di Maria Morigi
Con la prefazione del Prof. Luciano Canfora, il saggio è pubblicato nella collana diretta dallo stesso Canfora dedicata a George Orwell, profeta del Novecento.
“Alle bambine di Minab e a tutte le anime e le famiglie spezzate, in ogni luogo, dalla barbarie imperialista…” la dedica,ancora prima che il lettore inizi a scorrere il testo, sgombra il terreno da ogni dubbio sul giudizio etico / emotivo che precede l’analisi razionale, ha radici nel vissuto sofferto e viene trasmesso come primo contatto tra autore e lettore.
In modo lucido, rigoroso e documentato, il lavoro di Fabio M. Parenti mette in discussione modernità occidentale e modernità cinese, riflettendo sulle diverse concezioni di ordine, libertà e sviluppo. Con attenzione per il quadro storico-culturale e le dinamiche geopolitiche ed economiche, il testo va oltre gli stereotipi delle narrazioni mediatiche. Personalmente ho avuto il piacere di trovare conferma a pensieri e giudizi che già avevo condiviso con l’autore, specie sulla continuità delle radici culturali-filosofiche del mondo cinese; e mi sono arricchita con nuove informazioni e punti di vista sull’evoluzione in atto nel sistema internazionale e nell’approccio cinese a costruire una “Comunità umana dal futuro condiviso”.

Il punto di partenza della riflessione sta nel confronto/opposizione Confucio / Hobbes.
Da un lato il pensiero cinese fondato su armonia, ordine etico e coesione sociale, d’altro lato il pensiero di Hobbes che vede l’individuo come unità autonoma e la società come artificio necessario per contenere il conflitto naturale. Confucio promuove una visione relazionale basata su virtù e rispetto dei ruoli, producendo un modello di sviluppo pacifico, integrazione, solidarietà, stabilità sociale, ordine, attento a rimuovere le disuguaglianze. Hobbes pone la paura come fondamento dell’ordine imposto che, separando politica, economia ed etica, favorisce inevitabilmente dominio, conquista, espansione territoriale e sfruttamento dei più deboli.
Una seconda opposizione concettuale – sottesa e conseguente alla prima di Confucio / Hobbes – è quella tra continuità cinese / discontinuità occidentale.
La storia cinese si sviluppa senza rivoluzioni di dominio, mantenendo un filo culturale di continuità statuale – culturale millenaria, compatibile con le proprie radici identitarie collettive. Integrando confucianesimo e socialismo, la modernizzazione in Cina, nata come reazione alle aggressioni coloniali nel XIX secolo non è stata mai una rottura col proprio passato, ma un processo di armonizzazione tra tradizione, innovazione e ruolo centrale dello Stato. La Cina è cresciuta senza guerre di conquista o imposizioni militari ed ora è protagonista di un progetto alternativo che propone ordine internazionale pluralista, interdipendente, rispettoso delle sovranità.
Al contrario l’Occidente nasce e si sviluppa proprio come discontinuità, con rotture clamorose dell’ordine, affermazione di Stati-nazione, separazione tra parti e rivalità permanente. Specie la storia americana si fonda su una proclamata superiorità morale della propria missione civilizzatrice e su un concetto di libertà concepita come diritto individuale. Eppure le conseguenze sono sempre violenze, schiavitù, razzismo, interventi militari continui, ordine basato sulla coercizione e gestione repressiva del disordine, fino a giustificare una logica della guerra e dell’eccezione permanente.
Nel corso del libro sono analizzate queste “opposizioni” di civiltà, non solo come fattori antropologico-culturali, ma attraverso esempi concreti, metodi di programmazione, realizzazioni di progetti, dalla Belt and Road Initiative alla gestione di risorse strategiche, tecnologia e finanza.
Nel Capitolo V “Dove siamo?” la domanda finale: come si governa il conflitto quando nessuno può più pretendere di incarnare l’ordine del mondo? La risposta, così come detto nel paragrafo “Governare il conflitto, accogliere la pluralità”, non può che venire da una comprensione comparativa dei mondi fino a giungere alla consapevolezza che “…il presente non è interpretabile come un accidente, ma come un disvelamento di processi che hanno lavorato a lungo sotto la superficie. Non viviamo una transizione incompiuta, bensì una permanenza instabile priva di princìpi ordinatori comuni, in cui la pluralità storica dei popoli si manifesta senza più l’alibi di un ordine universale”(pag.116).
Invito a leggere questo libro perché si tratta di un contributo prezioso, chiaro ed esaustivo per la comprensione del dibattito su futuro, convivenza e ordine globale.
Ultima nota: ringrazio vivamente Parenti per l’Appendice “Iran, bersaglio della logica di dominio” scritta dopo che erano già state consegnate le bozze del libro, e aggiunta al tema principale nell’urgenza di commentare tragedie che si sommano a tragedie, in un pericoloso scenario di guerra mondiale e tradimento di ogni regola di diritto internazionale e di umanità.