metà marzo, nel pieno di una serie di bombardamenti in Iran; un’affermazione che sarebbe ridicola se la situazione non fosse così tragica.
Il Presidente americano viene anche presentato come un negoziatore eccezionale, mettendo in evidenza gli accordi di Washington tra la Repubblica Democratica del Congo e il Ruanda. Anche in questo caso, la narrazione crolla di fronte alla realtà, poiché la pace promessa rimane irraggiungibile. Lo stesso vale per il Sudan, dove si parla di sforzi diplomatici, ma la guerra è giunta al terzo anno, senza alcuna prospettiva di risoluzione.
Per quanto riguarda il Sahel, il discorso è vago: “Il nostro dialogo con Niger, Mali e Burkina Faso, volto a ristabilire le relazioni, cerca di condividere le responsabilità e promuovere la titolarità e la cooperazione regionale di fronte alla persistente sfida posta dai gruppi terroristici transnazionali nel Sahel”. Sembra quasi un documento della Commissione europea! Sottolinea soprattutto l’ambiguità strategica in questa regione. Al contrario, la frase finale di questa sezione è chiarissima: “Ciò significa anche tollerare l’instabilità laddove gli interessi americani non siano direttamente coinvolti”. “Un cinismo autoproclamato, poco diplomatico, ma schietto …
In conclusione: Prima l’America in Africa, ovvero come arrivare dopo tutti gli altri, senza una strategia, sperando di raggiungere il podio.