Di Lorenzo Borghi L’Unione Europea è pronta ad affrontare una nuova crisi migratoria, ma questa volta essa non proviene dal Mar Mediterraneo, bensì dal confine tra la Polonia e la Bielorussia. Le probabili conseguenze di quanto sta accadendo, potranno determinare la costruzione di un nuovo muro e la nascita di una nuova cortina di ferro. Lungo il confine tra la Polonia e la Bielorussia sta imperversando una cruenta crisi migratoria che vede come vittime non uno dei due Stati coinvolti, ma i profughi ammassati lungo il confine, volenterosi di intraprendere una nuova vita. Questi ultimi, loro malgrado, si trovano all’interno di un intricato intreccio di politica estera: la Bielorussia ha incanalato i flussi migratori presenti nel proprio territorio verso il confine con la Polonia, come vendetta nei confronti delle sanzioni imposte dall’Unione Europea; la Polonia, tramite il suo Primo Ministro Mateusz Morawiecki, accusa la Turchia di collaborare con la Bielorussia e la Russia; e, infine, la Turchia incolpa le politiche poco ortodosse della Grecia, in ambito di accoglienza, come le principali cause della crisi migratoria in questione. Tutto questo polverone politico, però, sta ricadendo sulle spalle degli innocenti migranti accorsi, o meglio dire spinti da Lukashenko, verso il confine polacco per raggiungere l’Europa occidentale. LA STRATEGIA DI LUKASHENKO E LA POSIZIONE DI PUTIN Negli ultimi mesi la Bielorussia è stata pesantemente colpita dalle sanzioni europee, ulteriormente implementate dopo il caso dell’atterraggio forzato del volo Ryanair all’interno del quale erano presenti il giornalista Raman Pratasevich e la sua compagna Sofia Sapega. A tal proposito, il Consiglio dell’UE ha varato il divieto del trasferimento di certi beni, tecnologie e software utilizzati per il monitoraggio e l’intercettazione di dati su internet o di comunicazioni telefoniche. Inoltre, è vietato esportare materiali militari o materiali indirizzati alle forze militari bielorusse. Senza contare, tutte le limitazioni e divieti agli investimenti esteri dell’Unione Europea e dei suoi Stati membri nei confronti della Bielorussia.1 Di conseguenza, è logico trovare una motivazione alla base dell’attuale situazione del confine tra la Bielorussia e la Polonia: Lukashenko, attraverso le istituzioni statali, ha indirizzati i flussi migratori presenti nel territorio bielorusso verso la Polonia, utilizzando quindi i migranti come “proiettili” verso l’Unione Europea. Nella mente del leader bielorusso vi è l’intenzione di difendersi dalle sanzioni con i “proiettili” umani, ma non solo. Infatti, dal momento che ulteriori sanzioni non tarderanno ad arrivare, Lukashenko ha già preparato la contromossa: interrompere il transito del gas naturale del gasdotto Yamal-Europa, che rifornisce soprattutto Germania e Polonia. Questa mossa creerebbe sicuramente grossi disagi ai Paesi dell’Europa centro-settentrionale e porterebbe a una crisi diplomatica tra l’UE e la Russia. Per l’appunto, a Yamal vengono prodotte annualmente una quantità pari a 18,8 tonnellate di GNL2, che vengono prontamente distribuite in Asia, ma soprattutto in Europa. Di conseguenza, perdere i clienti europei, significherebbe vedere venir meno una fetta significativa degli introiti, senza dimenticarci che l’esportazione dei gas naturali è una delle principali fonti di ricavo della Russia. Il Cremlino, tramite il portavoce Dmitri Peskov, ha prontamente rassicurato i...
Mese: Novembre 2021
Articolo originale: What Will Drive China to War? A cold war is already under way. The question is whether Washington can deter Beijing from initiating a hot one, https://amp-theatlantic-com.cdn.ampproject.org/c/s/amp.theatlantic.com/amp/article/620571/ Traduzione di Lorenzo Borghi per il Centro Studi Eurasia e Mediterraneo (CeSEM) Abbiamo deciso di pubblicare la traduzione di questo articolo di The Atlantic perchè estremamente significativo della mentalità statunitense. Dopo che Washington ha condotto 217 guerre in 239 anni di storia e circondato Pechino nella regione dell’Indo Pacifico con centinaia di basi militari e uno dispiegamento militare-civile di quasi 400.000 uomini, i suoi analisti si premurano di accusare la Repubblica Popolare Cinese di voler scatenare un conflitto per giungere alla sua legittima riunificazione. Il presidente Xi Jinping ha dichiarato a luglio che coloro che intralceranno l’ascesa della Cina avranno “la propria testa sbattuta contro una Grande Muraglia d’acciaio”. La Marina cinese sta sfornando navi a un ritmo che non si vedeva dalla Seconda guerra mondiale, poiché Pechino è in procinto di minacciare nuovamente Taiwan e altri vicini. I massimi funzionari del Pentagono hanno avvertito che la Cina potrebbe iniziare un conflitto militare nello stretto di Taiwan o in altri importanti punti geopolitici entro questo decennio. Analisti e funzionari di Washington sono preoccupati per il deterioramento delle tensioni tra Stati Uniti e Cina e per i rischi che incombono dal ritorno di un mondo costituito da due superpotenze che ancora una volta si scontrano anziché cooperare. Il presidente Joe Biden ha affermato che gli Stati Uniti “non stanno cercando una nuova guerra fredda”. Ma questo è il modo sbagliato di guardare alle relazioni USA-Cina. È già in corso una Guerra Fredda con Pechino. La domanda giusta, invece, è se gli Stati Uniti possono dissuadere la Cina dal renderla “calda”. Pechino è una potenza revanscista straordinariamente ambiziosa, determinata a rimettere insieme la Cina “riunendo” Taiwan con la terraferma, trasformando i mari della Cina orientale e meridionale in laghi cinesi e conquistando il primato regionale. Quest’ultimo obiettivo viene visto dalla Cina come il trampolino di lancio per il potere globale. Inoltre, è sempre più circondata e subisce una crescente resistenza su molti fronti. Infatti, questo è proprio il tipo di scenario che l’ha portata a scatenarsi in passato. Il modus operandi storico dalla fondazione della Repubblica popolare cinese nel 1949 è chiaro: di fronte a una minaccia crescente ai suoi interessi geopolitici, Pechino non aspetta di essere attaccata; spara per prima per ottenere il vantaggio della sorpresa. Nei conflitti, tra cui la guerra di Corea e gli scontri con il Vietnam nel 1979, la Cina ha spesso visto l’uso della forza come un esercizio educativo. È disposto a scegliere anche un combattimento molto costoso con un solo nemico per educarlo e impartirgli una lezione. Oggi Pechino potrebbe essere tentata ad impegnarsi in questo tipo di aggressione in più aree. E una volta “sparato il primo colpo”, è probabile che le pressioni per l’escalation militari siano gravi. Numerosi studiosi hanno analizzato quando e perché Pechino usa la forza. La maggior parte arriva a...
Articolo Originale: https://mundo.sputniknews.com/20211108/occidente-no-aceptara-canjear-deuda-por-acciones-climaticas-1117987164.html?modal=feedback I negoziati tra i vari membri del G20 sono stati difficili. In particolare, il Ministro degli Esteri russo Lavrov ha definito come offensivo ed irrispettoso il tentativo dell’Occidente di imporre il 2050 come termine entro il quale va raggiunta la neutralità carbonica. Come può caratterizzare la posizione dell’Occidente e, in particolare, dei paesi anglosassoni al riguardo? Lavrov ha definito irrispettosa la proposta dei Paesi occidentali, ed in particolare dei Paesi anglosassoni, poiché il termine del 2050 era stato fissato anticipatamente dal Gruppo dei Sette (dove i Paesi anglosassoni rivestono il peso maggiore), che durante il G20 ha richiesto agli altri Paesi di accettare quanto da loro deciso autonomamente. Per la Russia una simile scadenza, fissata senza che fosse interpellata, non può che essere problematica, poiché la vendita di risorse naturali riveste una enorme importanza nell’economia e nella statura geopolitica della Russia. Inoltre, Mosca sta cercando di sviluppare una propria e forte indipendenza tecnologica, anche per quanto concerne la transizione energetica, rendendosi più autonoma dalle tecnologie straniere. È un progetto delicato che richiede tempo. Lo sviluppo della sovranità tecnologica sarà infatti una delle più importanti componenti nella competizione tra le potenze nel futuro prossimo: l’Occidente, e in particolare il mondo anglosassone, gode di un notevole vantaggio rispetto alla Russia in questo settore, per quanto la Russia stia recuperando il vantaggio in certi settori. I Paesi che godono di vantaggio tecnologico hanno chiaramente l’interesse ad imporre le proprie scadenze agli altri Stati. Inoltre, i Paesi anglosassoni hanno l’interesse a staccare l’Europa occidentale dalla Russia, sia in campo energetico che in quello tecnologico. Imporre agli stessi Paesi dell’Europa occidentale la cosiddetta transizione verde, impedendo così all’Europa di comprare le risorse energetiche russe o di sviluppare con lei una sorta di sinergia tecnologica, è funzionale al loro progetto di impedire che si formi una forte collaborazione tra i due estremi del continente europeo. Il primo ministro Mario Draghi ha parlato di trilioni di dollari che il settore privato sarebbe disposto ad investire nella transizione ecologica a livello globale. Come valuta le capacità del G20 e, in particolare, dell’Occidente di gestire queste risorse al fine di combattere i cambiamenti climatici? Il leitmotiv del cambiamento climatico è uno degli strumenti con cui l’Occidente, ovvero il mondo all’interno dell’orbita d’influenza statunitense, giustifica la propria corsa verso la quarta rivoluzione industriale. L’obiettivo della transizione verde non è, a contrario di quanto il suo nome dà ad intendere, combattere il cambiamento climatico, quanto quello di far affossare la medio-piccola impresa nazionale trasferendo gli impianti produttivi alle grandi multinazionali transnazionali, che sono private e che cercano di imporre questa quarta rivoluzione industriale. È perciò naturale che Mario Draghi sostenga che saranno i privati ad investire e mettere sul banco le risorse necessarie alla transizione. Un altro grande tema è stata la lotta contro la pandemia. La dichiarazione finale riconosce l’importanza di elaborare standard comuni riguardo ai certificati di vaccinazione. Ciononostante, i vaccini russi e cinesi non sono riconosciuti in Occidenti (e viceversa). Potrebbe valutare la componente...
Articolo Originale: United Eurasia: Russia is Betting the Days of Total U.S. Economic Supremacy are Ending | Covert Geopolitics Traduzione per il CeSEM di Andrea Turi Il centro del mondo si sta muovendo. Mentre una volta si trovava da qualche parte all’interno dell’Atlantico, in equilibrio tra Europa e Stati Uniti, ora si sta spostando verso est. Con l’Asia in crescita, la Russia sta ora pianificando il suo ruolo al centro di due continenti. L’annuale Eastern Economic Forum, tenutosi a Vladivostok, è appena terminato. Concentrandosi sullo sviluppo dell’Estremo Oriente russo e sul miglioramento dell’interconnessione tra Russia e Asia, è diventato un’arena chiave per la promozione del partenariato eurasiatico della Russia. La Partnership è un’iniziativa relativamente nuova. Sin dal concetto di casa comune europea dell’ex premier sovietico Mikhail Gorbaciov, la Russia ha perseguito l’obiettivo di creare un’Europa inclusiva senza linee di divisione.Le aspirazioni per realizzazione della Grande Europa sono terminate ufficiosamente nel 2014 con il “Maidan” appoggiato dall’Occidente, evento che ha rovesciato un governo democraticamente eletto in Ucraina e ha confermato che Mosca non avrebbe avuto posto nella nuova Europa. Questa, invece, si sarebbe organizzata esclusivamente intorno all’UE e alla NATO. Da allora la Russia ha abbandonato la politica estera incentrata sull’Occidente che aveva perseguito negli ultimi 300 anni, da quando Pietro il Grande tentò per la prima volta di “restituire” la Russia all’Europa. Il progetto Greater Eurasian Partnership è considerato una strategia più fattibile; una strategia in cui il partenariato con la Cina mira a migliorare la connettività economica per integrare l’Europa e l’Asia in un grande continente unito. Trovatasi alla doppia periferia dello sviluppo economico sia in Europa che in Asia, questa è una strategia interessante per la Russia, poiché il concetto di Eurasia consente a Mosca di posizionarsi all’epicentro sia dell’Est che dell’Ovest. 200 anni di geo-economia L’obiettivo della Greater Eurasian Partnership è lo sviluppo di un’infrastruttura geoeconomica che supporti un sistema politico multipolare, sostituendo il declinante formato della globalizzazione incentrato sugli Stati Uniti dei decenni precedenti. La geoeconomia può essere utilizzata per il dominio e l’egemonia, per creare un sistema di “sovrani disuguali”, oppure può essere utilizzata per stabilire un sistema multipolare di “sovrani uguali”.In entrambi i casi, il potere geoeconomico implica la capacità di distorcere la simmetria della dipendenza. In parole povere, quando una parte è più dipendente dell’altra, lo Stato meno dipendente e più potente può ottenere concessioni e potere politico. La geoeconomia può essere organizzata in tre pilastri: industrie strategiche, corridoi di trasporto e strumenti finanziari. Gli sforzi per collegare la costruzione della nazione all’industrializzazione nel 19° secolo hanno sorprendenti somiglianze con la geoeconomia della costruzione della regione nel 21° secolo. La Gran Bretagna ha imposto la sua egemonia al mondo nel XIX secolo dominando questi tre pilastri economici: un’industria manifatturiera leader, il dominio dei mari e dei principali corridoi marittimi e il controllo sulle principali banche e valuta commerciale. Per ridurre la sua eccessiva e asimmetrica dipendenza economica dalla Gran Bretagna e la sua successiva invadente influenza politica, gli Stati Uniti miravano a...
di Lorenzo Borghi Il 31 ottobre 2021 in Giappone si sono svolte le elezioni della Camera dei Rappresentanti, dove l’LDP ha ottenuto la maggioranza dei voti per la quarta volta di fila. Dietro questa vittoria però si celano nuovi scenari all’interno della vita politica nipponica. Il 31 ottobre scorso l’elettorato giapponese è stato chiamato alle urne per il rinnovo della Camera dei Rappresentanti (Camera bassa). Più della metà del popolo nipponico non si è sottratto al proprio diritto di voto, raggiungendo un’affluenza di circa il 56% (+2,25% rispetto alle elezioni del 2017), determinando la vittoria del Partito Liberaldemocratico (LDP) guidato Kishida, il quale ha ottenuto più del 50% dei voti. L’attuale sistema elettorale giapponese prevede una tipologia mista a prevalenza maggioritaria. Infatti, la Camera dei Rappresentanti è composta da 465 membri eletti ogni quattro anni, di cui 289 in collegi uninominali e 176 in undici distretti plurinominali tramite liste bloccate. L’elettorato attivo è fissato a 18 anni mentre quello passivo a 25 anni. COME SI È PRESENTATO IL SISTEMA POLITICO GIAPPONESE ALLE ELEZIONI DEL 31 OTTOBRE 2021 I mesi e gli anni che hanno preceduto le elezioni di fine ottobre scorso sono state alquanto turbolente per l’elegante e affascinante popolo nipponico. Per l’appunto, nel 2017 il LPD ha vinto per la terza volta consecutiva le elezioni della Camera bassa, guidati dall’“immortale” Shinzo Abe, Tuttavia, quest’ultimo, dopo aver raggiunto il traguardo personale di Primo Ministro più longevo della storia del Giappone, ha rassegnato le proprie dimissioni ad agosto 2020 dalla carica ministeriale e da segretario del Partito Liberaldemocratico per motivi di salute personale. Il successore, ovvero Yoshihide Suga, è stato aspramente criticato dall’opinione pubblica giapponese per via della pessima gestione dell’emergenza COVID-19, per le lacune del piano vaccinale che hanno portato il Giappone a trovarsi esponenzialmente indietro rispetto ai partner occidentali e, infine, per la gestione dei Giochi olimpici di Tokyo 2020. Di conseguenza, il basso indice di gradimento nei confronti di Suga ha inevitabilmente condizionato l’operato dell’LPD. Infatti, esso ha perso tre elezioni supplettive consecutive in Parlamento e non ha ottenuto la maggioranza assoluta nell’elezione dell’Assemblea metropolitana di Tokyo di luglio 2021. Tutti questi eventi hanno portato alla decisione di Suga di non ricandidarsi alla leadership del Partito Liberaldemocratico, aprendo inevitabilmente la strada verso l’ascesa al potere di Fumio Kishida. Le opposizioni, dal canto loro, non sono rimaste inermi ma hanno lavorato affinché durante la scorsa legislatura il LPD perdesse gradimento all’interno dell’opinione pubblica nipponica. Infatti, la ferrea opposizione alla volontà di Abe di apportare delle modifiche all’articolo 9 della Costituzione (articolo contro la guerra) ha determinato il non raggiungimento di questo obiettivo da parte dell’LPD e alla perdita della maggioranza dei 2/3 all’interno della Camera dei Consiglieri nelle elezioni del 2019, oltre ad alimentare ulteriormente il malcontento generale del popolo giapponese, in merito alla gestione della pandemia, covid e olimpiadi, nei confronti di Saga e del Partito Liberaldemocratico. Ad ogni modo, l’elettorato giapponese ha dovuto scegliere se confermare per la quarta volta consecutiva il LPD, guidato questa volta...
Articolo originale: The Chinese ‘Debt Trap’ Is a Myth, By Deborah Brautigam and Meg Rithmire, “The Atlantic”, 6 febbraio 2021. Traduzione per il CeSEM di Marco Ghisetti La Cina, si sostiene, alletta i Paesi poveri ad accettare un prestito dopo l’altro per costruire infrastrutture costose che non possono permettersi e da cui possono trarre ben pochi vantaggi nell’ottica di mettere, in un secondo momento, le mani sui beni di questi Paesi, una volta che essi si saranno mostrati incapaci di ripagare i debiti contratti. In un momento in cui gli Stati di tutto il mondo stanno accumulando debiti per combattere la pandemia di coronavirus e sostentare le proprie economie in declino, timori circa eventuali ricatti di questo tipo aumentano. In un’ottica di questo tipo, l’internazionalizzazione della Cina – promossa da progetti come la Nuova Via della Seta – non si esaurirebbe in un tentativo di ottenere una maggiore influenza geopolitica, ma sarebbe una vera e propria arma. Nel momento in cui un Paese è zavorrato dai debiti cinesi, esso diventa un burattino nelle mani di Pechino, un po’ come un giocatore d’azzardo in rovina che ha deciso di prendere in prestito del denaro dalla criminalità organizzata. Il primo esempio di ciò è il porto dello Sri Lanka di Hambantota. Si dice che Pechino abbia indotto lo Sri Lanka a prendere in prestito del denaro dalle banche cinesi per finanziare un progetto che non aveva nessuna prospettiva di successo commerciale. I termini onerosi e le misere entrate avrebbero alla fine dei conti spinto lo Sri Lanka al fallimento economico, allorché Pechino chiese di ottenere il porto come garanzia di pagamento, costringendo lo Sri Lanka a cederne il controllo ad una società cinese. Il governo Trump prese Hambantota come esempio per mettere in guardia dall’uso strategico del debito fatto dalla Cina. Nel 2018, l’ex vicepresidente Mike Pence definì la cosa “diplomazia della trappola del debito” – una espressione adoperata nell’ultimo periodo del suo governo –, a riprova delle ambizioni militari cinesi. L’anno scorso, l’ex procuratore generale William Barr usò lo stesso esempio per sostenere che Pechino starebbe facendo “sprofondare i Paesi poveri nei debiti al fine di mettere le mani sulle infrastrutture”. Come disse una volta Michael Ondaatje, uno dei più grandi storici dello Sri Lanka, “in Sri Lanka una bugia ben detta vale più di mille fatti”. Ebbene, la storia della trappola del debito è precisamente questo: una bugia, e bella grande. La nostra ricerca mostra che le banche cinesi sono disposte a ritrattare i termini dei prestiti esistenti e, nei fatti, non hanno mai sequestrato nessun bene di nessun Paese, e tanto meno il porto di Hambantota. L’acquisto da parte di una società cinese di una quota di maggioranza del porto è un ammonimento, ma non di quelli che sentiamo spesso. Con il nuovo Governo di Washington, la verità sul caso ampiamente, e forse anche volontariamente, frainteso del porto di Hambantota non è ancora stata detta. La città di Hambantota si trova sulla punta meridionale dello Sri Lanka, a...
L’Associazione Culturale Russia Emilia Romagna e il Comune di Sassuolo, con i patrocini del Comune di Volgograd, del Consolato Generale della Federazione Russa in Milano e del Centro di Scienza e Cultura russo di Roma, invitano i giornalisti alla conferenza stampa prevista sabato 6 novembre, alle ore 15.30, presso il Comune di Sassuolo, Sala Biasin (Via Rocca 22). L’evento, al quale parteciperà il Console Generale della Federazione Russa a Milano, S.E. Dmitry Shtodin, punta a presentare le iniziative in programma a Sassuolo fino al 21 novembre 2021: Presso lo spazio espositivo di Paggeria Arte & Turismo in Piazzale della Rosa a Sassuolo, dal 6 al 21 novembre saranno allestite nei fine settimana due mostre: • la Mostra tematica del fotografo Andrea Sivilotti. L’autore, che ha vissuto in Russia oltre 15 anni, ha immortalato il popolo di Ekaterinburg e di Mosca durante la Festa della Vittoria. Le significative foto trasmettono e fanno percepire come la ricorrenza non sia una semplice commemorazione ma una festa tra vecchie e nuove generazioni, vissuta non solo come passaggio del testimone della Memoria, ma soprattutto come condivisione della giornata di festa che coinvolge un’intera città. • contemporaneamente negli stessi spazi di palazzo Ducale sarà presente l’allestimento tematico creato dal Comune di Volgograd “Stalingrado appello per la Pace”. Un percorso storico che racconta la più cruenta battaglia della storia con l’obbiettivo di sensibilizzare le nuove generazioni al rispetto e alla pace attraverso la reale conoscenza dei fatti e delle vicende della Seconda Guerra Mondiale. Inoltre venerdì 19 novembre alle ore 21.00 verrà proiettato presso la Sala Biasin il documentario “Bela Cor”, un film di circa 50 minuti che racconta la storia dei partigiani russi proprio nel territorio di Sassuolo; in questa occasione verrà organizzato un collegamento con lo storico e Accademico delle Scienze russo Professore Mikhail Talalay. Tutte le iniziative sono gratuite e aperte al pubblico. Con questi appuntamenti, l’Associazione Culturale Russia Emilia Romagna e il Comune di Sassuolo puntano a: – raccontare la storia e le relazioni tra Italia e Russia in modo semplice coinvolgendo le persone e facilitando la comprensione di fatti storici e non; – sensibilizzare e coinvolgere la comunità russofona della provincia di Modena, molto numerosa in particolare tra russi, ucraini e moldavi; – creare relazioni istituzionali, culturali ed economiche durature tra le varie parti coinvolte, in particolare tra territorio di Sassuolo e il territorio di Volgograd; – raccontare le storie dei partigiani stranieri che hanno combattuto proprio nel circondario di Sassuolo. Grazie per l’attenzione, Cordiali saluti Il Presidente – Associazione culturale Russia Emilia Romagna – dr. Stefano Bonilauri
di Omar Kamal Othman Khalifa Il presente articolo spiega brevemente in numeri la crisi economica tunisina. Sullo sfondo del colpo di stato di Saied, vengono analizzate eventuali alleanze che potrebbero formarsi con l’Arabia Saudita, gli Emirati e l’Egitto, all’indomani dell’estromissione di Ennahda dalla vita politica del paese, essendo quest’ultimo un partito legato alla Fratellanza Musulmana. Si analizza quindi la valenza che un ipotetico aiuto economico da parte dei Paesi del Golfo potrebbe avere per Saied e la sua transizione politica. Infine, si pone una breve analisi alla costituzione del nuovo governo a guida Romdhane, e a come esso si innesta in un frangente politico che vede Saied e il suo programma politico da una parte, e il bisogno di prestiti internazionali dall’altra. Numeri di una crisi economica profonda I numeri parlano da soli: Moody’s, famosa società privata statunitense di ricerca finanziaria, ha stimato un deficit fiscale del Pil del 7.7% nel 2021 e un rapporto debito pubblico/Pil di quasi il 90%, di cui il 70% estero; trend in chiaro aumento dal 2013, quando il debito pubblico/Pil si assestava ‘solo’ al 40%. La disoccupazione è al 20%, e se si considera solo quella giovanile, si arriva al 40%. Il dinaro si è svalutato del 64% dal 2011. Secondo le stime della Banca Centrale Tunisina, il Paese avrà bisogno di 3.5 miliardi di dollari per poter pagare i salari statali e i debiti esteri di quest’anno. A tal proposito, Abdelkarim Lassoued, il responsabile dei finanziamenti e dei pagamenti esterni della Banca Centrale Tunisina, ha fatto riferimento, rivolgendosi ai media locali, a “trattative in stato avanzato” con l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, al fine di ottenere assistenza finanziaria per far fronte a questa crisi, sebbene non siano note le cifre di questo eventuale accordo. L’appoggio di Emirati, Arabia ed Egitto, contro Ennahda e la Fratellanza Musulmana Se si analizzano gli equilibri politici in ballo, questo aiuto non sembra arrivare per caso. Gli Emirati Arabi e l’Arabia Saudita, assieme all’Egitto, sono da sempre nemici giurati della Fratellanza Musulmana, entità politica che promuove un’agenda politica di stampo islamico, la quale viene vista da questi Paesi come una minaccia esistenziale ai loro regimi, soprattutto alla luce del supporto popolare che questo gruppo islamico ha guadagnato dopo le rivolte della Primavera Araba. Il blocco emiro-saudita-egiziano ha difatti etichettato la Fratellanza Musulmana come organizzazione terroristica. L’azione del presidente Saied, da molti considerata un vero e proprio colpo di stato, che ha congelato temporaneamente le funzioni del parlamento e rimosso l’immunità dei suoi deputati, nonché destituito il governo, ha inficiato principalmente l’influenza di Ennahda, partito politico con più seggi nel parlamento tunisino e politicamente allineato alla Fratellanza Musulmana. Alla luce di ciò, non c’è da meravigliarsi che l’azione di Saied sia stata accolta, dagli organi di stampa egiziani, sauditi ed emirati con toni di solidarietà e supporto. Ad alimentare i sospetti che il colpo di mano di Saied sia stato un qualcosa di preterintenzionale e orchestrato ad hoc, con l’aiuto dei Paesi avversi alla Fratellanza, concorrono...
di Andreea Stroe Qatar ha ricoperto il ruolo di mediatore in diversi conflitti in Darfur, Etiopia-Eritrea, Libano, Somalia, Israele e Palestina, Yemen e Sahara Occidentale, Siria e Indonesia e recentemente (ri)vediamo i qatarini in Afghanistan.1 La mediazione è collocata al centro della politica estera qatarina ed è andata di pari passo con la formazione di una politica estera proattiva, per certi versi troppo ambiziosa, indipendente e innovativa. È uno strumento talmente importante da essere inserita tra i primi articoli della Costituzione del 2003.2 In questo articolo, ci proponiamo di analizzare le motivazioni che spingono il Qatar a ricoprire il ruolo di mediatore nei diversi conflitti regionali e internazionali. La mediazione al centro della politica estera qatarina La mediazione è al centro della politica estera qatarina ed uno strumento adottato da parte dell’élite governativa in maniera razionale e strategica. La mediazione è una componente cruciale della politica estera qatarina, dimostratasi sempre più attiva e ambiziosa.3 L’articolo 7 della Costituzione del 2003 del Qatar sancisce che “la politica estera dello Stato si basa sul principio del mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, favorendo la risoluzione delle controversie internazionali con mezzi pacifici e sostenendo il diritto del popolo all’autodeterminazione e alla non ingerenza negli affari interni dello Stato e alla cooperazione con nazioni amanti della pace.”.4 Questo ci dimostra l’importanza data dalle autorità al coinvolgimento del Paese nelle risoluzioni delle controversie internazionale, il desiderio di contribuire alla risoluzione di esse e il coinvolgimento nel raggiungimento della pace.5 In merito è importante ricordare che fino al 2013 lo Sheikh Hamad bin Jassim bin Jabr Al-Thani ricopriva, oltre al ruolo di Primo Ministro, il ruolo di Ministro degli Esteri – il che dimostra l’evidente priorità data alla politica estera nei programmi governativi.6 La decisione di collocare la mediazione al centro della politica estera è andata di pari passo con la formazione di una politica estera proattiva, per certi versi troppo ambiziosa, indipendente e innovativa, e rappresenta una chiara dichiarazione di autonomia mirata a ritagliare un’influenza regionale e internazionale.7 Qatar ha ricoperto il ruolo di mediatore in diversi conflitti in Darfur, Etopia-Eritrea, Libano, Somalia, Israele e Palestina, Yemen e Sahara Occidentale, Siria e Indonesia e recentemente in (ri) vediamo i qatarini in Afghanistan.8 La politica estera del Qatar dopo il 1995 L’emiro Sheikh Khalifa bin Hamad Al-Thani ha governato il Qatar dal 1972 al 1995 e ha cercato di garantire la sicurezza del proprio Paese rifugiandosi sotto l’ombrello di protezione saudita.9 Al contrario, quando il figlio, lo Sheikh Hamad bin Khalifa Al-Thani, ha preso il potere con un colpo di Stato nel maggio 1995, Qatar iniziò a adottare una politica estera più indipendente e autonoma. Nell’ultimo decennio, Qatar ha mantenuto ottime relazioni con gli Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita ma anche con Iran, Siria, e le organizzazioni Hamas, Hizb Allah, e i Fratelli Musulmani. Allo stesso modo, esiste un’ottima relazione anche con Cina e India in vista dei legami economici ed energetici.10 Nel 1996 Qatar inizia a normalizzare i suoi rapporti con Israele...