18 Luglio 2026
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Nonostante si assista a cambiamenti epocali a livello internazionale, la Cina continua ad assicurare stabilità e certezza. La Repubblica Popolare Cinese ritiene importante mantenersi aperta al mondo per continuare il proprio sviluppo, conscia che la concorrenza estera fa bene anche alle imprese nazionali. Il 15° Piano Quinquennale cinese si è posto quali obiettivi l’eliminazione completa della povertà nel Paese e la modernizzazione socialista per il risorgimento della nazione. In tale contesto, la visita di Donald Trump a Pechino sancisce l’inizio di un’epoca che Xi Jinping ha definito come “relazioni costruttive di stabilità strategica tra Cina e Stati Uniti”, dimostrando ancora una volta la postura internazionale “responsabile” della Repubblica Popolare.

di Stefano Vernole

Nonostante si assista a cambiamenti epocali a livello internazionale, la Cina continua ad assicurare stabilità e certezza. La Repubblica Popolare Cinese ritiene importante mantenersi aperta al mondo per continuare il proprio sviluppo, conscia che la concorrenza estera fa bene anche alle imprese nazionali. Il 15° Piano Quinquennale cinese si è posto quali obiettivi l’eliminazione completa della povertà nel Paese e la modernizzazione socialista per il risorgimento della nazione. In tale contesto, la visita di Donald Trump a Pechino sancisce l’inizio di un’epoca che Xi Jinping ha definito come “relazioni costruttive di stabilità strategica tra Cina e Stati Uniti”, dimostrando ancora una volta la postura internazionale “responsabile” della Repubblica Popolare.

Lo scorso anno le tensioni tra Pechino e Washington erano salite alle stelle. Nel primo semestre del suo secondo mandato, Trump aveva alzato il livello dello scontro con Pechino: non soltanto i dazi, tutt’altro che reciproci, ma anche altre restrizioni e minacce esplicite. Di fronte alla dura realtà dei fatti, l’inquilino della Casa Bianca ha dovuto prendere atto che, nonostante i ripetuti tentativi di disaccoppiamento, le due economie sono ancora profondamente legate tra loro.

In una guerra tariffaria prolungata tra Cina e Stati Uniti non ci sarebbero stati vincitori: lo avevano già spiegato le Autorità di Pechino in quei mesi difficili, e alla fine il presidente Trump non ha potuto che dar loro ragione. Dopo cinque incontri tra maggio e ottobre, le delegazioni dei due Paesi hanno così preparato il terreno diplomatico per il vertice bilaterale dello scorso ottobre a Busan, in Corea del Sud, durante il quale i due presidenti hanno concordato un anno di tregua commerciale, sospendendo vicendevolmente tutte le misure e le contromosse dei mesi precedenti. “Quando ci sono disaccordi e frizioni, la consultazione paritaria è l’unica scelta corretta”, ha ricordato Xi al suo omologo d’oltreoceano, elogiando il lavoro positivo svolto il giorno prima dai gruppi di negoziatori. “Si tratta di una buona notizia per i popoli dei due Paesi e per il mondo”, ha osservato il leader, specificando che “le imprese statunitensi sono profondamente coinvolte nel processo di riforma e apertura della Cina”, pronta in tal senso a raccogliere i frutti di una maggiore cooperazione reciprocamente vantaggiosa.

Il summit tra Trump e Xi a Pechino dal 13 al 15 maggio 2026 ha avuto una grande importanza diplomatica e simbolica. Esso è stato preceduto dai colloqui intrattenuti dal Vice Primo Ministro cinese He Lifeng, che ha guidato una delegazione in Corea del Sud per negoziati commerciali con le controparti statunitensi il 12 e 13 maggio.

Pechino ha portato il protocollo al massimo livello per accogliere la delegazione statunitense con grande sfarzo e rilievo, cercando probabilmente di impressionare Donald Trump che è molto sensibile all’adulazione: “Avremo un fantastico futuro insieme. È un onore essere qui con te, è un onore essere tuo amico. Le relazioni tra Cina e Stati uniti saranno le migliori di sempre”, ha detto il Presidente U.S.A., prodigo di complimenti. 

All’arrivo del Presidente statunitense, il picchetto cinese ha reso gli onori militari; i due leader sono saliti sulla tribuna d’onore mentre la banda militare eseguiva gli inni nazionali di Cina e Stati Uniti e in piazza Tiananmen venivano sparati 21 colpi di cannone. Accompagnato da Xi, Trump ha poi passato in rassegna il picchetto d’onore dell’Esercito popolare di liberazione e assistito alla parata. Ai colloqui hanno partecipato anche le Autorità cinesi Cai Qi, Wang Yi e He Lifeng.

Dopo il summit, i due leader si sono spostati al Tempio del Cielo, antico simbolo dell’Impero cinese, per concludere la giornata con un banchetto di Stato e un menù alla base di piatti della regione di Shanghai: astice in zuppa di pomodoro, costine di manzo croccanti, anatra arrosto, salmone e bao di maiale. Trump pare aver apprezzato, tanto da concedersi un rarissimo sorso di vino bianco.

Durante la visita, Xi ha richiamato il significato storico e simbolico del sito, ricordando che anche il Tempio del Cielo, come la Città Proibita visitata insieme nel 2017, riflette la concezione cosmologica cinese del “cielo rotondo e terra quadrata”, espressione della visione del mondo e della filosofia politica tradizionale del Paese. Osservando con Trump le caratteristiche architettoniche della struttura — dal sofisticato sistema di incastri lignei (dougong) all’integrazione tra principi astronomici e progettazione architettonica — Xi ha richiamato un principio classico della tradizione politica cinese: “Il popolo è il fondamento dello Stato; se il fondamento è solido, lo Stato è stabile”. Il Presidente cinese ha aggiunto che il Partito Comunista Cinese ha ereditato e sviluppato questa tradizione politica, mantenendo come principio fondamentale il “servire il popolo”. Trump ha definito ancora “indimenticabile” la visita alla Città Proibita di nove anni fa e ha lodato il Tempio del Cielo come testimonianza della raffinatezza dell’architettura classica cinese e della profondità della sua cultura tradizionale. Stati Uniti e Cina, ha aggiunto, sono “grandi Paesi” con “grandi popoli”, chiamati a rafforzare comprensione reciproca e amicizia tra i rispettivi cittadini.

La Cina ha utilizzato la sua eredità culturale per mostrarsi agli U.S.A. come una civiltà millenaria risorta e rinnovata, in grado di competere con gli Stati Uniti anche sul piano geopolitico. Nei rispettivi discorsi di apertura all’attesissimo vertice della Grande Sala del Popolo è possibile scorgere i nuovi equilibri tra i leader di Washington e Pechino. Il primo – accolto su piazza Tiananmen dalla guardia d’onore, 21 colpi di cannone e bambini con mazzi di fiori e bandierine – alla ricerca di un rapporto personale. Il secondo più composto, a interrogarsi su questioni strategiche di portata globale, ha auspicato che i due Paesi possano essere “partner, non rivali”, dicendo di aspettarsi una svolta positiva nei rapporti.

La frase cruciale di Xi Jinping: “Il mondo è giunto a un nuovo bivio. Sapranno Cina e Stati Uniti superare la Trappola di Tucidide e inaugurare una nuova fase di stabilità e benessere per il mondo” è alla base delle attuali relazioni bilaterali Pechino-Washington; la sua formula è stata riassunta in: “relazioni costruttive di stabilità strategica tra Cina e Stati Uniti”, la quale ricorda un po’ la “competizione-coesistenza pacifica” tra URSS e U.S.A. lanciata da Kruscev negli anni Sessanta dello scorso secolo.

“Possiamo affrontare le sfide globali insieme e contribuire ad una maggiore stabilità nel mondo?”, ha incalzato Xi, che ha proseguito: “Possiamo costruire insieme un futuro luminoso per le nostre relazioni bilaterali nell’interesse del benessere dei due popoli e del futuro dell’umanità?”. Domande retoriche, indubbiamente, eppure “vitali per la storia, il mondo e le persone”, come ha sottolineato il Capo di Stato cinese, definendole senza mezzi termini gli “interrogativi dei nostri tempi”, cui i leader degli attori principali “debbono rispondere assieme”. Dicendosi pronto a lavorare con Trump per “fissare la rotta e la direzione della grande nave delle relazioni bilaterali”, Xi vorrebbe che questo fosse un anno “storico”, capace di aprire un “nuovo capitolo” nei rapporti sino-statunitensi

La proposta strategica del Presidente cinese si basa su quattro punti essenziali:

  1. una stabilità positiva incentrata sulla cooperazione da incrementare;
  2. una stabilità benevola, con una competizione misurata basata su linee rosse da non superare;
  3. una stabilità ordinaria con divergenze controllabili attraverso canali di comunicazione politico-diplomatici e militari stabili;
  4. una stabilità duratura con una pace prevedibile per orientare l’equilibrio verso una distensione di lungo periodo.

Il vertice ha subito prodotto risultati concreti. Cina e Stati Uniti hanno istituito due nuove commissioni dedicate al commercio e agli investimenti bilaterali che mirano a ridurre le barriere commerciali tra i due Paesi e permettono alle aziende cinesi di investire anche in settori “sensibili”; inoltre, Trump ha affermato che Pechino si sarebbe impegnata ad acquistare prodotti agroalimentari statunitensi (soia, in particolare e carne bovina) e 200 aerei civili della Boeing. Ci sarebbe anche un’intesa per rafforzare i controlli sui flussi di sostanze chimiche utili alla produzione dell’oppioide fentanyl, il che apre a un’estensione della tregua sui dazi e un parziale ritocco verso il basso delle tasse doganali, così come l’estensione di linee guida sull’intelligenza artificiale.

In sintesi, i due Paesi hanno deciso di ampliare la cooperazione in commercio, salute, agricoltura, turismo, scambi culturali e materia giudiziaria.

L’intreccio Cina-Stati Uniti d’America

Fondamentalmente, entrambe le economie hanno bisogno di prendere tempo per risolvere alcune problematiche interne.

La Cina ha ancora alcuni problemi strutturali da affrontare: demografia da rilanciare senza aprire ad un’immigrazione selvaggia ma selettiva, disoccupazione giovanile (che è comunque in calo rispetto allo scorso anno), aggiustamenti nel settore immobiliare dovuti al fallimento di Evergrande. Gli U.S.A. sono alle prese con lo stop militare impostogli dall’Iran in Medio Oriente, una regione cruciale per le rotte energetiche; gli alti prezzi della benzina per i consumatori statunitensi; i sondaggi che vedono Trump in calo in vista delle elezioni del Congresso a novembre 2026.

Le due economie risultano ancora molto intrecciate, nonostante la Cina negli ultimi 15 anni abbia dimezzato il proprio acquisto di titoli di Stati statunitensi e nel 2025 abbia dirottato buona parte del proprio export verso il resto del mondo: -20% negli Stati Uniti d’America, + 50% verso l’Africa, + 29% verso i Paesi dell’Asean e + 28% verso l’Unione Europea.

Pechino ha bisogno dei microchip – Taiwan produce il 90% dei semiconduttori ad alta gamma a livello mondiale – gli U.S.A. delle terre rare cinesi. La massiccia presenza di grandi aziende statunitensi all’incontro tra Xi e Trump testimonia bene questa situazione; Apple, ad esempio, dipende dai partner cinesi per la produzione di quasi la totalità dei propri dispositivi, in una combinazione che vede al centro l’azienda Foxconn – il più grande produttore di elettronica a contratto del mondo – simbolo dell’integrazione tra Stati Uniti e Cina a Taiwan. Tra gli altri, il Presidente statunitense ha voluto con sé Jensen Huang, ceo di Nvidia, leader nella produzione dei microchip che alimentano l’intelligenza artificiale globale; prima delle restrizioni all’export volute da Trump, la Cina rappresentava il suo secondo mercato, mentre ora Pechino sta invitando le proprie imprese a rifornirsi dei semiconduttori prodotti da Huawei.

L’evoluzione dell’incontro sarà maggiormente decifrabile a settembre, quando Xi andrà in visita negli U.S.A., ma è davvero interessante il parallelismo tracciato dal Presidente cinese tra il “sogno cinese di ringiovanimento della nazione” e il pensiero MAGA di “rendere gli Stati Uniti d’America ancora grandi”. Sembrerebbe che Xi abbia colto le divisioni interne all’Amministrazione Trump e stia privilegiando il rapporto con la componente MAGA che vede nella Cina un concorrente economico ma non un avversario ideologico, rispetto alla fazione dei neocons (Marco Rubio che vi appartiene, ad esempio, è ancora sotto sanzioni per le sue posizioni sulla questione dello Xinjiang) che ha ripreso la logica bideniana sullo scontro globale tra autocrazie e democrazie.

Ci sono poi 6 questioni specifiche non ancora completamente risolte o contraddittorie:

  1. Iran: la Cina importava circa il 47% del petrolio di quel Paese facendolo passare dallo Stretto di Hormuz. L’attuale soluzione diplomatica è stata raggiunta anche grazie alla mediazione cinese ma rimangono alcune incognite soprattutto a causa dell’atteggiamento di Israele.
  2. L’alto prezzo dei carburanti e altri beni di consumo sta mettendo in seria difficoltà Donald Trump che rischia di uscire politicamente depotenziato dalle elezioni di medio termine, mettendo così a rischio alcuni accordi;
  3. Gli aiuti militari statunitensi a Taiwan, pari a circa 18 miliardi di dollari, sono rimasti in sospeso e potrebbero essere giocati come arma di pressione sulla Cina;
  4. I dazi U.S.A. hanno provocato il crollo del 40% delle esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti d’America, anche se il surplus commerciale della Repubblica Popolare è aumentato a 1.200 miliardi di dollari, dimostrando l’inefficacia dei provvedimenti protezionistici emanati dall’Amministrazione Trump, tuttavia la visione generale rimane ancora quella;
  5. L’internazionalizzazione dello Yuan cinese resta per ora marginale: 2,4% dei pagamenti internazionali, tuttavia se includiamo l’uso dei circuiti di pagamento alternativi allo SWIFT sotto controllo di Washington, l’uso dello yuan sale fino al 10%[1];
  6. Il caso Ford-Catl conferma che le aziende statunitensi cercano oggi know how dalla Cina, perciò una logica di “disaccoppiamento” appare sempre più complicata[2].

Rispondendo alla domanda di una tv cinese, Trump ha detto di non volere l’indipendenza di Taiwan, sconfessando Lai Ching-te che vorrebbe la secessione dell’isola da Pechino contando sull’appoggio militare statunitense.

Fondamentalmente, la Cina vuole che gli U.S.A. la accettino come partner globale di pari grado e smettano di ostacolarne l’ascesa pacifica e Trump in questo momento non può fare altro che accettarlo; ciò non significa che lo scontro geopolitico tra le due superpotenze sia finito ma almeno per ora si è evitato un conflitto potenzialmente devastante per il Pianeta. Per Pechino è importante evitare un confronto militare diretto almeno nei prossimi 3-5 anni, quando il sorpasso tecnologico su Washington potrebbe diventare definitivo. Intanto, può accontentarsi del successo nel soft power globale: secondo un recente sondaggio Sky-Gallup, il 74% delle persone intervistate in Italia non considera più l’American Way of life un modello di riferimento e il 55% ritiene che la spinta al progresso provenga ormai da Cina e India, in virtù della loro maggiore stabilità economica e della capacità di diffondere i propri prodotti tecnologici.

Criticità nel rapporto tra le due superpotenze

Qualora la Cina sia costretta a constatare che la politica statunitense non è altro che una strategia di contenimento da spezzare, sarà costretta ad adottare contromisure. Le dichiarazioni dell’inquilino della Casa Bianca vanno sempre prese con la massima prudenza. L’idea, messa per iscritto a novembre 2025 nella National Security Strategy, che la forza possa essere liberamente utilizzata come strumento di pressione o coercizione diplomatica mal si concilia con la dottrina della coesistenza pacifica promossa da Pechino e declinata secondo l’ormai collaudato schema della cooperazione dal mutuo vantaggio (win-win).

La Repubblica Popolare Cinese continua a rimanere ottimista anche nella tempesta globale. I suoi dati nella produzione industriale e nella crescita del PIL rimangono buoni anche nella prima metà del 2026. Un recente rapporto dell’Università di Pechino conferma la forza strutturale del Paese: 5 milioni di laureati ogni anno nelle discipline STEM (scienza, tecnologia, ingegneria, matematica); il più grande mercato interno del mondo, con un potenziale ancora inespresso; un sistema industriale completo e una catena del valore capaci di creare nuove tecnologie e sviluppare industrie creative.

Quando la globalizzazione dell’economia entra in crisi, la Cina può rafforzare la cooperazione regionale con l’ASEAN, a scapito degli U.S.A. L’EXPO sull’elettronica d Shangai ha messo in mostra lo sviluppo cinese che ha dotato di intelligenza artificiale tutti suoi prodotti: scooter, elettrodomestici, robot di compagnia ecc.

Un altro rapporto proveniente da Washington e pubblicato dalla “Commissione Economica USA-Cina e la revisione della sicurezza”, sostiene che il modello statunitense di intelligenza artificiale può essere battuto da quello a basso costo cinese; i riscontri provenienti da fabbriche e università dimostrano che quest’ultimo arricchisce gratuitamente i modelli che alimentano l’A.I.

Mentre l’Asia scommette sulla crescita economica, Europa e Stati Uniti sono afflitti da guerre e PIL stagnanti. Le economie asiatiche crescono mediamente del 4,5% all’anno e rappresentano oltre il 36% della crescita economica globale. Per la prima volta dalla rivoluzione industriale, la tecnologia ha iniziato a fluire da Est a Ovest e non viceversa e la forza trainante di questo storico processo è costituita dalla Cina. Perciò, stando al rapporto stilato nel Forum di Boao 2026, l’epicentro globale dello sviluppo della stessa intelligenza artificiale si sta spostando dall’Occidente verso l’Asia, grazie a Paesi come Cina, Giappone, Corea e Singapore[3].

Anche dal punto di vista finanziario, Pechino persegue la sua strada in maniera indipendente. La Cina ha incluso altre 12 banche nella rete dello yuan digitale, della quale ora fanno parte 19 delle 21 banche sistemiche del Paese. Lo yuan digitale, già riconosciuto come moneta a corso legale, è gestito direttamente dalla Banca centrale cinese e permetterà di:

  1. rendere il sistema dei pagamenti più efficiente;
  2. mantenere il sistema dei pagamenti meno dipendente dai grandi colossi privati come Alibaba e Tencent e più controllabile a livello statale;
  3. rafforzare il controllo monetario da parte della Banca Centrale;
  4. favorire l’internazionalizzazione dello yuan.

Secondo i dati ufficiali, a fine novembre 2025 erano state elaborate transazioni in yuan digitale per un valore di 2.410 miliardi di dollari e la quota è destinata a crescere.

L’Aggressione israelo-statunitense all’Iran è stata percepita – esattamente come la precedente al Venezuela di Maduro – in funzione anti-cinese. Pechino ha risposto al blocco di Hormuz iniziando a scortare le proprie navi commerciali a ha risposto alle sanzioni statunitensi con contro-sanzioni che potrebbero mettere in seria difficoltà le grandi compagnie di navigazione occidentali, il cui accesso ai porti cinesi è vitale[4].

La Cina si era ben preparata a questo scenario, sia perché aveva assistito l’Iran prima dell’inizio del conflitto sia perché sa bene che la strategia complessiva degli Stati Uniti anche nella regione del Golfo è diretta contro la Belt and Road Initiative. Pechino aveva accumulato significative scorte energetiche e aumentato le importazioni dalla Russia prima dello scoppio dell’ostilità[5]; ciò le ha evitato di pagare le conseguenze maggiori della chiusura dello Stretto, ricadute al contrario su alcuni Paesi asiatici e sull’Europa. Gli stessi Stati Uniti non possono continuare indefinitamente lo scontro, perché i prezzi della benzina e l’aumento dell’inflazione stanno salendo vertiginosamente, provocando un forte scontento nella classe media del Paese (tradizionale sostenitrice di Trump). Secondo un recente calcolo, i consumatori statunitensi hanno visto crescere i prezzi da 300 fino a 700 dollari al mese, se ai costi energetici aggiungiamo quelli relativi ai beni di consumo: alle elezioni congressuali di novembre lo scotto elettorale per l’attuale Amministrazione presidenziale potrebbe essere molto alto.

Ciò non significa che alla lunga anche la Cina non debba soffrirne, sia perché l’Iran rimane un fornitore energetico importante sia perché se cala la crescita in Europa e in Asia le conseguenze avranno un impatto sullo sviluppo della Repubblica Popolare. Xi Jinping sta allora preparando il Paese ad una seria sfida competitiva con gli U.S.A. rafforzando le catene di produzione interne e incentivando sempre più il processo di autosufficienza tecnologica del Paese, spingendo inoltre su energie rinnovabili ed auto elettriche.

Ciò che unisce, non ciò che divide

Su un aspetto le considerazioni di Trump rispondono certamente al vero, ovvero quando afferma che i due Paesi sono i più importanti e i più potenti del pianeta, e che insieme possono “fare molte cose grandi e buone” per sé stessi e per il mondo. Sebbene calati in modo significativo nel corso del 2025, il commercio bilaterale e gli investimenti nelle due direzioni restano decisivi.

A fronte dell’incontro tra Xi e Trump, si sono verificati alcuni episodi positivi:

  1. Sospensione delle restrizioni extraterritoriali: gli Stati Uniti hanno congelato l’applicazione della cosiddetta “Regola del 50%” del BIS (Bureau of Industry and Security), una misura che avrebbe esteso i controlli all’export a tutte le società estere controllate da entità cinesi sanzionate.
  2. Stop al bando delle infrastrutture: l’Amministrazione Trump ha temporaneamente bloccato i divieti pianificati contro le operazioni di China Telecom e China Unicom negli USA, oltre alle restrizioni sulle apparecchiature TP-Link e nei data center.
  3. Ritorsioni di Pechino congelate. In cambio, la Cina ha sospeso il suo rigido regime di controllo sulle licenze di esportazione per le terre rare e i magneti critici.

Il premier Li Qiang ha incontrato alla Grande Sala del Popolo di Beijing una delegazione di imprenditori americani al seguito del presidente Trump, presentando la stabilizzazione delle relazioni sino-americane anche come un tema di rilievo per l’economia globale. Secondo Li, i colloqui della mattina tra Xi Jinping e Trump hanno “definito la direzione strategica” delle relazioni tra i due Paesi. In una fase segnata da crescente instabilità e incertezza internazionale, ha osservato, mantenere una comunicazione “franca e aperta” e relazioni “stabili e sane” tra Cina e Stati Uniti non è solo nell’interesse reciproco, ma rappresenta un elemento importante per “la pace e lo sviluppo globali”. Il premier ha assicurato che Pechino è pronta a tradurre in risultati concreti le intese raggiunte dai due leader, ribadendo l’apertura del mercato cinese agli investimenti stranieri. “Un’economia cinese in costante crescita offrirà maggiori opportunità alle aziende di tutti i Paesi, comprese quelle americane”, ha affermato. Richiamando l’avvio del 15° Piano Quinquennale (2026-2030), Li ha sottolineato che il mercato cinese continua a distinguersi per dimensioni, potenziale di crescita e stabilità, mentre la domanda interna accelera, nuovi motori di sviluppo si rafforzano e l’economia mantiene un percorso di crescita costante. Pechino, ha aggiunto, intende proseguire lungo la strada dell’“apertura di alto livello”, offrendo servizi più efficienti alle imprese straniere, migliorando il quadro normativo e creando un ambiente sempre più favorevole agli investimenti. I rappresentanti delle imprese nordamericane hanno accolto il vertice Xi-Trump come un impulso alla cooperazione economica bilaterale e un segnale di maggiore stabilità per l’economia globale, confermando fiducia nelle prospettive del mercato cinese. 

Se si riuscisse ad evitare la tendenza occidentale al protezionismo, alle sanzioni e alla chiusura commerciale, tutto il mondo quindi ne guadagnerebbe.

L’Iniziativa globale per l’industrializzazione verde è un grande progetto strategico che vorrebbe allineare la capacità manifatturiera “green” della Cina con le risorse tecnologiche e finanziarie dell’Occidente e le esigenze di sviluppo del Sud del Mondo. Invece di intraprendere nuove guerre commerciali, le aziende cinesi investirebbero in Europa e negli Stati Uniti d’America creando posti di lavoro e rafforzando le catene di approvvigionamento, mentre i partner occidentali otterrebbero accesso alla tecnologia a basso costo tramite joint-ventures. Contemporaneamente, si sbloccherebbero capitali per i Paesi del Sud globale da trattare finalmente come partner a pieno titolo, trasferendovi know how e sistemi industriali ecologici. In sostanza, questo piano prevede supply chain più resilienti per l’Occidente, industrializzazione e sicurezza energetica per il Sud del Mondo, maggiore apertura della Cina[6].

Per stemperare le tensioni con Washington, il Consiglio di Stato cinese ha pubblicato un “Libro Bianco sulle politiche della Cina in materia di controllo degli armamenti, disarmo e non proliferazione nella nuova era”, chiarendo le sue posizioni in settori come cyberspazio, spazio e Intelligenza Artificiale: un invito a salvaguardare la pace nel mondo e a collaborare per il monitoraggio internazionale degli armamenti. Il documento propone per la prima volta l’adesione della Cina ai principi di giustizia, cooperazione, equilibrio ed efficacia nel controllo degli armamenti. Si tratta di una sintesi altamente condensata della diplomazia e delle prassi cinesi nel settore, nonché di una guida importante per il lavoro futuro. Il Libro Bianco propone che, con la partecipazione universale di tutti, le Nazioni Unite svolgano un ruolo cardine nel promuovere un quadro e standard di governance globale per i settori emergenti fondati su un ampio consenso, aumentando al contempo la rappresentanza e la voce dei Paesi in via di sviluppo. Per quanto riguarda la cooperazione internazionale sugli usi pacifici della scienza e della tecnologia, la Cina sostiene l’equilibrio tra gli obblighi di non proliferazione e il diritto agli usi pacifici della scienza e della tecnologia, e ha promosso per tre volte l’adozione, da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, di risoluzioni sulla Promozione della cooperazione internazionale sugli usi pacifici nel contesto della sicurezza internazionale.

Un altro ambito in cui le relazioni tra Cina e Stati Uniti d’America possono migliorare è quello culturale.

Il 23 maggio 2026 il Presidente cinese, Xi Jinping ha inviato una lettera di risposta agli studenti dei due Paesi che hanno partecipato all’evento “Un viaggio condiviso: Programma di amicizia giovanile Cina-USA”. Xi Jinping ha espresso la sua gioia nell’apprendere che gli studenti dei due Paesi, a bordo della “Nave dell’amicizia giovanile Cina-USA”, hanno vissuto insieme un indimenticabile viaggio all’insegna della cordialità. Egli ha ricordato che dal momento in cui, nel novembre 2023, è stata lanciata l’iniziativa di “invitare 50.000 giovani statunitensi in Cina per scambi e studio nell’arco di 5 anni”, oltre 50000 giovani statunitensi hanno già visitato la Cina, permettendo di raggiungere l’obiettivo previsto con due anni e mezzo di anticipo. Negli scambi e nelle interazioni, i giovani cinesi e americani si sono venuti incontro, approfondendo la reciproca conoscenza e comprensione, forgiando profonde amicizie e scrivendo un nuovo capitolo negli scambi amichevoli tra i due popoli. Nel suo messaggio raccolto dalla CGTN, Xi Jinping auspica che sempre più giovani cinesi e statunitensi raccolgano il testimone della causa dell’amicizia tra i due Paesi, imparando gli uni dagli altri e progredendo insieme, per diventare “inviati di amicizia” attraverso l’Oceano Pacifico e dare nuovi contributi allo sviluppo stabile, sano e sostenibile delle relazioni sino-americane.

Perché anche gli Stati Uniti hanno bisogno della cooperazione con la Cina

Le attuali politiche statunitensi nei confronti della Cina combinano protezionismo, contenimento tecnologico, interruzione delle catene di approvvigionamento derivanti dal vantaggio comparato, guerra economica volta all’esclusione o allo spostamento della Cina nei mercati di Paesi terzi e il rifiuto della riduzione della minaccia attraverso la diplomazia a favore della deterrenza basata esclusivamente su mezzi militari. Queste politiche hanno finora:

· stimolato la crescita industriale nei Paesi aperti agli investimenti e ai trasferimenti tecnologici cinesi, con scarso o nullo “reshoring” della produzione negli Stati Uniti, che avrebbero dovuto promuovere;

· non hanno consentito agli U.S.A. di competere efficacemente con la Cina sui mercati esteri;

· non hanno ridotto il deficit commerciale statunitense globale, ma lo hanno aumentato a spese dei consumatori americani;

· hanno favorito, anziché ostacolare, l’innovazione tecnologica cinese;

· hanno incoraggiato gli scienziati statunitensi (non solo quelli di origine cinese) a lasciare gli Stati Uniti per il più favorevole ecosistema di ricerca e sviluppo che ora prevale in Cina;

· hanno privato gli Stati Uniti d’America degli investimenti cinesi nelle industrie e nell’ agricoltura nordamericane, nonché dell’accesso ai progressi tecnologici sempre più innovativi della Cina;

• ha messo a repentaglio la posizione di monopolio del dollaro statunitense nei pagamenti commerciali;

• ha escluso gli U.S.A. da organizzazioni e raggruppamenti internazionali, consentendo alla Cina e ad altri Paesi di soppiantare qualsiasi ruolo di Washington nella definizione delle regole o nell’influenzare le decisioni che prendono;

• ha incoraggiato i Paesi dell’Asia-Pacifico a coordinare le proprie politiche commerciali e di investimento con la Cina e tra di loro, anziché con gli Stati Uniti d’America;

• ha aumentato il rischio che la Cina giunga alla conclusione che la questione di Taiwan possa essere risolta solo con l’uso della forza, e ha innescato una corsa agli armamenti nucleari con la Cina.

Queste politiche si basano su una visione irrealistica della Cina e del nascente ordine mondiale multipolare e non servono gli interessi nazionali statunitensi[7].

La Repubblica Popolare Cinese crede nell’accesso al mercato attraverso il commercio, non nella conquista coloniale mercantilistica. Nutre lo stesso rispetto per le democrazie che per tutti gli altri sistemi politici. Non ha alcuna intenzione di imporre la propria ideologia o il proprio sistema politico agli altri. La Cina non ha una presenza militare aggressiva ai confini statunitensi, sebbene gli U.S.A. mantengano una presenza simile ai suoi, specie nella regione dell’Asia-Pacifico.

Il sistema mondiale emergente è un ordine dal quale la Cina non può essere esclusa e dal quale gli Stati Uniti non possono permettersi di escludersi. Anche gli U.S.A. hanno bisogno di tempo e di un ambiente internazionale pacifico in cui potersi ricompattare e l’unico modo per ottenerli è instaurare una relazione realistica e rispettosa con una Cina in evidente ascesa geopolitica.

Dal 2014, il PIL cinese ha superato quello statunitense a parità di potere d’acquisto; attualmente, Pechino è il primo partner commerciale di oltre 150 Paesi, mentre gli Stati Uniti lo sono di poco più di 40. La Cina è oggi il primo Paese per riserve ed estrazione di terre rare; il suo vantaggio decisivo risiede nella trasformazione di questi materiali critici grazie alla chimica industriale, agli impianti, alla formazione professionale e al capitale umano che rendono queste filiere operative e difficili da replicare da parte dell’Occidente.

I dati su ricerca e sviluppo e il numero dei brevetti confermano che le restrizioni messe in atto da Washington non hanno fermato l’innovazione cinese, al contrario la pressione esterna ha accelerato il programma di autonomia tecnologica avviato con i Piani quinquennali cinesi e la strategia Made in China 2025; la spesa in R&S rappresenta ormai 1/4 di quella globale (era solo il 4% nel 2000), mentre la Cina è il Primo Paese al mondo per numero di domande di brevetto (1,68 milioni) anche nel settore sempre più determinante dell’intelligenza artificiale (quasi 40.000 brevetti in 10 anni, sei volte il numero di quelli statunitensi). Nelle tecnologie per le energie rinnovabili, la Cina ha depositato la metà dei brevetti mondiali del settore e più di 2/3 delle nuove domande; nel solare fotovoltaico supera l’80% della manifattura lungo tutta la catena del valore, mentre nell’eolico è il principale centro dell’industria mondiale (tra il 50 e il 70% della capacità produttiva globale per i componenti chiave), così come per le batterie per le auto elettriche dove la Cina ha un capitale umano specializzato e controlla le fabbriche chimiche e industriali che trasformano il litio e il cobalto in batterie[8]. Oggi, la Cina installa più della metà dei robot industriali del mondo e produce più veicoli elettrici di tutto il resto del pianeta messo insieme; nel 2025 ha registrato un surplus commerciale mondiale record di 1.200 miliardi di dollari, quasi il 20% in più rispetto all’anno precedente e il più alto mai registrato da una singola economia.

Dall’alto della sua cultura millenaria, la Cina riafferma una concezione dei rapporti internazionali fondata sulla coesistenza, sulla stabilità e su un destino condiviso che esclude la guerra. Per questa ragione, bisognerà capire se i segnali contradditori giunti dall’Amministrazione Trump negli ultimi mesi condurranno o meno ad una coesistenza pacifica oppure ad un conflitto doloroso per tutti[9].

Quasi un mese dopo l’incontro tra Donald Trump e Xi Jinping a Pechino, il Pentagono ha reinserito Alibaba, Baidu e BYD nella “lista nera” delle aziende cinesi considerate una minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti a causa di presunti legami con l’Esercito Popolare di Liberazione. L’inclusione non ha implicazioni legali per la maggior parte delle imprese, ma può segnalare che gli Stati Uniti potrebbero in futuro prendere di mira queste società con misure punitive più severe. Tutte e tre le società hanno affermato che non vi è alcuna base per la loro inclusione. Alibaba ha dichiarato che avrebbe “intrapreso tutte le azioni legali disponibili contro i tentativi di travisare la nostra azienda”, mentre Baidu ha affermato che non avrebbe “esitato a utilizzare tutte le opzioni disponibili” per essere rimossa dalla lista e BYD ha dichiarato che avrebbe “tutelato attivamente i propri diritti e interessi legittimi”. L’Ambasciata cinese a Washington ha dichiarato che Pechino “si oppone all’interpretazione estensiva del concetto di sicurezza nazionale da parte degli Stati Uniti e alla creazione di liste discriminatorie per colpire le aziende cinesi”. Il portavoce dell’Ambasciata, Liu Chang, ha dichiarato: “Gli Stati Uniti dovrebbero porre fine a questa pratica scorretta e creare un ambiente equo, giusto e non discriminatorio per le aziende cinesi”[10].


[1] Quasi il 70% del commercio internazionale cinese è denominato in dollari o transita attraverso istituzioni finanziarie che utilizzano il dollaro. La Cina ha un debito denominato in dollari pari a circa 900 miliardi di dollari (circa il 40% del suo debito estero totale) e si stima che il 50% delle sue riserve valutarie sia detenuto in dollari.

[2] Nell’occasione, Andrew Percoco di Morgan Stanley ha dichiarato: “Riteniamo che la collaborazione di Ford con CATL rappresenti un vantaggio competitivo strategico sottovalutato per la sua attività nel settore dell’accumulo di energia. Grazie a questa collaborazione, Ford diventa un fornitore chiave di sistemi (soluzioni di accumulo di energia) conformi per i clienti del settore delle utility e dei data center negli Stati Uniti”.

[3] Prima del vertice tra Pechino e Washington, la Cina ha ad esempio bloccato l’acquisto di Manus, start up cinese di intelligenza artificiale, da parte del colosso statunitense META. La Cina ha emanato il 1 giugno 2026 nuove norme di ampia portata che inaspriscono il controllo sugli accordi esteri che coinvolgono investitori cinesi, tecnologia, dati e sicurezza nazionale, un mese dopo che Pechino ha ordinato a Meta di annullare l’acquisizione della startup di intelligenza artificiale Manus. I regolamenti, pubblicati dal Consiglio di Stato, mirano a influenzare le transazioni nei mercati al di fuori della Cina continentale, tra cui Taiwan, e conferiscono a Pechino il potere di sanzionare le imprese straniere i cui Paesi d’origine limitano gli investimenti cinesi.

[4] Il 2 maggio 2026 il Ministero del Commercio cinese ha emesso un provvedimento, MOFCOM Announcement No. 21, che cambia il modo in cui la Cina risponde alle sanzioni economiche nordamericane. È la prima volta che Pechino utilizza concretamente uno strumento giuridico messo a punto cinque anni fa, le cosiddette Blocking Rules, e cioè le norme che servono a bloccare l’applicazione delle sanzioni straniere all’interno della Cina. L’ordine riguarda 5 raffinerie cinesi che il Tesoro americano aveva sanzionato perché accusate di acquistare petrolio iraniano. Per capire la portata della cosa basta dire questo: chiunque operi in Cina — una banca europea, un’assicurazione asiatica, una compagnia di navigazione, un fornitore industriale — se decide di interrompere i rapporti con queste raffinerie per rispettare le sanzioni americane, da oggi viola la legge cinese e può essere portato in tribunale a Pechino. Un sistema sanzionatorio che per vent’anni era stato a senso unico diventa improvvisamente bilaterale.

[5] In tale ottica va inquadrata anche la recente visita di una delegazione cinese di alto livello in Turkmenistan, Paese a cui Pechino guarda con favore per rafforzare la propria sicurezza energetica e compensare le interruzioni dei flussi marittimi provocate dalla guerra in Iran e dal blocco di Hormuz. La Cina condivide con la Russia l’idea di mantenere l’Asia centrale e l’Afghanistan fuori dall’ingerenza degli Stati Uniti, rafforzando ad esempio l’integrazione eurasiatica nell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai. Come ha ribadito il Ministro degli Esteri russo al recente vertice Xi-Putin: “Le nostre relazioni restano salde di fronte a tutte le tempeste”, mentre nel Piano Quinquennale cinese sembra che sia arrivato il via libera definitivo al Power of Siberia 2, un gasdotto che contribuisce notevolmente al dirottamento del gas russo dall’Europa alla Cina.

[6] Una cooperazione trilaterale sull’energia e sulle rinnovabili è già in corso tra Cina, India e Brasile. Sull’Iniziativa, cfr. Henry Huiyao Wang-Zhi Wang, A global green industrialisation initiative can have a “win-win-win” outcome, “South China Morning Post”, 14 novembre 2025.

[7] Chas W. Freeman, Jr., The American Mis-imagination of China, TTF, 14 maggio 2026. Discorso tenuto dall’ex diplomatico statunitense alla Brown University il 2 maggio 2026.

[8] Fabio Massimo Parenti, La Cina non si USA, Dedalo, Bari, 2026, pp. 104-105.

[9] La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina del 2025 è durata appena un mese, ma il deficit strategico che ha messo in luce covava da decenni. Il 2 aprile dello scorso anno il presidente statunitense Donald Trump ha imposto dazi doganali generalizzati a decine di Paesi, tra cui la Cina, che si è trovata improvvisamente ad affrontare tariffe medie di quasi il 75%. Ma mentre la maggior parte dei Governi faticava a reagire, il leader cinese Xi Jinping era pronto a contrattaccare. Due giorni dopo, Pechino non solo ha annunciato dazi analoghi, ma ha anche alzato la posta in gioco introducendo controlli sulle esportazioni di 7 elementi delle terre rare, fondamentali per la produzione di qualsiasi cosa, dagli smartphone agli aerei da combattimento. Poiché la Cina controlla il 90% della lavorazione mondiale delle terre rare, la mossa ha avuto gravi ripercussioni sulla produzione manifatturiera americana e sulla base industriale della Difesa statunitense. Sconvolta dalla pressione esercitata dalla Cina, l’Amministrazione Trump ha ceduto rapidamente, rendendosi conto che l’impennata dei dazi statunitensi non era sufficiente a contrastare il controllo di Pechino sui minerali critici. Una tregua temporanea a maggio ha lasciato il posto ai negoziati estivi, che Pechino ha concluso inasprendo ulteriormente le sue norme sulle licenze a ottobre, un chiaro segnale che i futuri controlli avrebbero potuto essere ancora più severi. Poche settimane dopo, quando i due leader si sono incontrati in Corea del Sud, Trump ha fatto marcia indietro sui dazi e ha accantonato le tasse portuali statunitensi volte a contrastare il dominio cinese nella cantieristica navale globale, tra le altre concessioni. In cambio, Pechino ha offerto una tregua di un anno dalle restrizioni sulle terre rare, che Washington sapeva di poter revocare in qualsiasi momento. Questa minaccia incombente ha ridefinito la politica statunitense nei confronti della Cina. Nei mesi successivi, gli Stati Uniti hanno ammorbidito il loro approccio su questioni importanti per Pechino, riducendo il sostegno a Taiwan e allentando i controlli sulle tecnologie avanzate.

[10] Ely Ratner e Nick Danby, The Fault Lines in China’s Power, “Foreign Affairs”, 10 giugno 2026, un articolo emblematico di come l’establishment statunitense sproni Trump ad essere più aggressivo contro la Cina.

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